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Riflessioni  

Riflessioni  

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di Aldo Di Blasi     

La situazione pandemica che ancora ci affligge, ci dà spunto per una rivisitazione  delle notizie storiche sulle esplosioni epidemiche avvenute a Messina e nel suo territorio , nei secoli passati, in particolare dal ‘500 all’ ‘800, anche se l’impresa non

è facile, a motivo della esiguità del materiale archivistico  scampato alle  varie catastrofi, sia naturali che umane. 

Nel leggere i testi relativi a quelle epoche, soprattutto riferentisi alla peste che afflisse i Messinesi nel 1743, sembra di ravvisarvi  somiglianze  con gli atteggiamenti e i provvedimenti  dei cittadini e delle autorità nel periodo attuale. Allora le tante disposizioni sanitarie e di ordine pubblico imposte, spesso inutili e solo repressive, aggravarono le sofferenze della comunità messinese, complici il  colpevole ritardo con cui furono prese le necessarie decisioni, oltre alla malafede e all’ignoranza dei medici che, condizionati dal potere politico ed economico, si rifiutarono di diagnosticare per lungo tempo i casi di peste. Vengono in mente i tanti odierni negazionisti (“nun ci nnè coviddi”), in gran parte poi ammalatisi o deceduti, che si facevano intervistare urlando anatemi  contro le autorità, i giornalisti, i medici degli ospedali, che facevano morire le persone intubandole e ventilandole meccanicamente. Si rammentano le manifestazioni di piazza, anch’esse urlate, dei commercianti, degli esercenti, costretti alla chiusura col lockdown. Anche allora, come scriveva il segretario del Senato messinese, “…Per ischivar su le prime il temuto patimento della privazione del commercio, si lusingò a non credere peste”.Per fortunala Chiesa messinese di oggi non ha commesso il madornale errore delle autorità ecclesiastiche di allora, che favorirono il diffondersi dell’epidemia con affollate processioni e funzioni liturgiche nel tentativo di mitigare l’ira divina e, pur con qualche titubanza, ha accettato le restrizioni imposte.

Non mancarono neanche allora   i “complottisti”, quelli che ritenevano che le  epidemie fossero diffuse ad arte. In particolare, durante il colera del 1867, un opuscolo  pubblicato dopo la cessazione del morbo, affermava: “riputavansi soli autori di un tanto male gli uomini del Governo e si diceva che la propagazione ne veniva fatta per mezzo di un potente e sottile veleno”. Quelli odierni erano convinti che lo Stato lucrasse risparmiando sulle pensioni dei deceduti

All’epoca della peste del 1743 il Vescovo di Siracusa  giustificò le errate conclusioni dei medici messinesi, poiché non avevano avuto modo, nel loro percorso di studi e

di pratica, di fare, per la peste ,”quella esperienza che hanno delle malattie più volgari”.  Similmente, all’apparire del Covid-19, i nostri medici, sia di famiglia che ospedalieri, si sono trovati impreparati a riconoscere ed affrontare il nuovo flagello, e molti purtroppo hanno perso la vita per l’abnegazione dimostrata, nel tentativo di curare i numerosi pazienti che presto hanno saturato le corsie e i posti letto delle rianimazioni, rivelatisi ben presto insufficienti a causa degli sconsiderati tagli perpetrati dagli amministratori della sanità pubblica. A Messina, mentre si cercavano strutture provvisorie da attrezzare, è stata completamente ignorata dalla Regione una petizione di CittadinanzAttiva, che aveva proposto , per fronteggiare la pandemia da coronavirus, di riconvertire l’Ospedale “Regina Margherita”, dotandolo di posti letto

e attrezzature per la rianimazione, affidandone la realizzazione al direttore generale dell’ASP ME (primo firmatario il sottoscritto; sono state raccolte circa 700 firme).  

Ma com’era, nei secoli delle passate epidemie, l’organizzazione sanitaria e particolarmente ospedaliera, a Messina, e la sua funzione nei confronti non solo nella città, ma dell’intero territorio che ad essa faceva riferimento?  Dal punto di vista bibliografico,  sulla storia dell’organizzazione ospedaliera si trovano solo  accenni sparsi,   brevi richiami,  notizie sporadiche, desumibili da una certa quantità di testi, opuscoli, saggi, sulla storia più complessiva della città.

