I capelli “nazareni” degli Ecce Homo di Antonello
Data:
22 Maggio 2026
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di Carmelo Micalizzi
Il dipinto bifronte di Antonello da Messina raffigurante sul recto l’Ecce Homo e sul verso San Girolamo penitente, acquisito di recente dallo Stato Italiano e destinato ad essere esposto al Museo Nazionale d’Abruzzo dell’Aquila, mostra segni di consunzione degli strati pittorici sul volto e sulla figura del santo eremita1. Un deterioramento già fatto notare da Mauro Lucco2 nel 2006, nella circostanza della mostra romana dedicata ad Antonello da Messina presso le Scuderie del Quirinale e condiviso, in seguito, da altri storici dell’arte3. Un logorio delle velature della tempera grassa e olio cagionato dall’utilizzo “pietoso” e dai segni di venerazione domestica rivolta al verso dell’icona: gli oscula sancta, i baci di devozione, gli sfioramenti della sacra immagine, tra meditazione e preghiera, del pio possessore. Sovviene, a riguardo, la consuetudine liturgica dell’osculum pacis, il “bacio della pace”4 in uso nella liturgia cristiana delle origini che simboleggiava la fraternità, come pure, per analogie, l’atto del celebrante di offrire al bacio cultuale una sacra effigie un tempo passata di mano in mano tra i fedeli per trasmettere il messaggio di pace nelle funzioni religiose: immagini devozionali comunque non dipinte d’ambo i lati ed esposte in cornici di legno o d’argento.
Di contro, sul recto della piccola tavola, si nota l’assenza di consunzione. Ma è giusto questa integrità della figura dell’Ecce Homo che induce a riflettere: il dipinto, infatti, doveva essere comunque toccato nei momenti di raccoglimento e di preghiera: maneggiato, baciato, determinando così un logorio su ambedue e non su di una sola faccia. Perché dunque solamente il verso del dipinto presenta tracce di usura mentre il recto ne è assente?
Si è piuttosto dell’avviso che anche l’Ecce Homo, alla stessa maniera del San Girolamo, sia stato oggetto di manifestazioni devozionali che hanno richiesto un restauro nella parte superiore del dipinto. Lo mostrerebbero, in particolare, il capo con la corona di spine, la capigliatura dell’Ecce Homo senza la scriminatura al centro e la presenza della strana frangia di capelli sulla fronte tagliuzzata a tratti sghembi forse non riscontrabile in nessuno degli altri esemplari di Cristo sofferente nella pittura fiamminga e del primo Rinascimento italiano: una singolarità iconografica da attenzionare con opportuni approfondimenti.
La plurisecolare tradizione di raffigurare i capelli degli Ecce Homo – dai severi canoni pittorici bizantini alle convenzioni visive fiamminghe e rinascimentali – rimanda ai Nazareni, termine ebraico con cui si indicavano i“consacrati” dai capelli volutamente non curati e non tagliati, spartiti sul capo, la barba incolta, vestiti con una semplice tunica che rifletteva il contesto monacale giudaico del I secolo dove la modestia, la sobrietà e la praticità erano fondamentali.
I capelli degli Ecce Homo di Antonello sono elementi cruciali del messaggio della sofferenza e della umiliazione: capelli lunghi, folti, divisi da una riga in cima al capo che li spartiva ai lati e sulla fronte, intrecciati con la corona di spine, intrisi di sangue, madidi di sudore, ricadenti a ciocche scomposte sul collo e sulle spalle, resi nel dipinto con minuzie quasi fotografiche5.
Quei capelli, che ricadono più chiari, anellati e fluenti, nell’Ecce Homo dell’Aquila si segnalano invece per la foggia sul capo priva di scriminatura, per il colore sordo, monotono, per la tonalità cupa, priva di mezze tinte e di riflessi: capelli opachi, attratti dal fondo scuro sulla parte destra della piccola tavola fin a confondersi e a svanire in esso.
Nel contesto cromatico e formale della capigliatura dell’Ecce Homo si colloca la corona di spine che nella tradizione pittorica fiamminga è resa con estremo realismo, profondo pathos psicologico e un’attenzione minuziosa che coinvolge lo spettatore nella rappresentazione dell’Uomo sofferente.
