Falsi positivi e contaminazioni: la comunità scientifica frena sull’allarme microplastiche nel corpo umano

Data:
23 Giugno 2026

Falsi positivi e contaminazioni: la comunità scientifica frena sull’allarme microplastiche nel corpo umano

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Negli ultimi anni, l’opinione pubblica globale è stata scossa da una serie di studi scientifici di alto profilo che attestavano la presenza di micro e nanoplastiche (MNP) in organi e tessuti umani cruciali, come cervello, testicoli, placenta, sangue e arterie. Tuttavia, un numero crescente di scienziati e chimici analitici sta mettendo seriamente in dubbio la validità di queste ricerche, definendo la situazione una vera e propria “bomba” metodologica. Il sospetto principale è che i dati eclatanti finora pubblicati siano, in molti casi, il risultato di contaminazioni di laboratorio e di errori di misurazione (falsi positivi).
Il problema del rigore scientifico e la “foga” da pubblicazione
Sebbene sia scientificamente indiscutibile che l’inquinamento da plastica sia ubiquitario nell’ambiente, nel cibo e nell’aria, i reali potenziali danni alla salute umana rimangono ancora poco chiari. Le particelle di micro e nanoplastica sono talmente microscopiche da trovarsi al limite delle attuali capacità analitiche strumentali. Molti ricercatori hanno espresso forte preoccupazione per quella che sembra una corsa affannosa alla pubblicazione da parte di team con competenze analitiche limitate. Questa fretta avrebbe portato alla trascuratezza dei controlli scientifici di routine e dei protocolli di qualità standardizzati.
Un’analisi recente ha individuato ben 18 studi che non hanno tenuto conto di un fattore fondamentale: alcuni tessuti umani biologici possono produrre, durante i test, segnali chimici facilmente confondibili con quelli delle plastiche più comuni.
Il caso dello studio sul cervello definito una “barzelletta”
A febbraio ha fatto molto scalpore uno studio secondo cui i livelli di microplastiche nel cervello umano sarebbero in rapido e preoccupante aumento. La ricerca, basata su decine di autopsie condotte tra il 1997 e il 2024, è stata però duramente contestata a novembre da un team di scienziati per via di “problematiche metodologiche” e scarsi controlli sulla contaminazione.
Il dottor Dušan Materić, del Centro Helmholtz per la ricerca ambientale (Germania), è stato categorico nel definire quell’articolo una “barzelletta”, spiegando che:
“È ampiamente noto che il grasso può causare falsi positivi per il polietilene. Il cervello umano è composto per circa il 60% di grasso.”
Materić e il suo team suggeriscono che la tendenza all’aumento rilevata dallo studio originale potrebbe essere semplicemente legata all’aumento globale dei tassi di obesità e non a una reale massiccia invasione di plastica nel tessuto cerebrale. Di contro, l’autore principale della ricerca contestata, il professor Matthew Campen, si è difeso sostenendo che la scienza si trova ancora in una fase embrionale in questo campo e che le critiche ricevute finora mancano di supporti analitici concreti.
Gli altri studi sotto accusa: dalle arterie all’acqua in bottiglia
Il monitoraggio delle MNP ha visto contestazioni su diversi altri fronti clinici:
• Placche carotidee: Uno studio che collegava la plastica nelle arterie a un maggior rischio di infarto e ictus è stato criticato per non aver utilizzato campioni di controllo in sala operatoria utili a misurare la contaminazione di fondo dell’ambiente.
• Apparato riproduttivo: Una ricerca sulla presenza pervasiva di plastica nei testicoli umani (condotta sempre dal team di Campen) è stata giudicata “non sufficientemente robusta” dai colleghi.
• Acqua in bottiglia: Uno studio che dichiarava la presenza di ben 10.000 nanoparticelle di plastica per ogni litro d’acqua è stato bollato dai critici come “fondamentalmente inaffidabile”.
Limiti tecnologici e l’interferenza biologica (Py-GC-MS)
Il cuore del dibattito risiede nella tecnica analitica più utilizzata per misurare la massa delle MNP, nota come Py-GC-MS (Pirolisi-Gascromatografia-Spettometria di Massa). Questo processo prevede la vaporizzazione tramite calore del campione biologico (precedentemente trattato con agenti chimici per dissolvere i tessuti), la separazione delle molecole e la loro successiva identificazione in base al peso.
Uno studio guidato dalla dottoressa Cassandra Rauert (Università del Queensland) ha concluso che questa tecnica non è attualmente idonea a identificare con certezza materiali come il polietilene o il PVC a causa di interferenze persistenti. Se la “digestione” chimica del tessuto umano non è perfetta e rimangono tracce di grasso, lo spettrometro registrerà un falso positivo per la plastica.
Secondo la dottoressa Rauert, molte delle concentrazioni di plastica attualmente segnalate negli organi sono “biologicamente implausibili” e “completamente irrealistiche”. Le particelle di dimensioni comprese tra 3 e 30 micrometri non hanno dimostrato la capacità medica di superare il flusso sanguigno per depositarsi stabilmente negli organi interni.
I rischi di una scienza imprecisa
I ricercatori avvertono che muoversi sulla base di dati alterati o errati è estremamente pericoloso. Da un lato, stime gonfiate e imprecise potrebbero spingere i governi a formulare regolamenti e politiche sanitarie fuorvianti. Dall’altro, la scoperta di errori macroscopici da parte della scienza ufficiale offre su un piatto d’argento argomenti perfetti per le lobby industriali della plastica, che potrebbero sfruttare questi passi falsi per minimizzare o screditare le reali e legittime preoccupazioni ambientali.

L’articolo originale del Guardian è rintracciabile al link: https://www.theguardian.com/environment/2026/jan/13/microplastics-human-body-doubt

Ultimo aggiornamento

22 Giugno 2026, 23:24