Francesco Saporito e il suo “sguardo” sulla disabilità

Data:
18 Dicembre 2025

Francesco Saporito e il suo “sguardo” sulla disabilità

Views: 35

di Giuseppe Ruggeri (*)

febronia

Prima di leggere “Febronia è passata di qui” di Francesco Saporito, non avevo ancora piena contezza di quanto la medicina narrativa possa proporsi – imporsi, anzi – come presidio terapeutico d’eccellenza nella cura delle malattie. Malattie che affliggono come ben sappiamo, non solo il corpo ma anche e specie lo spirito, per tale intendendo il complesso inestricabile di aspetti e vissuti che ciascuno di noi si porta dentro. Ne discutiamo sovente, e con dovizia di particolari, nei nostri convegni scientifici riferendoci a un rapporto – quello tra medico e paziente – che andrebbe rivisitato da cima a fondo anche in considerazione dei potenziali rischi correlati all’impiego dell’intelligenza artificiale. La parola, che partendo dal fonema originario diviene espressione scritta in grado di significare la realtà, può rappresentare un toccasana per quanti soffrono e, dalla loro sofferenza, non potrebbero altrimenti trarre che disperazione. I meccanismi mediante i quali viene reso possibile tutto questo ci sfuggono, così come è ancora lontana dalla nostra capacità di comprensione la catarsi operata dalla mimesi artistica. Una forma di transfert, quest’ultima, che rende percorribili i sentieri del dolore grazie alla bellezza sprigionata dalla creazione che vi sta sottesa.

Tutto questo non mi aveva ancora con pienezza raggiunto prima di percorrere, insieme a Francesco Saporito, gli impervi sentieri d’una narrazione autobiografica che si risolve – come ha subito modo di annotare nella sua prefazione Simonetta Agnello Hornby – in “un profondo inno alla vita”. Uno sguardo, quello di Francesco, puntato sulla condizione di disabilità, la quale si rivolge a sé stessa forte della serenità impressa da quel sincronismo di autoconservazione che riesce a portare nel malato equilibrio e pace interiore. “La SLA, suo malgrado – scrive a riguardo Saporito – mi ha concesso l’opportunità di completarmi, e io questo suo tallone d’Achille l’ho centrato in pieno, usando le frecce d’amore che trovo sparse ovunque nelle mie briciole di forza”.

Un vivido affresco di ricordi centrato sul microcosmo degli affetti familiari della giovinezza abbracciando un’epoca storica ben definita, quella degli anni 70-80 del secolo scorso è la cornice entro la quale si muovono i fili di un racconto che non esito a definire poetico, non foss’altro che per la profonda compenetrazione dell’io narrante con la natura e l’ambiente circostanti. Tutto, di quel piccolo borgo di provincia incastonato nella memoria, costituisce spunto lirico e motivo di vita. Perché la vita di chi scrive, e lo fa per vocazione, è anche e soprattutto quella che si svolge al di là dei confini abituali imposti dalla mera fisicità. Il suo respiro si fonde con quello del mondo da cui è costantemente alimentato in un’osmosi virtuosa che non lascia nulla al caso. E il mondo, per Francesco Saporito, sono ancora i volti e le piccole grandi esistenze dei personaggi – Tano, Febronia, Caloriu, Marè e tanti altri – che hanno popolato quegli anni ormai passati ma rimasti saldamente ancorati nel cuore e nella mente. “Tra un Natale e l’altro, gli anni sono volati e ti sei ritrovato a salire sui treni veri. Quelli delle partenze, dall’odore acre di legno sporco e di malinconia. I treni che proiettano, dai finestrini dove appoggi la fronte e lo sguardo assente e pensieroso, l’immagine della tua ombra e della vita che scorre. Fino a quando, nell’attimo più intimo del viaggio, la voce invadente del controllore che urla ‘biglietto prego’ ti strappa dall’amara dolcezza del guardare fuori. Menomale che per ogni treno che parte ce n’è uno che arriva, il gioco sta nel trovare la coincidenza giusta”.

La dinamica della narrazione è tutta qui, in questa fusione tra ricordi e figure simboliche come quella archetipica del treno che bene riesce a rendere la dimensione del viaggio e delle sue molte tappe di cui sono figura le stazioni di fermata. E c’è in tutto ciò anche un rincorrere, ma senza ansia né concitazione, il senso finale del nostro passaggio in questa terra. Con le dovute domande, beninteso, come quando l’autore si chiede, per subito rispondersi, quale sia l’invisibile trait-d’union che unisce le diverse stagioni della vita. “Possiamo forse dire quali siano stati il giorno esatto o la data o il luogo in cui, per esempio, siamo transitati dall’età giovane della spensieratezza a quella adulta della consapevolezza? E da quest’ultima all’età anziana della saggezza? Tutto è un divenire, un legame di causa ed effetto regolato dal tempo o da qualcosa che lo governa al di fuori del tempo stesso (…) Tutto scorre”.

Duecento pagine esatte di speranza, quelle di questo romanzo, scritte con l’ausilio del puntatore oculare e dunque, è facile immaginarlo, particolarmente impegnative almeno sotto il profilo dell’affaticamento muscolare, oltre che visivo. Ma è il prezzo che Saporito deve pagare alla sua stessa determinazione, a quella volontà di ferro che nutre da oltre dieci anni il suo essere al mondo. Lo sguardo di Francesco sulla disabilità è identico all’attenzione da lui dedicata alla scrittura. “Con la SLA” annota infatti in fin di libro “tutto è cambiato. Le prospettive sono diverse, le angolazioni più marcate, con la stronza nulla può essere lasciato al caso, nemmeno la punteggiatura del pigiama che se fa una piega ti brucia per tutta la giornata la pelle”.

La scrittura è un miracolo e, appunto per questo, viene concessa solo a pochi. Sicuramente a quanti, come chi ha messo insieme questo libro, affondano saldamente i piedi nel proprio passato per trarre lo slancio necessario per vivere il proprio presente e sperare nel futuro. Nonostante tutto.

(*) Presidente Associazione Medici Scrittori Italiani

Ultimo aggiornamento

18 Dicembre 2025, 12:14