Storytelling e Servizio Sociale. Il valore delle narrazioni nei percorsi di cura

Data:
5 Dicembre 2025

Storytelling e Servizio Sociale. Il valore delle narrazioni nei percorsi di cura

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di Patrizia Merlo

La scelta di indagare il tema dell’approccio narrativo nella presa in carico delle persone anziane, nasce dall’esperienza professionale come case – manager nel percorso di dimissioni protette per la Rete Assistenziale Geriatrica del P.O. di Patti – ASP di Messina – dove svolgo la mia professione di collaboratore professionale assistente sociale, a tempo pieno e indeterminato.

L’’interesse verso la persona anziana è legato alle osservazioni dirette di ciò che comporta il passaggio dall’ospedale, istituzione totale, verso la  propria abitazione o  verso una struttura protetta territoriale come la casa di riposo, al fine di accogliere la stessa e assicurando un sistema di protezione per la tutela della condizione di fragilità.

La senilità o invecchiamento è un processo multidimensionale riconducibile a diversi aspetti, biologico, psicologico, cronologico e sociale. Aspetti che unitamente alle caratteristiche proprie dell’individuo, ci consentono di affermare che ciascuno invecchia con una specificità e peculiarità che lo contraddistinguono.

Nella costruzione delle rappresentazioni sociali sull’invecchiamento si insiste sui processi di impoverimento e di regressione rispetto alle capacità, alle relazioni e alle risorse. Pertanto, la persona anziana viene definita fragile per effetto del decadimento progressivo e irreversibile delle funzioni dell’organismo e delle capacità.

Alla fragilità si accompagna la vulnerabilità dell’anziano non esclusivamente riconducibile all’invecchiamento ma anche all’interazione con altri fattori o eventi di natura materiale o traumi psicologici, che provocano perdite di efficienza sempre più gravi con il passare del tempo, che possono comportare una risposta positiva con la capacità di integrare elementi nuovi, oppure negativa, manifestata con l’incapacità di riconoscere il sé.

Tra i fattori materiali che influiscono negativamente sui meccanismi di adattamento della persona anziana si annoverano i percorsi di istituzionalizzazione, più o meno lunghi, tra questi i ricoveri ospedalieri.

Nonostante i luoghi di ricovero odierno, come le unità di degenza ospedaliera, abbiano abbondantemente superato il modello delle “istituzioni totali”, elaborato e descritto approfonditamente da Goffman[1], si può, comunque, affermare che  qualunque forma di  ricovero seppur innovativa ed evoluta,  provoca una spaccatura, una separazione dai luoghi di vita quotidiana, soprattutto dalla propria casa, dal contesto sociale di vita abituale, sottoponendo ad un rigido complesso di regole organizzative.

Pertanto, la persona anziana è catapultata in una nuova dimensione, che richiede l’assunzione di un nuovo ruolo, quello di paziente, sottoposto a terapie mediche, farmacologiche, con una strutturazione di tempi e spazi rigida, una limitazione della libertà fisica, dell’autonomia e con livelli di privacy pressoché inesistenti e soprattutto con una quasi totale chiusura e separazione dal mondo l’esterno.

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Tutti noi abbiamo vissuto durante il periodo recente  della pandemia da Covid-19 gli effetti devastanti della chiusura al mondo esterno,  con significative ripercussioni sulla vita psichica e fisica di tutti i cittadini e  non solo dei pazienti degenti in ospedale.

Il modello organizzativo dei servizi sanitari basata su norme, regole, principi, linee giuda, propende verso una dimensione della presa in carico e del prendersi cura oggettiva e quantitativa in quanto tutto è codificato, misurato, valutato, annullando tutti gli aspetti che non possono essere misurati o calcolatiizzative devono rispettare degli indicatori di efficacia, efficienza ed economicità. Il lavoro di cura è affidato a più professionisti, portatori di più saperi e con sensibilità e obiettivi diversi.

L’eterogeneità professionale rende il lavoro di cura con la persona anziana complesso e, nonostante l’intento di promuovere interventi finalizzati all’autodeterminazione dello stesso, a prevalere è l’immagine dell’anziano oggetto di attenzioni piuttosto che soggetto di intenzioni.

In che modo l’operatore sociale può contribuire al mantenimento dell’individualità della persona anziana durante un percorso di ricovero ospedaliero?

Come aiutare il degente anziano ad essere un soggetto con una propria autodeterminazione invece che un oggetto di cure e attenzioni? Quale ruolo assume la narrazione di sé per raggiungere un nuovo equilibrio positivo?

