L’Ecce Homo e il San Girolamo penitente. Scilla e lo Stretto di Messina nella tavoletta bifronte di Antonello

Data:
18 Febbraio 2026

L’Ecce Homo e il San Girolamo penitente. Scilla e lo Stretto di Messina nella tavoletta bifronte di Antonello

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di Carmelo Micalizzi

Un’“operazione di altissimo livello”, così il ministro della cultura Alessandro Giuli ha definito il recente acquisto da parte dello Stato italiano di un dipinto di Antonello da Messina, forse l’ultima opera esistente sul mercato in collezione privata, sul punto di essere messa all’asta, il 5 febbraio scorso, da Sotheby’s.               

Si tratta di una tavoletta di cm. 19,5 x 14, l’unico “Ecce Homo” antonelliano a noi noto dipinto d’ambo i lati. L’opera, realizzata con la tecnica della tempera grassa negli anni ’60 del XV secolo, fu divulgata da Federico Zeri nel corso delle manifestazioni legate al convegno antonelliano svoltosi a Messina nel 19811. Vi è raffigurato sul recto un Christus patiens realizzato con straordinaria intensità umana, secondo i canoni convergenti del primo Rinascimento e del realismo fiammingo nella resa di un innovativo verismo ritrattistico e dei particolari essenziali del volto che così diviene spazio centrale della passione: i capelli, la barba, le gocce di sangue, le sopracciglia. Giusto quest’ultime, con le estremità fortemente piegate verso il basso incorniciano – come mai era accaduto prima nell’arte pittorica – lo sguardo angosciato, gli occhi velati dal pianto e sono cardine espressivo ineffabile che amplifica la sofferenza di Cristo e che, in Antonello e nei suoi epigoni configura, nella raffigurazione degli “Ecce Homo”, una sorta di autografia. 

Si segnala, di definita derivazione fiamminga, la funzione prospettica del parapetto che mostra la scritta INRI con la rara presenza della N inversa.  Questo particolare talvolta spiegato in chiave esoterica o enigmatica, indica piuttosto un fenomeno della scrittura del primo Rinascimento epoca in cui la grafia classica confluiva in quella gotica. In tale incerto contesto grafico la lettera N veniva talora rappresentata ruotata parzialmente o in toto. Un esempio, giusto per restare in tema di dipinti antonelliani, si riscontra in alcune scritture tardo gotiche e proto rinascimentali con lettere commiste maiuscole e minuscole chiaramente svelate dall’ultimo restauro nel San Michele Arcangelo del Piccolo Museo San Paolo di Reggio Calabria.

É sul verso della tavoletta che ci si vuole soffermare con argomenti in parte già trattati, nel novembre 2019, sulla «Gazzetta del Sud» in un articolo firmato da Sergio Di Giacomo2. Vi è raffigurato San Girolamo penitente. Il santo è al centro, scalzo, in abiti succinti. Un vestimento incerto, al primo sguardo non definito ma, a ben rifletterci, con un significato chiaro e determinato. La parte destra del corpo è avvolta da una lunga veste bianca mentre la parte sinistra è coperta da un cilicio. Vi sono rappresentazioni pittoriche medievali e rinascimentali in cui Girolamo indossa abiti che possono apparire bianchi o cerimoniali e che rimandano alla tradizione che lo vede come un intellettuale, uno studioso, e parimenti, alle vesti bianchi dei Gerolamini, l’Ordine monastico fondato tra il XIV e il XV secolo, attivo in Italia e in Spagna che si ispirò alla vita eremitica del santo, adottando vesti chiare. La parte sinistra del corpo è coperta dal cilicio, una stoffa grossolana e pungente ricavata dal pelo della capra e dai crini del cavallo indossata come strumento di penitenza, nella pratica ascetica con lo scopo di dominare con la sofferenza le pulsioni corporee e favorire la spiritualità.    