Riguardo la corona spinosa, la tradizione racconta che fu fatta con rametti di marruca, una pianta dalla corteccia bruno rossastra che cresce sui pendii aridi e assolati del Mediterraneo con cespugli alti anche tre, quattro metri e tralci ramificati e con lunghe e robuste spine. L’arbusto, detto anche “Spina di Cristo” è conosciuto in botanica come Paliurus Spina Christi.
Nella storia dell’arte, dal Mantegna a Lorenzo Lotto, dal Caravaggio al Correggio, a Ludovico Carracci, al Rubens, la corona di spine del Christus patiens si distingue anche per un particolare del tralcio raffigurato con una macchia chiara. Interpretata in vari modi che hanno dato origine a diverse ipotesi, questa macchia è stata infine spiegata con la sezione di taglio del ramo di marruca6.
La corona dell’Ecce Homo dell’Aquila, priva di questo particolare, è invece raffigurata da un unico tralcio nero con spine anch’esse nere e generiche, poggiato sul capo di Gesù come simbolo di una regalità dileggiata7, conforme all’INRI scritto a finto rilievo in basso sul parapetto, ancora in scherno di Colui che fu proclamato Re del popolo ebraico: un attributo essenziale che si pone in antitesi alla raffigurazione delle corone di spine degli altri dipinti del XV secolo. Si osservino infatti le corone degli Ecce Homo di Antonello oggi conservati a Piacenza, a Genova, a Parigi, a New York. Hanno tutte una notevole identità di sfumature cromatiche e di forma: spine brune grigie verdastre, lunghe, aguzze, prominenti, ritte o arcuate, che graffiano e penetrano la pelle della fronte. In queste rappresentazioni di forte impatto emotivo, le gocce di sangue che ne derivano, assieme alle lacrime, accrescono la percezione della sofferenza umana e la dimensione dell’umiliazione. Il tralcio di spine dell’Uomo dei dolori non è solo un attributo raffigurato per ispirare moti dell’animo ma diviene così un elemento centrale e narrativo.
NOTE
1 La roccia bianchiccia dalle linee morbide e dal profilo leonino raffigurata alle spalle del santo, raffigurava forse il leone, per tradizione narrativa e iconografia, legato al santo che si sarebbe consunta a causa dell’uso devozionale del dipinto
2 La consunzione dello strato pittorico fu fatto notare da Mauro Lucco, nel 2006, nella circostanza della storica mostra romana (18 marzo – 25 giugno) dedicata ad Antonello e successivamente commentata da altri studiosi
3 F. ZERI, Dietro l’immagine. Conversazioni sull’arte di leggere l’arte, Milano 1987, pp. 26-28; M. LUCCO, Antonello da Messina. L’opera completa, Cinisello Balsamo (Mi) 2006, pp. 138-141; F. SRICCHIA SANTORO, Il tema dell’Ecce Homo nel percorso di Antonello in Ecce Homo, Antonello da Messina. Genova e Piacenza: due versioni a confronto, Genova 2000, pp. 9-13; M. NATALE, scheda dell’Ecce Homo già a New York in El Rinascimento Mediterraneo, Madrid 2001, pp. 391-396; F. SRICCHIA SANTORO, Antonello. I suoi mondi. Il suo seguito, Calenzano (Fi), p. 118, p.145, n. 49
4 Epistolario Paolino, Lettere ai Romani 16-16: Salutatevi gli uni gli altri con il bacio santo
5 M. MOSCHIN, Antonello da Messina e i volti dell’Ecce Homo in Massimo Gaudio art blog, 28.07. 2019
6 G. BERRA, Il ‘ramo tagliato’ nella corona di spine dell’Ecce Homo di Madrid attribuito al Caravaggio in aboutartonline.com, 11.07.2021, pp.1-38
7 Giovanni 19, 2-3: E i soldati, intrecciata una corona di spine gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora, quindi gli venivano davanti e gli dicevano: «Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi.
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Ultimo aggiornamento
20 Maggio 2026, 20:33
Messina Medica 2.0