I colloqui psicosociali, di supporto o semplicemente momenti informali fuori dai compiti istituzionali, sono condizione necessaria per coltivare la reciprocità e la conoscenza dell’altro ma anche per consentirgli di raccontare e raccontarsi.

Questo percorso emerge più facilmente quando la comunicazione, lo scambio sono il più naturali possibile.

Spesso esordire con come va? È una bella giornata vero? Cosa sta facendo? è un modo possibile per raccontare un aneddoto, un evento del passato, una storia personale o collettiva.

L’esperienza del racconto – raccontare e farsi raccontare – a partire dalla reciprocità  con l’altro e i suoi mondi possibili offre l’opportunità al professionista del sociale  di prendere consapevolezza dei mondi possibili,  in quel processo di circolarità tanto caro ai teorici dei modelli di Servizio sociale.

La presa in carico della persona anziana e il percorso di supporto e di cura  che ne consegue implicano la strutturazione di prassi educative, spesso vissute come ostacoli culturali. Ad esempio, il riconoscimento che l’anziano sia destinatario di  azioni educative è estremamente significativo per la difficoltà di trovare delle figure professionali,  dentro contesti organizzativi in cui le priorità sono altre,   che possano adempiere  a questo ruolo. 

L’esperienza professionale e l’utilizzo della tecnica dell’approccio narrativo mi ha permesso di sperimentare  l’importanza del mantenimento dell’individualità della persona anziana quando è soggetta a percorsi di istituzionalizzazione affinché la stessa possa promuovere percorsi di mantenimento delle residue capacità psico-fisiche.

Infatti, quando pianifico e definisco percorsi di dimissioni protette, dedico molto spazio all’ascolto e alla costruzione di rapporti empatici con l’anziano, adoperandomi per rendere il tempo di permanenza in ospedale meno traumatico, spersonalizzante e alienante. Proprio per le specificità della professione sociale ci si muove in maniera privilegiata in diversi luoghi che riguardano la vita delle persone.

Spazi sociali e privati; momenti diversi: formali e informali; con lo strumento del colloquio sociale si conoscono vissuti, esperienze, narrazioni personali di ciascun paziente anziano.

I ricoveri sono quasi sempre vissuti come momenti difficili, accompagnati da paure, ansie, angosce.

Storytelling e Servizio Sociale

Il quadro è complicato da perdita di autonomia, senso di smarrimento, distacco spesso repentino da relazioni significative, abituali e familiari.

L’approccio narrativo, con il racconto, che stimola la costruzione di una relazione empatica, basata sull’ascolto attivo, sull’attenzione verso la persona, si può restituire dignità, rispetto e libertà all’individuo,  limitando gli effetti negati dei ricoveri e migliorando la compliance di cura.

Proprio perché, la narrazione ha il potere di costruire l’identità dell’individuo e quindi di avviare percorsi di cambiamento attraverso la parola parlata.

Il percorso di costruzione dell’identità e la possibilità di cambiamento riguarda tre dimensioni dell’individuo: la dimensione individuale, quella interattiva e quella sociale.

Rispetto alla  dimensione individuale, il soggetto ricostruisce la propria esperienza attraverso le storie. Il sé è una struttura di tipo narrativo attraverso cui il soggetto guarda, comprende e comunica il mondo circostante. La sua strutturazione è il risultato delle narrazioni sul sé, della rappresentazione narrativa sul sé, degli schemi narrativi sul sé.

Gli schemi narrativi e le narrazioni sul sé forniscono all’individuo uno strumento essenziale per interpretare i dati più significativi della sua realtà. Per effetto delle narrazioni sul sé genera, infatti, una forma di comprensione attraverso la collocazione di eventi all’interno di una trama narrativa, che consente al soggetto di maturare un senso unitario e coerente di sé. 
Esempi concreti sono la descrizione di eventi o azioni importanti per la persona oppure il riferimento ad eventi che condizionano e al contempo sono condizionati dal soggetto o ancora la rilevanza di eventi che danno continuità e significato alle esperienze rilevanti per il sé.

Mentre, con la rappresentazione narrativa sul sé gli episodi più rilevanti vengono organizzati e rappresentati come storie.

Invece, con gli schemi narrativi sul sé si procede ad un tipo specifico di conoscenza generale che archivia, crea e ricostruisce le narrazioni sul sé, condizionandone il contenuto.