Nel quadro più complessivo della «salute pubblica», esisteva nella città di Messina  un tessuto istituzionale di tipo sanitario centrato solo in parte sull’Ospedale grande, la cui fondazione risale al 1542.  Accanto a questa struttura,  va rilevata la presenza di altre strutture (il lazzaretto, gli ospizi, gli ospedali temporanei, i «serragli», ecc), 

con regolamenti diversi, espressione  di ceti sociali specificamente dediti alla cura

dei «poveri malati», di for­me di associazionismo di categoria o interclassiste (le confraternite), facenti parte del sistema di controllo sociale.  

Per quanto concerne il lazzaretto, in una veduta di Messi­na, risalente al periodo tra il 1565 e il 1572, esso ancora non compare; mentre in una successiva veduta della città, databile fra il 1622 e il 1678, la sua struttura  è  ben visibile  sulla sponda falcata del porto, nella località San Raineri. Dopo il lazzaretto provvisorio. eretto in occasione della peste del 1576, il luogo , compreso il cimitero degli appestati, divenne di pro­prietà comunale. Su quest’area «nel 1594 sotto Carlo II, il viceré Uzeda faceva costruire il lazzaretto», stavolta in forma stabile, ben descritto dall’annalista Cajo Domenico Gallo nel 1756.    Più tardi venne affiancata un’altra struttura al vecchio lazzaretto, in modo da avere due elementi, uno di «spurgo» e uno di «osservazione», e pertanto più soli­de garanzie contro il contagio, rispetto alle navi provenienti da Levante.

Ai tempi nostri si è fatto ricorso alle navi da crociera, adattate a « navi quarantena », per accogliere le masse di migranti.

Accanto alle due strutture stabili dell’Ospedale grande e del Lazzaretto, vanno ricordate strutture temporanee erette in occasioni particolari, come nel  caso  dell’epidemia di febbre pestilenziale del 1709: in occasione della carestia che perdu­rò dal 1709 al 1712, una massa di poveri si riversò dalla campagna sulla città, aggravando la situazione sanitaria. Si aprirono ospedali,  ma la mortalità fu molto alta, per cui verosimilmente più che  strutture sanitarie vere e proprie, dovevano essere  luoghi di raccolta dei poveri malati.  

Ospedali temporanei vennero stabiliti inoltre, in occasio­ne di epidemie, in conventi fuori le mura della città. Durante la peste del 1743, venne istituito « un ospedale di convalescenza » nel borgo di S. Clemente, nel Convento dei Carmelitani scalzi  di

S. Alberto, fondato nel 1650 . Nello stesso frangente, un altro ospedale temporaneo venne stabilito sempre fuori le mura della città, ma nella zona a nord, a Ritiro in una parte del Monastero dei Frati Minori, che fu adibita a lazzaretto, con l’assistenza dei Frati, di cui sette morirono contagiati. Questa parte del monastero, nel 1866, in seguito alle leggi eversive,  fu confiscata e destinata a ospedale di isolamento per le malattie infettive, struttura ancora oggi esistente, occupata abusivamente ad uso abitativo, nell’inerzia (e talora complicità) delle varie amministrazioni.

Come già accennato, nel settore dell’assistenza avevano un ruolo anche le  confraternite, un’attività delle quali concerneva l’assistenza ai «poveri malati»: fra

le più antiche di Messina, quella del SS.Rosario e quella degli Azzurri di S. Basilio. Tutte  in età moderna  concorrevano alla ricerca di uno stato di benessere psico-fisico per la popolazione messinese.

Per quanto concerne  l’ «Ospedale S. Maria la Pietà», sulla collocazione e la strutturazione dell’edificio che ospitava il complesso ospedaliero   si hanno solo accenni e indicazioni, per lo più desumibili dalle guide della città,   compilate nella prima metà dell’800  e dalle descrizioni e dalle vedute di Messina  operate dai viaggiatori che la visitarono. Era  un vero e proprio quartiere ospedaliero, nel XVII secolo, nella zona meridionale della città, sulla riva destra del torrente Portalegni , nell’entrare della porta Imperiale (odierno palazzo di Giustizia) . La notizia più dettagliata è desumibile dalla «Messina Città Nobilissima» dello storico messinese Giuseppe Buonfiglio e Costanzo.  La costruzione del Grande Ospedale, opera degli architetti Calamech, Sferramolino e Maffei, era iniziata nel 1542, nel Piano detto di Santa Croce, in conseguenza dell’unificazione di una serie di ospedali preesistenti. Il più antico fra questi, di cui si abbia notizia certa, era l’Ospedale dei Cavalieri di S. Giovanni  di Gerusalemme, fondato a Messina, come in tutte le città marinare, dove transitavano i Pellegrini per la Terra Santa, come si evince da una Bolla di Papa Pasquale II del 15 febbraio 1113.