La scena inventata da Antonello vede San Girolamo inginocchiato su di un piccolo pianoro terroso mentre, con la mano destra, nella tradizione raccolta da Jacopo da Varazze nella Legenda aurea, in atto penitenziale è sul punto di percuotersi il petto. In alto lo sovrasta un crocefisso. A fronte, poggiato su di una sorta di scrittoio di pietra, vi è un volume aperto, la Vulgatal’Antico Testamento dal santo tradotto “in volgare” dall’ebraico e dal greco durante la sua permanenza in Palestina. Il libro è aperto a metà e le pagine di pergamena si ergono ritte. A fianco vi è poggiato un secondo libro con il piatto visibile di pelle conciata rossa legata da cinque pioli di legno, e un calamaio con inchiostro nero. La scena è ambientata in una gola arida delimitata da pareti calcaree che paiono assumere sembianze zoomorfiche, da radi cespugli e arbusti secchi, come se ne riscontrano nei territori della Palestina in cui Girolamo si ritirò negli ultimi anni della sua vita. 

Nel dipinto sono rappresentati due serpenti che si affrontano o si confrontano e una pianta di verbasco in fiore. Nell’iconografia di San Girolamo i serpenti rappresentano le passioni terrene e le eresie, il veleno dottrinale, che il santo ha combattuto durante la sua vita eremitica nel deserto. Il verbasco, pianta spontanea che cresce nei terreni sassosi e desolati, spesso compare nella iconografia che lo vede penitente nel deserto. Funge da elemento naturale paesistico, simboleggia la durezza della vita eremitica nel deserto ed enfatizza il contesto penitenziale e, con la sua infiorescenza, la dimensione spirituale in cui il santo visse.      

La parte alta del dipinto raffigura un paesaggio con un promontorio che si staglia contro di un cielo ceruleo e un braccio di mare fascinoso per impianto scenico e gradazioni cromatiche. Vi è una barca dallo scafo calafatato e pittato di nero3similea quelle raffigurate da Antonello in scorci dell’Annunciazione del Museo di Palazzo Bellomo di Siracusa e del San Girolamo della National Gallery di Londra, dipinti ambedue realizzati nel 1474. Tanto il promontorio quanto la barchetta si riflettono sul mare dai riflessi verdicci. L’acroterio e la rocca sono quelli di Scilla e il braccio di mare è quello che si apre appena a settentrione dello Stretto. In cima alla rocca vi è il possente monastero fortezza di san Pancrazio, eretto nel IX secolo dai monaci basiliani esuli dalla Sicilia appena occupata dagli arabi su di una torre di guardia bizantina. Il complesso fortificato, nel 1533, venne acquisito e restaurato da Paolo Ruffo di Calabria4.  

È noto come Antonello da Messina abbia spesso riservato nei propri dipinti particolare riguardo alla rappresentazione di paesaggi a lui noti. È nel tema della devotio moderna5 d’ispirazione francescana di cui fu osservante che si propone quindi la lettura del San Girolamo penitente con la raffigurazione del promontorio, della rocca scillese e dello Stretto di mare che nella piccola tavola paiono colti dal punto di vista della “costa viola”, poco chilometri a settentrione di Scilla, dalle colline tra i borghi di Chianalea e Favazzina.  

È viva nel territorio reggino la tradizione cultuale, popolare, letteraria legata a san Girolamo che, salpato dal porto di Ostia, nell’anno 385, sostò a Scilla prima di varcare lo Stretto e affrontare il Mediterraneo nel suo viaggio verso l’Oriente. Il santo ha lasciato informazioni su tale sosta: in modo generico nella sua Apologia contro Rufino (a. 401)6 e, in forma più particolareggiata, nella lettera epitaffio scritta per la discepola Paola (epistola 108, aa. 407-408). Di tale documento ha raccolto memoria il canonico Giovanni Minasi nel capitolo terzo delle Notizie Storiche della Città di Scilla7 pubblicato a Napoli nel 1889. Gli esperti marinai scillesi, esperti delle correnti e delle perturbazioni meteorologiche in mare aperto, dettero a Girolamo consigli che gli furono assai utili per il superamento delle acque dello Stretto e, soprattutto, per il buon proseguimento della navigazione verso il Mediterraneo orientale tanto apprezzati dal Santo da indurlo a rammentare con gratitudine l’episodio nelle proprie memorie. 

