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La solitudine dei “medici primi”

La solitudine dei “medici primi”

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di Massimiliano Cavaleri

 

Nei giorni scorsi un’altra, ennesima, inaccettabile aggressione: a Vizzini nel catanese, un uomo di nazionalità straniera si è recato presso un Ppi (punto di primo intervento) e ha tentato di colpire il medico di turno. A quanto pare le parole “altra” ed “ennesima” non sono più sufficienti a descrivere un fenomeno dilagante e preoccupante con casi sempre più eclatanti: a Mirto, qualche giorno prima, il medico di continuità assistenziale chiamato a domicilio e poi buttato già per le scale; poco tempo fa il caso dell’operatore del 118 e qualche mese addietro, per non andare troppo lontano dalla nostra regione, l’ospedaliera di Crotone che ha scansato la morte per poco, ferita addirittura con un cacciavite. Ma siamo dentro un cinema e stiamo guardando un film horror di pessimo gusto o è un’amara e grave realtà che desta forte preoccupazione e richiede con impellente necessità una scesa in campo e presa di posizione da parte del governo e della società? E se a Vizzini non avesse funzionato il sistema di videosorveglianza? Se a Mirto il paziente non fosse stato in compagnia della madre, che ha chiamato i soccorsi quando il figlio, in questo caso paziente durante una visita, è andato in escandescenza (forse problemi psichici, ndr) spingendo il povero malcapitato? E se a Crotone la donna aggredita fosse stata sola? E proprio la solitudine è quella sensazione con cui molti operatori, in particolare donne, devono convivere quotidianamente all’interno di guardie mediche, ospedali, carceri o altri luoghi dove un turno notturno, una lontananza dai centri abitati o altre condizioni particolari si trasformano in rischiose occasioni in cui la vulnerabilità del sistema e della persona diventa inesorabile.

Filippo Anelli

In questo modo la nobile mission della medicina viene brutalmente umiliata, offesa, scoraggiata. E così Trecastagni, Nicolosi, Pavia, Tivoli, Cagliari, Lecce, ora questi nuovi accadimenti, solo per citarne alcuni. A Napoli hanno organizzato una “giornata contro la violenza agli operatori sanitari” per far emergere e comprendere la crescita del problema: una vera e propria piaga con numeri raccolti da un sondaggio della FNOMCeO, voluto dal presidente Filippo Anelli, da cui si evince che 4 su 100 hanno subito aggressioni fisiche nell’ultimo anno, e oltre il 50% insulti o attacchi verbali. Dati che obbligano a una riflessione che certamente è già avvenuta in varie sedi in questi ultimi anni, ma soprattutto un’azione del Governo centrale e delle Giunte regionali per limitare il problema e far riacquisire a chi opera nel comparto Sanità quella fiducia e quel senso di sicurezza (il 38% si sente poco o per nulla al sicuro), alla base di una professione già rischiosa e delicata sotto molteplici aspetti. Il nodo cruciale sta nella tanto auspicata equiparazione dei medici a pubblici ufficiali nell’esercizio delle proprie funzioni, che comporterebbe la procedibilità d’ufficio per il reato tentato o commesso: un concetto non condiviso dagli ultimi ministri della Sanità ma oggetto di un disegno di legge all’esame del Parlamento. Secondo molti sindacati e associazioni di categoria – in primis la FIMMG con il presidente nazionale Giacomo Caudo e il segretario Silvestro Scotti – infatti non è sufficiente l’inasprimento della pena, perché spesso le vittime hanno timore a sporgere denuncia e i fatti rimangono impuniti. Senza denunce, non ci possono di certo essere pene. Alcuni paventano che questa equiparazione possa sovraccaricare di oneri il medico, già considerato “incaricato di pubblico servizio”, ma in realtà accade il contrario: che se il medico subisce violenza è un comune cittadino; se invece omette di registrare un intervento di guardia medica, è pubblico ufficiale e scatta l’aggravante dell’omissione di atti d’ufficio.

Giacomo Caudo e Silvestro Scotti

La questione riguarda anche le Regioni: ad esempio, in Sicilia l’art. 8bis del decreto regionale “Accordo regionale di continuità assistenziale”, del 6 ottobre 2010, prevede l’obbligo delle aziende sanitarie provinciali di garantire la sicurezza del personale rispetto a possibili episodi di violenza, con particolare riferimento alle ex guardie mediche. Era prevista una ricognizione sullo stato delle postazioni nell’ottica dell’adeguamento alle norme vigenti. Le misure minime di sicurezza da adottare sono: sistemi diretti di allerta con le forze dell’ordine e sistemi di allarme sonoro; illuminazione efficiente, soprattutto all’ingresso delle sedi; videocitofoni e sistemi di videosorveglianza (come nel caso di Vizzini) con registrazione atti a riconoscere chi si trova all’esterno; porte antisfondamento; grate alle finestre. Cos’è stato realmente fatto? Poco o nulla. E’ il caso in cui a fare la differenza non sono solo leggi e norme ma uomini capaci e determinati al posto giusto, con l’obiettivo fondamentale di non fare provare quella solitudine ai medici come fossero “numeri primi”.