Il soggetto, inoltre, quando ripercorre e ricrea il proprio percorso di vita si trova a misurarsi con la dimensione temporale infatti, muoversi tra un inizio e una fine attraverso le storie gli permette di costruire la propria autobiografia narrativa. Generalmente,  infatti, la narrazione della propria vita, oltre ad avere campo d’esistenza certo, procede a ritroso, iniziando nel presente cioè il tempo narrativo, si muove verso il passato ossia il tempo della storia, di cui seleziona i frammenti capaci di confermare e motivare la situazione attuale.

Il sé, oltre a muoversi nel tempo, si avvale di una pluralità di voci per tessere la propria narrazione identitaria infatti, l’individuo oscilla repentinamente e costantemente dentro e fuori la propria storia. A tratti ne è l’artefice nel ruolo di narratore e al contempo ne diviene uno o più dei personaggi. È come se si realizzasse un romanzo polifonico in cui il narratore racconta la sua storia ma al tempo stesso scende tra i suoi personaggi. È insieme narratore e attore. Non c’è dunque un regista onnisciente in quanto anche il narratore dipende da ciò che i personaggi dicono, fanno o da come interagiscono.

Il sé si presenta dunque polimorfo, non c’è solo il sé infantile o adolescenziale, ma c’è anche il sé come viene presentato dalle voci dei personaggi che popolano la storia, come ad esempio possono essere la voce materna, paterna o della gente in generale.

In tal modo costruire la propria narrazione identitaria non è più solo un mero atto monologico che si contempla retrospettivamente e ricapitola il corso del proprio sviluppo, ma assume la forma di un dialogo tra vite e i loro possibili scenari.

Per quanto riguarda il piano interattivo, la capacità narrativa si costruisce e si reinventa nell’interazione e, in questo senso, il contesto familiare è il primo e quello più significativo. La famiglia è il luogo privilegiato per eccellenza in cui il soggetto apprende e stabilizza le strategie interpretative e le pratiche argomentative. Facendo riferimento alla famiglia è spinto a precisare i ricordi, ordinare gli eventi e negoziare i significati.

Un percorso che comincia sin dai primi anni di vita quando i bambini cominciano a condividere e a costruire le proprie esperienze di vita nella relazione con i genitori. I bambini, infatti, imparano a padroneggiare le forme e le funzioni del racconto sul passato attraverso le prime conversazioni guidate con l’adulto, divenendo nel tempo capaci di rappresentare il passato e se stessi. Ricordare diviene per il bambino nel tempo un’attività sociale fondamentale per creare storie condivise e rafforzare i legami interpersonali.

Possiamo allora dire che proprio nell’interazione il sé autobiografico diviene sé sociale, assumendo così di volta in volta sempre nuovi significati e nuove interpretazioni.

Per cui il pensiero narrativo non si ferma, incomincia sin da piccoli e continua con la crescita fisica e psichica cambiando la sua forma nell’interazione.

Infine, sul piano sociale possiamo affermare che la costruzione di storie e il loro impiego facilita la comprensione del mondo sociale anche nelle sue incongruenze.

Le narrazioni forniscono quindi dei modelli interpretativi. Collegando le azioni con le conseguenze sul piano dell’intenzionalità, le storie ci offrono uno strumento per interpretare nelle nostre interazioni quotidiane e quelle degli altri.

Ad un livello più personale, le storie permettono alle persone di dare senso alle proprie esperienze e di attribuire un significato a ciò che sarebbe altrimenti una serie sconnessa di eventi.

La narrazione dunque serve a dare un senso alla realtà, ossia a sé e al mondo.

Realtà legate da un rapporto di reciprocità, infatti, ciò che la narrazione permette di capire sul sé influenza e determina la comprensione che il soggetto sviluppa sul mondo e allo stesso tempo comprendere il mondo porta ad importanti acquisizioni nella comprensione del sé. Ma le funzioni bio-psico-pedagogiche dell’approccio narrativo richiedono necessariamente una condizione di reciprocità tra almeno due persone.

Infatti, è sempre necessario uno scambio tra il narratore e qualcuno che lo sappia ascoltare tanto quanto quest’ultimo necessiti del racconto, dando vita ad un movimento circolare di attribuzione di significati e di conoscenza.

Così si dà vita ad un dialogo ermeneutico in quanto la storia prodotta diviene patrimonio comune del narratore e dell’ascoltatore.

Entrambi partecipano con le loro emozioni, significati ed espressioni di sé tanto da poter affermare che da quel momento nasca una nuova storia.

Qui entra in gioco la capacità del professionista di saper condurre una intervista narrativa.

