Psicologia e psicopatologia della maschera

di Salvatore Settineri

In tema di maschera, la cultura sia orientale che occidentale ha proposto numerose varianti derivanti sia dalla forma che dalla materia con cui il nascondimento è costruito, ma l’accezione qui utilizzata si riferisce a quella che in qualche modo può essere datata al culto di Dioniso (Dio dei morti, del teatro, del vino).

Da questa deità abbiamo imparato come sottolinea C. G. Jung, l’estroversione (nel divino), la nascita della tragedia (e della commedia) e alcune pratiche cultuali legate all’oltre tomba come abbiamo potuto apprendere dall’archeologia, che ha rinvenuto in numerose tombe dall’epoca arcaica all’epoca romana di oggetti cultuali contenuti nelle stessi loculi. Non a caso noi mettiamo per tutti gli aspetti di relazione del mondo una maschera ( ad esempio funebre) un’espressione di allegria ad esempio nelle feste di carnevale e anche delle modalità dello stare insieme (in vino veritas).

Lo studio delle maschere pur essendo stato proposto da una cattedra psicologica, sente la necessità di un rapporto interdisciplinare, come tutte le scienze d’avanguardia richiedono. Questo salto ha coinvolto il mondo della filosofia, dell’archeologia e della ricerca in psicologia. La maschera di cui oggi abbiamo contezza, probabilmente solo nel periodo di carnevale, diventa la metafora di un oggetto psichico (e cioè è qualcosa che si colloca nel rapporto con il mondo interno in tema di emozioni e sentimento), quanto consapevolmente o inconsapevolmente desideriamo celare la nostra autenticità; il nostro essere spesso esige di essere nascosto, protetto, difeso dagli elementi nocivi del mondo al pari di altri elementi biologici. La psicologia della maschera è un cammino nella scoperta di questo nascondimento che favorisce l’adattamento sia con gli altri che con se stessi.

L’abilità psicologica, non solo dello psicoterapeuta, comporta l’andare oltre ed è questo che è sempre richiesto, nella scoperta dell’altro, al quale va richiesto il permesso di accesso esattamente come quando entriamo nella casa altrui bussando alla porta. Per comprendere il funzionamento di un oggetto psicologico complesso, occorre rifarsi al mito e al simbolo (la cui utilità è quella di illustrarne le origini ) e cioè a quegli aspetti fondanti che rimangono nel tempo e che altrimenti non potrebbero essere sufficientemente interiorizzati e spiegati. Lo illustra bene l’opera di C. G. Jung a cui si rimanda la lettura del testo l’Uomo e i suoi simboli. Ma un’altra strada per approfondire la tematica è quella di andare ad osservare direttamente e personalmente le preziosità che sul tema il territorio offre.

Ed è per questo che nel contesto di una visita di studio abbiamo avuto modo di constatare insieme a studenti di psicologia, di psichiatria e dottorandi di ricerca l’inesauribile valore del museo archeologico di Lipari accompagnati dal gentilissimo Direttore Dott. R. Vilardo, che insieme alla funzionaria archeologa Dott.ssa Martinelli, hanno illustrato il valore del tesoro culturale in tema di maschera. Questa visita che qui suggeriamo, non solo per dei vacanzieri occasionali all’isola di Lipari, quanto per delle escursioni apposite di approfondimento, la possibilità di scoperte pensate non solo per degli intellettuali altamente raffinati, quanto per un pubblico che desidera conoscere la scienza confrontandola con la propria esperienza quotidiana. In un convengo preparatorio, abbiamo scoperto come la maschera si situa nello spazio tra faccia e viso in cui solo la significazione personale e la coscienza consentono di dare a ciò che è anonimo un percorso di senso. Intervento tra l’altro proposto dal Prof. P. Perconti in un convegno del 2 aprile di quest’anno; è altresì emozionante in questa visita osservare, di propria percezione il rapporto archetipico della maschera nel culto dionisiaco, sottolineato dal Prof. La Torre nel convegno citato e che il visitatore potrà interiorizzare nell’osservazione diretta dei crateri (grandi vasi i cui si usava mescolare il vino e successivamente destinati al contenimento dalle ceneri del defunto), per comprendere come il culto del vino sia fondamentale nel mediterraneo non solo come elemento di nascita del teatro, quanto di una religiosità (greca, giudaico cristiana) a tutt’oggi presente. Ma l’aspetto intellettuale dello studio della maschera necessita di un salto nella psicopatologia, come sottolineato dai Dott. E.M. Merlo e F. Frisone nell’ambito della maschera nei processi fobici e di significazione del sogno, in cui possiamo scoprire parti di noi stessi in ciò che usualmente è indicato come psicopatologia.

Sarà forse interessante sapere, che la maschera, quale veicolo delle emozioni, malamente celate o falsamente deformate, può essere lo start del disagio psichico, quando l’individuo perde il senso della sua esistenzialità e trova nelle emozioni il medium del proprio disadattamento. Da qui l’intenzione della psicoterapia che, riflettendo sulla maschera, si propone come primo passo dell’accettazione di quella parte non è sufficientemente integrata e che C.G. Jung chiama Ombra.

Proporre allora un superamento della maschera vuol dire dare atto alla ripresa del percorso della propria vita per realizzare gli aspetti più profondi del proprio essere che la società ha dovuto in qualche modo coartare. Vuol dire anche scoprire il valore e la fortuna di coloro che svolgono in sintonia la propria profonda vocazione e non fanno del proprio lavoro un marker giornaliero di entrata e di uscita.

Questi temi, solo apparentemente di pertinenza di psicologia sociale, in realtà sono di psicologia individuale nel momento in cui danno origine a disturbo se non a franca psicopatologia. In un mondo contemporaneo in cui vengono proposte vie dello spirito, via del recupero filosofico, vie di realizzazione di un’improbabile felicità, la riflessione interdisciplinare ci può rimettere nel sentiero concordato con il nostro profondo e che Jung chiama funzione trascendente.