Quali soluzioni propone la Fondazione Gimbe per risolvere le disuguaglianze del nostro SSN
Data:
8 Febbraio 2026
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Tempi di attesa lunghissimi, pronto soccorso pieni all’inverosimile, difficoltà a trovare un medico o un pediatra di famiglia vicino casa, differenze inaccettabili tra una regione e l’altra, persone costrette a spostarsi per curarsi, aumento delle spese sanitarie private che impoveriscono le famiglie e portano sempre più persone a rinunciare alle cure. Queste sono le caratteristiche del nostro attuale SSN che si sta trasformando da Servizio nato per garantire un diritto previsto dalla Costituzione, in 21 sistemi sanitari regionali diversi, governati dalle regole del mercato, con enormi differenze nell’accesso alle cure che tradiscono i principi su cui è nato il SSN: universalità, uguaglianza, equità. Le cause vanno ad essere ricercate nella mancanza cronica di fondi, nella carenza e nella demotivazione del personale sanitario, insieme all’assenza di riforme coraggiose, tutte cause di declino della sanità pubblica verso un punto di non ritorno.
Dal 2010 al 2019, il SSN ha perso complessivamente oltre 37 miliardi di euro. Circa 25 miliardi sono “spariti” tra il 2010 e il 2015 a causa di tagli fatti per risanare le finanze pubbliche del Paese; altri 12 miliardi sono “evaporati” tra il 2015 e il 2019, quando al SSN sono stati dati meno soldi di quelli previsti, scaricando sulla sanità il contributo delle Regioni alla finanza pubblica.
Di conseguenza, nel decennio 2010-2019 il Fondo Sanitario Nazionale è aumentato di soli 8,2 miliardi di euro, crescendo in media dello 0,9% all’anno, meno dell’inflazione media annua (1,2%). Durante la pandemia (2020-2022) il Fondo è cresciuto di 11,6 miliardi, con una media del 3,4% all’anno, segnando sulla carta la fine dei tagli. Tuttavia, questo aumento è stato assorbito dai costi dell’emergenza Covid, senza permettere un vero rafforzamento del SSN.
Nel periodo dopo la pandemia (2023-2024) il Fondo è cresciuto di 8,6 miliardi, in gran parte assorbiti dall’inflazione e dall’aumento dei costi dell’energia. La Manovra 2025 aumenta il Fondo di 2,5 miliardi per il 2025, portando il totale a 136,5 miliardi. Per gli anni successivi, tranne il 2026 (+3%), gli aumenti sono minimi: +0,4% nel 2027, +0,6% nel 2028, +0,7% nel 2029 e +0,8% nel 2030.
In rapporto al PIL, con la Manovra 2025 il Fondo scende dal 6,12% del 2024 al 6,05% nel 2025 e 2026, per poi precipitare al minimo storico del 5,7% nel 2029. Questo taglio non tiene conto dell’aumento dei bisogni di salute legati all’invecchiamento della popolazione, all’aumento delle malattie croniche e ai costi sempre più alti di farmaci e tecnologie sanitarie.[4] Di fatto, la sanità pubblica continua a essere definanziata, mettendo a rischio i principi costituzionali su cui si basa il SSN.
Le differenze tra territori nel nostro Paese sono drammatiche. Nel 2022, solo 13 Regioni hanno rispettato gli standard minimi, con un ulteriore aumento del divario Nord-Sud: nel Meridione, soltanto Puglia e Basilicata risultano in regola. Inoltre, quasi metà delle Regioni ha avuto risultati peggiori rispetto al 2021.
L’area della prevenzione è la più critica, con 7 Regioni che non rispettano gli standard, seguita dall’area territoriale (5 Regioni) e da quella ospedaliera (1 Regione). Ma le differenze non sono solo tra regioni, in particolare tra Nord e Sud: esistono anche tra città e aree rurali, tra persone con diverso reddito e livello di istruzione, tra uomini e donne.