Tornando al tema dell’acquisizione della preziosa tavola antonelliana, ci si chiede in quale struttura museale potrà essere conservata, consapevoli del dibattito che ne può derivare, soprattutto politico prima ancora che artistico e cronachistico, con il coinvolgimento delle tre città antonelliane per eccellenza: Messina, città nativa e degli affetti familiari, della sua prima formazione, della bottega; Napoli, luogo della maturazione artistica, discepolo di Colantonio; Venezia, infine, che ne ha consacrato il genio. Potrebbe attuarsi il criterio, ad esempio, sulla traccia della soluzione già adottata per il tritticoantonellianodei Dottori della Chiesa che tuttora coinvolge Firenze e Milano8, di un accordo di ubicazione condiviso, della rotazione espositiva, anche decennale per ciascuna delle suddette tre città9. Un’ipotesi possibile ed equanime. 

NOTE

1 Messina, Museo Regionale, 22 ottobre 1981 – 31 gennaio 1982

2 S. DI GIACOMO, L’occhio “calabrese” di Antonello sullo Stretto in , Messina 10.11.2019   

3 Il colore nero data al luntro, la tipica imbarcazione da pesca dello Stretto di Messina, era dato dalla pece e dalle vernici a base di catrame per impermeabilizzare il legno dello scafo e per mimetizzarlo rendendolo meno visibile dall’acqua per non spaventare i pesci   

4 M. FIORILLO, Il castello Ruffo di Scilla. Da monastero fortezza a residenza feudale a forte militare, Roma 2004

4bis La devotio moderna è un movimento di rinnovamento spirituale sorto nei Paesi Bassi alla fine del XIV secolo caratterizzato da una “pietà” intima e soggettiva. Contrapposto alla religiosità medievale, enfatizzò l’imitazione di Cristo, l’umiltà e la meditazione interiore, influenzando profondamente la spiritualità europea del XV secolo    

6 L’Apologia contro Rufino, composta tra il 401 e il 402 è opera di San Girolamo in cui si affrontano questioni teologiche cruciali dell’epoca, incluse la traduzione e le interpretazioni dei testi sacri  

7 G. MINASI, Notizie Storiche della Città di Scilla, Napoli 1889, libro III, p. 20. NOTA 7: «Ed ecco intanto quel che egli stesso scrive nell’ultima sua risposta contro Rufino, nel libro III delle sue opere intorno al suo arrivo a Scilla: Vuoi tu sapere per ordine la mia mossa da Roma? Dirò in breve. Nel mese di Agosto, facendomi compagnia il santo presbitero Vincenzo e un giovinetto fratello ed altri monaci che ora vivono a Gerusalemme […] giunsi a Reggio facendo un po’ di sosta nel lido di Scilla ove fui informato delle antiche favole e della precipitosa navigazione dell’astuto Ulisse, e de’ canti delle sirene, e della insaziabile voragine di Cariddi. E poiché gli abitanti di quel luogo mi dicevano molte cose, e mi consigliavano di volgere la mia navigazione non verso le colonne di Proteo, ma sì pel porto di Giona, perché la rotta per il primo luogo è proprio di gente che fugge e ha scompigliato l’animo, e pel secondo poi indirizzarsi la gente sicura del fatto proprio, volli piuttosto, traversando il Capo Malio e le Cicladi, prendere la rotta per Cipro». Da queste parole chiaramente si rileva che il santo dottore trovò a Scilla esperti marinai che in quei tempi navigavano in oriente, e lo consigliarono a prendere la via più sicura dirigendosi al porto di Ioppe e non verso l’Egitto per avviarsi con maggior sicurezza e facilità in Gerusalemme». 

8 Il Trittico dei Dottori della Chiesa (1470-1475) è un olio su tavola di Antonello da Messina attualmente condiviso tra Firenze e Milano. 

9Diviso tra le Gallerie degli Uffizi a Firenze (pannello centrale con Madonna in trono e pannello laterale con San Giovanni Evangelista) e le Civiche raccolte d’Arte del Castello Sforzesco a Milano (San Benedetto). Grazie ad un accordo, il trittico è stato riunito con la tavola milanese nel 2015 presso gli Uffizi, con il criterio del prestito a lungo termine

Ultimo aggiornamento

17 Febbraio 2026, 18:18