11 febbraio: XXIII Giornata Mondiale del Malato

Data:
11 Febbraio 2025

11 febbraio: XXIII Giornata Mondiale del Malato

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di Marinella Ruggeri

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Oggi si celebra la “XXIII Giornata Mondiale del Malato”. Celebrare questa giornata per noi medici, significa ricordarci il senso del nostro operare accanto ai malati. Non è la giornata della malattia ma del malato, precisazione che non dobbiamo mai perdere di vista, nel nostro lavoro, in cui ci occupiamo di burocrazia e di richieste di accertamenti diagnostici o di strategie terapeutiche, dimenticandoci spesso, di occuparci dei malati, in quanto PERSONE.

Celebrare la Giornata Mondiale del Malato nell’Anno Giubilare 2025, significa anche accogliere l’invito della Chiesa a farci “pellegrini di speranza”, proprio sulla Parola di Dio che, attraverso San Paolo, ci dona un messaggio di grande incoraggiamento: «La speranza non delude» (Rm 5,5), anzi, ci rende forti nella tribolazione.

Applicare nel quotidiano queste parole, significa andare INCONTRO ai nostri malati che sono nella sofferenza, sperimentare la loro fragilità e, spesso, anche la nostra, nel sedersi accanto a quel letto, quasi impotenti. In realtà, allo stesso tempo, scopriamo una nuova forza che deriva dallo STARE insieme anche se per brevi momenti, in cui sono occhi che si incontrano e mani che si uniscono a diventare CURA.

Pertanto la malattia diventa occasione di INCONTRO e l’incontro diventa DONO e CONDIVISIONE.

Questa possibilità dovuta al dolore del paziente, è in grado di convertire la debolezza in forza e la spossatezza in vigore. Ognuno dei soggetti ritrova il senso, e, a consentire questa esperienza, è la RELAZIONE che si instaura tra due persone, il malato e il medico.

Sembrerebbe una banalità, qualcosa di scontato, in realtà è l’esperienza più difficile da vivere nella medicina di oggi, sempre più tele, sempre più web, oserei dire affidata a social e a mail.

I luoghi in cui si soffre sono spesso luoghi di condivisione, in cui ci si arricchisce a vicenda. Quante volte, al capezzale di un malato, si impara a sperare! Quante volte, stando vicino a chi soffre, si impara a credere! Quante volte, chinandosi su chi è nel bisogno, si scopre l’amore! Ci si rende conto, cioè, di essere messaggeri, gli uni per gli altri, tutti insieme: malati, medici, infermieri, familiari, amici, sacerdoti,… là dove siamo… nelle famiglie, negli ambulatori, nelle case di cura, negli ospedali e nelle cliniche.

Abbiamo bisogno, TUTTI, di relazione, non con la malattia, o con schemi precostituiti di assistenza, ma di relazione con il soggetto malato;  bisogna imparare a toccare quel cuore, per essere strumento di cura, prima della vena, della cannula, prima della lista di esami e di farmaci, bisogna posare lo sguardo e cercare uno sguardo, bisogna fermarsi, e, solo dopo questo incontro può iniziare la cura. Bisogna cercare il volto del nostro malato, il volto anche, di chi si occupa di quel malato, pochi secondi necessari per cambiare tutto, il resto viene dopo.

Guardarsi, mettersi in relazione, è un bisogno molto forte per dare senso alla disperazione del malato e al senso di frustrazione del medico; altrimenti il nostro operare diventa l’attuazione di un metodo, seguire uno schema, applicare un elenco, ma in tutto questo non ci siamo nè noi né i nostri malati. Non si tratta di essere bravi o migliori. Si tratta di essere persone, che veicolano sè stessi, nella ricerca della relazione, che diventa compassione, accoglienza, dono.

E questo è necessario SEMPRE, tanto più in quelle situazioni dove non ci può essere guarigione, ma ci può essere la cura, che passa dalle nostre emozioni, dalla nostra autenticità, oltre che dalla professionalità. Questo tempo che sembra impossibile da applicare perché non c’è, in realtà rende più semplice e veloce tutto il resto che ha meno valore ed importanza. Se non si crea la comunicazione, non si può parlare di cura. Spesso rischiamo di uscire da quelle case, sembrando non interessati,  applicati alla tecnica, ma il vero bisogno era un altro e l’abbiamo lasciato lì senza ascoltarlo. 

Sia il malato, sia il medico hanno bisogno di sentirsi nel loro essere, di viversi, più di quanto si possa immaginare.

Spesso la stanchezza e la demotivazione di noi medici, è frutto di un lavoro in cui operiamo da assenti come persone e ci priviamo di un vigore che viene dalla forza di confermarci come uomini che hanno bisogno di senso.

L’insoddisfazione che ci porta stanchezza più psichica che fisica deriva dal rincorrere tempo e prestazioni, in cui NOI  siamo gli assenti. Non respiriamo!!!

 Per celebrare questa giornata dobbiamo recuperare la nostra presenza, il nostro cuore, il nostro spirito, il nostro respiro. Faremo lo stesso, ma saremo meno stanchi.

L’inferno della vita è sentirsi soli sia come medici che come malati.

 Eppure proprio nella malattia, si può vivere l’esperienza unica di stare nella relazione, farsi abitare dalle emozioni. Anche Dio che è Onnipotenza, si manifesta nella debolezza, nella fragilità, come a indicarci in quale luogo lo si può incontrare,..nel silenzio, nel dolore ancor più che nelle cattedrali.

In un mondo che affida anche la cura, ai social, alla tele assistenza, alla telemedicina e alla intelligenza artificiale, pur comprendendo l’utilità e il buon uso che si può fare di tutto ciò, con adeguata formazione,  SI  rischia di perdere di vista chi siamo, e che la nostra unicità, non è sostituibile e non può veicolare la ricchezza che solo la relazione può donare, può curare, può guarire. Il nostro corpo, la nostra pelle, il nostro sguardo non è sostituibile, la sua preziosità non trova eguali. L’incontro, il dono, la condivisione, necessari per la relazione, richiedono l’UMANIZZAZIONE della cura che passa dal nostro esserci come persone.

Solo nella verità generante dell’amore per la scelta di essere medici,  portiamo salvezza, conforto, libertà, leggerezza. Anche il rifiuto di quella malattia, di quel dolore, di quella croce, alla luce di questo, diventa diverso, i pensieri cambiano, i ragionamenti diventano non più secondo il mondo, ma secondo l’amore; poter avere gli stessi sentimenti, passare dalla compassione che crea sintonia, fiducia, abbandono, forza., consente, di trovare pace.

Non sono i tecnicismi a curare, ma la presenza e per ottenerla bisogna recuperare il cuore.

Chi si trova nel buio della vita, a causa della malattia, ci chiama perché vuole la nostra presenza, più del nome della medicina, vuole contare di poter sentire quella voce che rassicura e dà forza, per affrontare quella sofferenza.

 Il malato ha bisogno di vedere il medico, e il medico per riuscirci deve risignificarsi, restando fedele alla scelta che ha fatto quando si è iscritto a questa nobile facoltà.

Buona celebrazione della Giornata Mondiale del Malato!!!

Ultimo aggiornamento

10 Febbraio 2025, 23:50