Lo scambio fecondo tra Medicina e Scrittura
Data:
12 Maggio 2025
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di Giuseppe Ruggeri (Presidente Associazione Medici Scrittori Italiani)
Giuseppe Ruggeri
La medicina narrativa è un percorso diagnostico-terapeutico che fonda sulla narrazione, scritta oppure anche orale, i suoi intenti e presupposti. Esistono aree ancora oscure del rapporto medico-paziente che originano da una scarsa o errata comunicazione e che possono essere responsabili della mancata cura delle malattie. L’ascolto della narrazione del paziente fa bene a lui e al medico perché, parlando, il paziente si libera dal suo complesso di inferiorità nei confronti del terapeuta e quest’ultimo apprende informazioni complete sul paziente e la sua storia complessiva. Attraverso la scrittura si possono poi mettere a punto delle vere e proprie cronache di medicina narrativa che trasformano il flusso bidirezionale tra medico e paziente in opera letteraria. Può trovarvi luogo, infatti, anche l’invenzione, che non significa fuga dalla realtà ma piuttosto commutazione in arte del dolore e della sofferenza mediante l’arte dello scrivere. Bisogna a mio giudizio coltivare questa disciplina con progetti complessi che traggano materia dall’esperienza tanto clinica quanto letteraria, il tutto con l’obiettivo di incrementare il grado di empatia tra medico e paziente.
Ma scrittura e medicina in che modo, esattamente, si intersecano e che cosa nasce dallo scambio?
Si tratta di un rapporto antico che assimila le due arti poiché entrambe si fondano sull’indagine dell’uomo e sulle sue connotazioni più profonde. Il medico scrittore più celebre è l’evangelista Luca e nei secoli abbiamo avuto figure illustri di medici della letteratura come Céline, Conan doyle e Cronin, e anche gli italiani Tobino, Tumiati, Levi e Bonaviri.
Anton Čechov andava dicendo che la sua sposa era la medicina, ma per amante aveva la letteratura. Secondo Carlo Cattaneo i medici scrivono per esorcizzare così il dolore con cui ogni giorno si misurano. Personalmente, ritengo che le due cose possano convivere in perfetto equilibrio perché, in fondo, chi scrive e chi prescrive hanno entrambi a cuore l’umanità, della quale indossano gli abiti ogni qual volta iniziano la loro comune ricerca nelle radici dell’anima umana.
“La malattia genera storie” si legge in una delle ultime pagine del testo “Medicina narrativa” di Rita Charon, quasi a sottendere l’intimo legame tra la patologia del complesso soma-psiche e l’espressione letteraria. Una narrazione che costituisce – ed è questo il punto di forza della medicina narrativa – la cura e, in taluni casi, anche la guarigione dalla malattia. La grande potenzialità insita nel racconto consiste insomma nel diventare un autentico strumento terapeutico attraverso la stimolazione empatica indispensabile per un ottimale rapporto tra medico e paziente. Quest’ultimo, in tale ottica, è un vero e proprio produttore di forme di letteratura – sia scritta che orale – e il testo che ne scaturisce “fa da stella polare al dialogo e al processo empatico e curativo” (Neil Novello). Compito peculiare della medicina narrativa, se ne desume, è quello di colmare quello che sempre novello definisce “lo spazio vuoto tra il malato e il protocollo clinico della cura medica”, mentre Rita Charon osserva che “il Sé rappresenta lo strumento terapeutico più potente” per poter prendere in mano la condizione-malattia e così contribuire a una decisiva umanizzazione del rapporto medico-paziente.
Per concludere, la medicina narrativa, associando la parola al farmaco, inaugura un orizzonte di lavoro e di ricerca di chiara impronta umanistica. In questa particolare derivazione della scienza medica ad esser preso in considerazione è l’uomo nell’intera sua espressività esaltata e significata dalla condizione di malattia. E ciò passando per le pene del corpo e della psiche, per quel complessivo e alienante “male di vivere” (di montaliana memoria) che attraversa la storia e l’evoluzione dell’umanità tutta, sì da aprire squarci nuovi e impensati sulla possibilità di cura (e di autocura) della persona.
La valorizzazione della parola – scritta e orale – fa riappropriare l’uomo del suo strumento più rilevante in campo di comunicazione e trasmissione pertanto di conoscenza. Partendo da un uso corretto e mirato delle parole in medicina sarà così possibile costruire una nuova era capace di anteporre alla biotecnologia il capitale umano quale contenitore virtuoso di risorse e qualità indispensabili a un’autentica crescita universale della persona.
Articolo già pubblicato su Messina Medica cartacea del dicembre 2024
Ultimo aggiornamento
11 Maggio 2025, 08:27
Messina Medica 2.0