Responsabilità dei sanitari: ognuno risponde anche per gli errori degli altri?
Data:
16 Agosto 2025
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Nel mondo sanitario è piuttosto diffusa la convinzione che, quando un errore viene commesso da un collega con una specializzazione diversa o con un ruolo superiore, gli altri operatori coinvolti nel percorso di cura non siano responsabili. In altre parole, si tende a pensare che ogni professionista debba rispondere solo del proprio operato e non possa essere chiamato a rispondere degli sbagli altrui.
Questa visione nasce dall’idea che ogni sanitario debba limitarsi a fare bene ciò che rientra nel proprio ambito specifico, senza doversi occupare di quello che fanno gli altri. Ma la legge e le sentenze più recenti della Cassazione dimostrano che le cose non stanno proprio così.
Responsabilità dei sanitari
Il principio di affidamento e i suoi limiti
Nella pratica clinica capita spesso che più specialisti seguano un paziente in modo coordinato, o che si lavori in equipe durante un intervento chirurgico. In questi casi si applica il cosiddetto “principio di affidamento”: ogni sanitario può confidare sul fatto che gli altri stiano operando correttamente, nel rispetto delle regole della buona pratica medica.
Tuttavia, questo principio non significa che un professionista possa ignorare quello che fanno gli altri. Infatti, la legge impone a ogni sanitario un obbligo di diligenza, cioè di agire con attenzione e competenza, anche tenendo conto dell’operato altrui. Se un medico si accorge che un collega sta commettendo un errore, non può far finta di nulla: ha il dovere di intervenire o, almeno, di esprimere il proprio dissenso.
La posizione di garanzia
Nell’ambito sanitario, i professionisti hanno una “posizione di garanzia” nei confronti del paziente. Questo significa che hanno il compito di proteggere la salute della persona in cura. Non basta, quindi, svolgere bene il proprio compito: bisogna anche sorvegliare, per quanto possibile, che l’intero processo di cura si svolga in modo corretto.
Secondo la giurisprudenza, la diligenza richiesta a un sanitario comprende anche un controllo minimo sull’operato dei colleghi, se è ragionevole pensare che un errore altrui possa avere conseguenze gravi. In altre parole, un medico non può “voltarsi dall’altra parte” se nota qualcosa di anomalo o sbagliato nel lavoro di un altro professionista, anche se gerarchicamente superiore.
Il dovere di dissenso
Quando un sanitario non è d’accordo con la scelta fatta da un collega, ha il dovere di manifestare il proprio dissenso. Questo vale anche se il collega in questione è un primario o un superiore gerarchico. Se il dissenso non viene espresso, e si verifica un danno al paziente, anche il sanitario che è rimasto in silenzio può essere ritenuto responsabile.
Naturalmente, non si pretende che ogni professionista stia costantemente a controllare il lavoro degli altri. I giudici chiariscono che non esiste un obbligo generalizzato di sorveglianza continua. Tuttavia, se ci sono segnali evidenti di errore, il medico non può ignorarli.
Il caso della Cassazione: quando si è davvero responsabili
La Corte di Cassazione ha chiarito con la sentenza n. 7002/2025 in quali casi un sanitario può essere ritenuto responsabile anche per gli errori altrui. In sintesi, la responsabilità sussiste quando:
- C’è un bene da proteggere (come la salute del paziente).
- Esiste una norma che affida a uno o più soggetti il compito di proteggere quel bene.
- Le persone a cui è affidata questa responsabilità hanno i mezzi per impedire danni.
Nel caso specifico della sentenza, è stato chiarito che un tecnico di radiologia, non essendo un medico, non può essere ritenuto responsabile della mancata diagnosi che spetta al radiologo. Questo perché, in base alla legge, non rientra nelle sue competenze.
Altri esempi: chirurgo e garze dimenticate
In altri casi, la responsabilità condivisa è stata invece riconosciuta. Ad esempio, la Corte ha condannato un chirurgo che, alla fine di un’operazione, non si è assicurato personalmente che non fossero rimaste garze all’interno del paziente. Anche se l’errore materiale era stato commesso dagli infermieri, i giudici hanno ritenuto che il chirurgo dovesse comunque verificare.
Questo perché, con l’atto chirurgico, il medico assume su di sé la responsabilità generale dell’intervento. Non può quindi limitarsi a fidarsi di quello che dicono gli altri membri dell’equipe.
Il ruolo del capo équipe
Durante gli interventi in équipe, tutti i sanitari devono collaborare in modo attento. Tuttavia, il principale responsabile resta sempre il coordinatore dell’equipe, che ha il compito di dirigere il lavoro e controllare che tutto si svolga in sicurezza. La Cassazione ha chiarito che non è possibile “spezzettare” le responsabilità tra le varie figure: anche il capo équipe deve vigilare sulle attività degli altri.
Allo stesso modo, non è possibile per un medico evitare responsabilità semplicemente dicendo che un altro collega si sarebbe occupato del caso. Ogni sanitario ha una responsabilità piena, nei limiti delle proprie competenze.
Il caso della diagnosi sbagliata
Un esempio concreto di questo principio riguarda un paziente che, lamentando dolori al petto, è stato inviato dal medico di base a due specialisti: un cardiologo e uno pneumologo. Quest’ultimo ha diagnosticato una semplice tracheite, ma il paziente è poi deceduto per una grave patologia cardiaca.
Il medico pneumologo si è difeso affermando che il paziente stava per essere visto anche dal cardiologo. Tuttavia, i giudici lo hanno ritenuto colpevole, perché avrebbe dovuto analizzare con maggiore attenzione le immagini della radiografia e considerare diagnosi alternative.
Quando il medico si assume un compito che non è in grado di svolgere
Un’ultima forma di responsabilità riguarda la cosiddetta “colpa per assunzione”. Si verifica quando un medico accetta di svolgere un compito per il quale non ha le competenze necessarie. È il caso, ad esempio, di uno specializzando che accetta di fare una procedura senza avere l’esperienza sufficiente. Anche in questo caso, il sanitario è responsabile di eventuali errori.
In sintesi
• Ogni sanitario ha una posizione di garanzia verso il paziente, e deve agire sempre con diligenza.
• Il principio di affidamento non esonera dalla responsabilità personale, soprattutto se ci sono segnali evidenti di errore.
• Il medico deve intervenire o esprimere dissenso se non condivide le scelte di un collega.
• I capi équipe hanno una responsabilità maggiore nel coordinare e vigilare sull’intervento.
• La responsabilità si valuta caso per caso, in base al ruolo, alle competenze e ai compiti assunti.
Questo approccio non vuole colpevolizzare i sanitari, ma richiamare l’attenzione sull’importanza del lavoro collaborativo e della vigilanza reciproca, sempre nell’interesse del paziente.
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Articolo pubblicato su Clinicalpractice.it col titolo “Responsabilità d’equipe e responsabilità del singolo: chi risponde in caso di errore?” scritto da CRISTINA LOMBARDO Avvocato, Milano lo trovate al link “https://clinicalpractice.it/blog/post/responsabilita-dequipe-e-responsabilita-del-singolo-chi-risponde-caso-di-errore”
Ultimo aggiornamento
14 Agosto 2025, 12:58
Messina Medica 2.0