Come sappiamo, le componenti essenziali dell’agire professionale dell’assistente sociale e in generale di chi si occupa di professioni di aiuto sono tre e precisamente:

  • il sapere, il bagaglio delle conoscenze teoriche, metodologiche, organizzative;
  • il saper fare, la capacità di trasformare in operatività quanto si è appreso sul piano teorico quindi le competenze tecniche, le abilità e le esperienze;
  • il saper essere, rinvia a livelli di conoscenza di se stessi e riguarda le caratteristiche personali, gli atteggiamenti, i comportamenti e lo stile personale.

Si tratta di tre aspetti fortemente collegati tra di loro che danno vita ad un lavoro sociale caratterizzato da una stretta relazione tra la dimensione del fare materiale e quella dello stare in relazione.

Non è sufficiente, infatti, essere in possesso di un bagaglio di conoscenze e  teorie.

Un bravo professionista deve essere capace di sviluppare intuito e improvvisazione, non sempre quantificabili per riuscire a personalizzare un intervento e adeguarlo alle peculiari esigenze del destinatario.

Tutto questo è valido anche per il colloquio basato sull’intervista narrativa se vogliamo che la stessa faciliti l’emersione di storie, rilevi emozioni e vissuti, favorisca percorsi di costruzione di senso della realtà oggettiva e degli eventi che la caratterizzano e del modo in cui gli individui vivono tutto questo.

Soprattutto l’intervista narrativa realizza la sua ragion d’essere quando in fase di validazione dei dati emersi con il lavoro di analisi narrativa si soddisfano molteplici finalità.

Infatti, la validità dell’analisi narrativa può dirsi realizzata quando si soddisfa il criterio della plausibilità cioè una interpretazione è convincente se le conclusioni teoriche alle quali l’intervistatore approda, sono confermate dai resoconti degli intervistati.

La corrispondenza tra i dati raccolti e la restituzione all’intervistato in modo che lo stesso possa formulare le proprie valutazioni.

Si garantisce un utilizzo pragmatico e condivisibile dei dati raccolti anche  da parte di  intervistatori e ricercatori.

Ecco perché è importante seguire uno schema metodologico ben preciso.

Quindi, anche l’intervista narrativa segue lo schema proprio dell’intervista con una iniziale relazione asimmetrica tra intervistatore, nel nostro caso l’assistente sociale, e intervistato-utente-paziente ma, la simmetria si riacquista mediante lo scambio tra i due attori nel momento in cui l’intervistato racconta, narra la sua storia e l’intervistatore offre il suo ascolto, partecipando attivamente e cercando di comprendere i contenuti della narrazione nella direzione di ciò che si sta cercando.

Una simmetria basata su percorsi di scambio e partecipazione che coinvolge i due protagonisti e implica chiarezza da entrambe le parti. E’ fondamentale, infatti, che  sia chiaro ciò che uno chiede all’altro e che l’altro comprenda le risposte date.

Pertanto, è necessario costituire una relazione positiva e aperta che favorisca il dialogo, formulando  domande utilizzando termini semplici, facilmente comprensibili e immediatamente accessibili, adeguando la comunicazione alle esigenze dell’intervistato.

Quasi sempre la possibilità di formulare domande aperte che lasciano spazio all’interlocutore è la condizione esclusiva che agevola il discorso narrativo. Così facendo si favorisce l’emersione di emozioni e di pensieri.

Il rispetto del silenzio e  delle pause, senza il timore degli spazi comunicativi apparentemente vuoti perché privi di parole, rappresenta una opportunità comunicativa cosi come, approfittare di momenti particolari per focalizzare l’attenzione su qualche aspetto o punto di interesse o prestare attenzione al tono della voce.

Una particolare attenzione è da riservare alla fase della registrazione delle informazioni.

Infatti, la raccolta di dati significativi deve essere effettuata in maniera tale da non influenzare il setting e deve essere il più possibile affidabile, in termini qualitativi e quantitativi.

Solitamente, questo processo è affidato all’intervistatore e alla sua capacità di memoria e di raccolta dati  con appunti scritti.

La trascrizione deve avvenire in tempi molto brevi e in maniera oggettiva e impersonale, senza che sia influenzata dalle emozioni o dai processi selettivi di chi raccoglie i dati e le informazioni.

La registrazione dovrebbe essere una fedele riproduzione della narrazione anche se, alcuni aspetti come ad esempio ciò che attiene il metalinguaggio, non possono essere riportati con facilità.