L’accesso ai servizi sanitari non è più garantito in base ai bisogni di salute, ma dipende fortemente dalla capacità di offerta regionale e locale e da una domanda non sempre appropriata dei cittadini. I dati sulla mobilità sanitaria confermano questo divario ormai incolmabile, mostrando flussi di denaro che scorrono principalmente da Sud a Nord. Nel 2021, Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto hanno generato insieme quasi la metà dei crediti della mobilità sanitaria e il 93,3% del saldo positivo, mentre le Regioni con saldo negativo superiore a 100 milioni di euro appartengono tutte al Centro-Sud.
Al di là delle promesse illusorie, nel contesto di un SSN profondamente indebolito e segnato da una “frattura strutturale” Nord-Sud, l’autonomia differenziata non solo affosserà definitivamente la sanità del Mezzogiorno, ma darà il colpo di grazia al SSN.
Con un effetto paradossale per le Regioni del Nord che, a causa dell’ulteriore indebolimento di quelle del Sud, avranno sì più pazienti che vengono a curarsi da loro, ma non potendo aumentare oltre un certo limite la produzione di prestazioni sanitarie, non saranno più in grado di soddisfare i bisogni di salute dei propri residenti.
Proprio per queste ragioni, in audizione alla Camera e al Senato, la Fondazione GIMBE aveva chiesto di togliere la “tutela della salute” dalle materie su cui le Regioni possono chiedere maggiore autonomia. Non è accettabile rendere legale la “frattura strutturale” Nord-Sud e compromettere l’uguaglianza dei cittadini nel diritto costituzionale alla tutela della salute.
La definizione dei LEP è fondamentale, ma da sola non basta. L’esperienza dei LEA ci insegna che la loro applicazione varia enormemente tra le Regioni e che i controlli spesso non si traducono in interventi correttivi concreti.
Per garantire che i LEP siano davvero rispettati su tutto il territorio nazionale, servono due condizioni imprescindibili: il loro finanziamento e un rafforzamento della capacità dello Stato di indirizzare e controllare le Regioni. Senza questi presupposti, i LEP rischiano di restare un’altra promessa non mantenuta.
La Fondazione GIMBE ha presentato da tempo il suo Piano di Rilancio del SSN: un programma chiaro, in 13 punti, che prescrive la “cura” necessaria a salvare il nostro SSN, oggi gravemente “malato”. Un piano che ha come bussola l’articolo 32 della Costituzione e i principi fondanti del SSN, e che mette nero su bianco le azioni indispensabili per potenziarlo con risorse adeguate, riforme coraggiose e una riorganizzazione radicale e moderna.
Tuttavia, l’attuazione di questo piano non può prescindere da un nuovo patto politico e sociale, che superi le divisioni ideologiche e i cambi di governo, riconoscendo nel SSN un pilastro della nostra democrazia, uno strumento di coesione sociale e un motore per lo sviluppo economico del Paese.
Un patto che chiede ai cittadini di diventare utenti informati e responsabili, consapevoli del valore del SSN, e a tutti gli attori della sanità di rinunciare ai privilegi acquisiti per salvaguardare il bene comune.
Senza un deciso cambio di rotta, sempre più medici e infermieri abbandoneranno la sanità pubblica, lasciando scoperti reparti ospedalieri e pazienti sul territorio; l’accesso alle cure diventerà un privilegio per pochi; sempre più persone saranno costrette a rinunciare a visite o trattamenti per motivi economici.
Nel 2023, già 4,5 milioni di italiani hanno rinunciato alle cure: di questi, 2,5 milioni lo hanno fatto perché non potevano permettersele. È un paradosso crudele: proprio chi avrebbe più bisogno di un SSN universale ed equo rischia di essere abbandonato.
Tutelare la salute della popolazione è un dovere costituzionale, ma anche un imperativo morale ed economico. Il SSN non è un lusso né un peso: è un investimento sulle persone e sul futuro del Paese. Per questo, servono risorse, riforme e visione.
Ultimo aggiornamento
8 Febbraio 2026, 19:35
Messina Medica 2.0