Di un altro «ospitale»  messinese fondato nel XII secolo dalla famiglia sarda dei Marchesi Amat di San Filippo, si hanno  solo notizie vaghe .

Notizie  più precise si hanno, ad opera dello studioso La Corte Cailler,  di un altro ospedale messinese, il S.Angelo dei Rossi,  fondato nel  1197 dai cavalieri teutonici  che occuparono una chiesa già esistente, dando  il nome di S.M. dell’Alemanna,   Diopo la soppressione dell’ordine,  nel 1605 il culto della chiesa rimase affidato alla vicina Casa di S. Angelo dei Rossi.

Il Buonfiglio Costanzo cita vari altri ospedali che furono accorpati a quello Grande: S. Agnolo di Caperrina fondato da’ nobili di Casa dell’Anitra ;  San Leonardo de leprosi, fondato da un Sir Agnolo ; la Carità fondato da nobili di Casa Cossa ; San Nicola degli Accomandati;  San Clemente; L’Annunciata ; Rogadeo  in S. Antonio ;  Santa Elisabetta ; Santa Maria di Monferrato, fondato nel 1424 da Nicola Castagna Viceré di Sicilia.  La   nascita dell’Ospedale Grande di Messi­na  scaturì dalla volontà del governo cittadino di portare in mani laiche la gestione dell’assistenza, sottraendola in parte a quelle ecclesiastiche e contemporaneamente sforzandosi di razionalizzarla, eliminando sprechi e malversazioni.

Questo ci fa portare alla memoria le vicende e le cronache dei primi Comitati di Gestione delle USL, in seguito diminuite e razionalizzate.

Tuttavia è da dire che, malgrado le buone intenzioni, i risultati, riguardo all’efficienza del Grande Ospedale, riscontrati a distanza di due secoli, rimasero insoddisfacenti, se un cronista   ancora nell’Ottocento scrisse : «Il pubblico ospedale è un monumento della passata grandezza di Messina e del suo stato attuale. L’edificio è grandioso; ma gl’individui vi sono mantenuti in uno stato deplorabile ».

Torna alla mente una  « cattedrale nel deserto » in epoca recente realizzata per soppiantare il vecchio ma valido « Margherita », e ancora sottoutilizzata.

Infine, non si può  non ricordare, trattando della storia della salute  a Messina, in

quei secoli, l’attività di valenti medici, che hanno contribuito alla illustre tradizione medica messinese in età moderna, di cui è obbligo citare alcuni:  Giovan Filippo Ingrassia, lettore dell’Ateneo messinese dal 1564 al 1568;  Pietro Castelli,romano

ma d’origine messinese, professore all’Università di Roma, che nel 1631 si trasferì nello Studio messinese e   si adoperò perché fosse allestito un orto dei semplici, l’Orto Botanico,  indispensabile per la preparazione dei farmaci; Gerardo Columba, medico nato a Messina, professore  a Padova,  nella seconda metà del sec. XVI , autore del « De febris pestilentis cognitione & curatione, disputationum medicarum”;  Domenico Bottone, nato a Lentini, che studiò a Messina lettere e fiolosofia presso il collegio dei Gesuiti e medicina presso l’Università peloritana, allievo di P.Castelli

e di M.Malpighi. La sua opera più importante fu « Preserve salutevoli contro il contagioso malore » edita nel 1721.

Ancora oggi resiste a Messina la gloriosa tradizione medica, ma  perché continui, occorre che le Istituzioni comprendano che i giovani medici devono essere messi in condizione di operare in modo soddisfacente, senza limitazioni o costrizioni di vario tipo, per non spingerli ad emigrare verso altri lidi più confacenti e più accoglienti.