Una buona registrazione è utile affinché si possa poi procedere all’analisi della ricerca dei significati e delle possibilità di interpretazione delle narrazioni.

A tal proposito l’intervistatore può seguire due percorsi differenti: l’approccio olistico e  quello della grounded theory.

L’ approccio olistico tiene sempre in considerazione il cosa, il come e il perché delle narrazione stessa. Proprio perché ogni narrazione implica una interpretazione del contenuto strettamente connesso al contesto, alla finalità e all’interazione tra narratore e ascoltatore.

L’obiettivo di una intervista narrativa è sempre quello di ipotizzare un’interpretazione plausibile di ciò che viene raccontato, di come  e perché è raccontato ed esula dalla ricerca solo di un vero significato.

Possiamo, dunque, distinguere tre diversi momenti dell’analisi narrativa:

  • analisi paradigmatica, basata sul contenuto della narrazione  (cosa si racconta). La ricerca si concentra sulle caratteristiche di ogni storia al fine di produrre generalizzazioni teoriche legate ai processi e alle esperienze di vita;
  • analisi strutturale, si pone l’obiettivo di indagare il come ovvero la struttura, allo scopo di individuare gli schemi ricorrenti e la sequenza narrativa, in modo da far emergere peculiarità specifiche;
  • analisi contestuale, si sofferma sul contesto in cui vengono collocate le narrazioni ponendo l’attenzione sull’influenza del contesto sociale di riferimento  e sul fatto che nessuna narrazione sia priva di influenze esterne.

Invece, l’altra opportunità di interpretazione analitica è quella fornita della Grounded Theory circa la natura generativa del processo di analisi e si concretizza nella opportunità che da una narrazione si possano sviluppare nuove narrazioni, attribuendo nuovi significati e nuove possibilità al materiale raccolto in una relazione di circolarità tra osservazione e elaborazione teorica. 

In conclusione, la narrazione attraversa le culture, le epoche, i luoghi, e connaturata all’uomo.

Non si ha testimonianza di civiltà che non hanno utilizzato la narrazione. Si potrebbe dire che essa è nata con l’uomo, con il nascere della socialità e della relazione interumana.                                                                                     

È attraverso essa che l’uomo si pone in rapporto con il mondo che lo circonda e soprattutto e attraverso i racconti che tramanda la sua cultura e assicura la continuità fra le generazioni.

Il racconto di storie permette di condividere emozioni ed esperienze, fa si che possano trasferirsi conoscenze utili per la sopravvivenza e dando vita a forme e  modi di relazioni.

È attraverso il pensiero narrativo che diventiamo durante  tutto il percorso di crescita sempre più capaci di descrivere, spiegare e comprendere eventi, atti e comportamenti, inscrivendoli in strutture di senso che sono personali e al tempo stesso connessi con i modi sociali e culturali attraverso cui la realtà è letta e interpretata.

Perciò, il pensiero narrativo ci permette di organizzare le esperienze in racconti che stimolano e orientano le nostre riflessioni, sostenendo i processi di formazione e cambiamento.

Questo perché la narrazione assurge a modello educativo e sociale dove la dimensione formativa è intesa come costruzione del sé e della propria identità nel tempo e coinvolge sia chi racconta sia chi ascolta.

L’attribuzione di significati attraverso la narrazione è un fatto soggettivo, che si rispecchia e amplifica nell’interpretazione dei contesti di vita e di lavoro condivisi con altri.

In tal modo, non solo mettiamo in relazione i nostri stati interiori con la realtà esterna, ma costruiamo e spesso, nelle relazioni d’aiuto alla persona, decostruiamo e ricostruiamo il significato stesso di tali contesti per accedere a livelli di integrazione più rispondenti ai bisogni personali e sociali.

Ecco perché una trattazione dedicata all’approccio narrativo ha permesso di rilevare in quali modi e con quali funzioni la narrazione delle esperienze e sulle esperienze orienta l’identità professionale, le costruzioni di senso dell’agire, le epistemologie implicite ed esplicite sottese alle prassi, fino a giungere alla produzione di modelli significativi e di dispositivi efficaci nell’ambito della formazione.

L’intento è di ricavare indicatori validi per definire una proposta di metodo o, forse, sarebbe meglio parlare di metodi narrativi utili a supportare la problematicità dei ruoli professionali, in particolare di quelli educativi e sociali.

Patrizia Merlo, Assistente Sociale ASP Messina

Ultimo aggiornamento

5 Dicembre 2025, 08:40