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Noterelle riabilitative del padre del libraio: “Distanza”

Noterelle riabilitative del padre del libraio: “Distanza”

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di Filippo Cavallaro

Ho letto, solo lo scorso anno, un libro che molto ha interessato, sin dagli studi liceali, mio figlio, il libraio. Parla del dramma di una cittadina colpita da una grande epidemia. Il personaggio che più mi affascina è Raymond Rambert, un giovane giornalista parigino, che conduce un’inchiesta per conto di un quotidiano riguardo le condizioni di vita dei cittadini della città di Orano.

Sto parlando del famoso romanzo di Albert Camus “La Peste” edito con una recente traduzione da Bompiani.

Rambert avrebbe dovuto fare qualche intervista e poi lasciare Orano per tornare dalla sua fidanzata a Parigi. Ma la città è stata chiusa per l’epidemia, ci sono le guardie che impediscono sia l’uscita che l’entrata. Sparano contro chi cerca di superare lo sbarramento. La Francia è lontana. Dopo aver tentato più volte di fuggire, cercando di superare il cordone sanitario in vari modi, compreso quello della corruzione, il giornalista si rende conto della grande dedizione con cui il dott. Rieux, il medico protagonista del romanzo, cerca di aiutare i suoi concittadini, sta a loro vicino: li ascolta, li cura, li assiste, li consola, li conforta. Da quel momento decide di fare da assistente al medico ed aiutare gli sconosciuti ammalati nella città algerina. La distante Parigi non è più da raggiungere prima possibile, ha scoperto quanto è importante essere solidale alle persone anche se estranee. Da quel momento per lui diventa più importante dedicarsi fino alla fine dell’epidemia ai non più distanti magrebini sofferenti.

Mi è tornato alla mente quando qualche settimana fa sono stato a seguire per la rieducazione motoria “Ilaria”. Una giovane donna che, come la madre della manzoniana Cecilia, ha rischiato molto per una malattia infettiva ed è stata presa per i capelli, dagli specialisti di malattie infettive, prima che dai “monatti”. La richiesta di esercizio terapeutico era dettata dalla sindrome da immobilizzazione. Bisognava convincerla a mettersi in moto e dopo giorni ha apprezzato l’insistenza con cui veniva sollecitata per fare fisioterapia malgrado la sensazione di grande debolezza, di stiramento dei muscoli, di algie generalizzate.

La precauzione vuole che si stia lontano, che si eviti il contatto. Ilaria non è italiana, non ha parenti qui, è in isolamento e per poterla assistere tutti dobbiamo indossare i dispositivi per la protezione delle vie respiratorie di terza categoria utilizzando i “facciali filtranti FFP2”.

Per farle recuperare la posizione eretta, e poi il cammino bisogna verticalizzarla. Ci sono degli ausili tecnologici per poter eseguire queste attività terapeutiche che oltre ad avviare alla mobilità ed all’autonomia aiutano la respirazione, la digestione e facilitano sia lo svuotamento vescicale che il torchio addominale. Gli ausili sono fondamentali per coloro che non hanno alcuna possibilità di recupero. Se c’è qualche possibilità e si vuole educare al trasferimento di carico da seduto ad in piedi, si addestra al recupero funzionale, al controllo della postura ed ai passaggi da eseguire con attenzione avendo la consapevolezza della debolezza e delle difficoltà. L’aiuto necessario per metterla in piedi è una tecnica di presa per i trasferimenti, utilizzando in maniera opportuna le leve corporee, soprattutto le strutture ossee. Per chi guarda sembra un abbraccio, certamente è un “ampio” contatto che per sorreggerla la cinge nel busto e la sostiene dal bacino ancorando le mani alla tuberosità ischiatica. Solo così si mantengono vicini i baricentri e si mantiene una base comune con le gambe del terapista che bloccano, sostengono e cingono le gambe della persona che si sta rieducando.In quei momenti l’infezione diventa distante, grazie ai dispositivi che si indossano scrupolosamente, ma la distanza non c’è, siamo a contatto, i miei piedi formano una V e nella parte concava tengono bloccati i suoi, le mie ginocchia fermano le sue ginocchia, le mie mani la tengono dal bacino, le sue braccia mi cingono al collo ed il mento di ambedue sporge sulla spalla destra dell’altro. Abbracciati? Questo è l’inizio per cominciare a sentire il carico sulle gambe, e fare, dopo giorni di esercizi terapeutici, dopo parecchie prove di trasferimento di carico, dopo aver raggiunto il controllo dell’equilibrio, e, dopo le manovre per l’addestramento al cammino, i due passi per arrivare a sedersi in poltrona. Hurrà!