Riflessioni di Aldo Di Blasi: Belfagor !?!? Cosa ci fa il fantasma del Louvre per le strade di Messina?
Data:
21 Agosto 2026
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Qualche mese fa ho visto questa figura, coperta da capo a piedi da una tunica nera, che lasciava intravedere solo gli occhi, sul Corso Cavour, nei pressi dell’Università Centrale. Per pochi secondi sono rimasto sbigottito, ma poi ho notato che essa incedeva sommessamente al seguito di un aitante e tronfio uomo barbuto, per cui ho compreso di cosa si trattava.
Ormai i Messinesi si sono abituati a notare per le nostre strade le donne di religione musulmana che indossano l’hijab, il velo classico che copre i capelli e il collo, ma lascia scoperto il viso, ma non ci aspetteremmo mai di vedere un niqab in giro per la nostra città. Eppure ci sono. Dopo di allora, mi è capitato di incontrarne altri, in varie zone, dal centro alle periferie. Ero convinto che la legge italiana vietasse il travisamento del volto in luogo pubblico, quindi ho fatto delle ricerche in tal senso. Già l’articolo 85 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza , risalente al 1931, vieta categoricamente di comparire mascherati in luogo pubblico; inoltre l’art.5 della Legge n. 152/1975 introduce il divieto di indossare caschi o mezzi atti a rendere difficile l’identificazione della persona, senza giustificato motivo (come il passamontagna per chi scia in alta quota o l’uso del casco per motociclisti).
Il divieto di circolare con il volto coperto è ovviamente giustificato dall’esigenza imprescindibile dello Stato, per ragioni di ordine pubblico, di consentire l’identificazione di ogni persona.
Ricordo ancora con raccapriccio che alcuni anni fa, in Emilia e Romagna, nel periodo in cui si toglievano i crocifissi dalle scuole e dai luoghi pubblici per non offendere (?) la sensibilità religiosa degli islamici, venivano rilasciato carte di identità a donne ( e se poi fossero stati uomini?) con la foto a volto completamente coperto , in nome di una assurda demagogia tipica di certi retrivi settori politici, tendente a dimostrare di essere inclusivi, tolleranti, rispettosi dell’identità religiosa e culturale delle persone.
Per fortuna varie sentenze ultimamente hanno stabilito che non costituiscono aspetti di discriminazione le norme regionali che vietano l’accesso agli ospedali a chi indossa il velo integrale, per la necessità di bilanciare il diritto alla libertà religiosa con le esigenze di pubblica sicurezza e ordine pubblico, particolarmente in contesti di allarme sociale per attentati. In Italia, diversamente dalla Francia, non esiste una legge statale che vieta in modo specifico il burqa o il niqāb. Un testo unificato adottato nel 2011 dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera che modificava la legge n. 152/1975 introducendo espressamente il divieto esplicito di burqa e niqāb, per le solite demagogiche opposizioni “progressiste” non è stato approvato in via definitiva dal Parlamento italiano della XVI legislatura e non è entrato in vigore come legge dello Stato. Purtroppo, anche una Risoluzione del 2010 dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, su “ Islam, islamism and islamophobia in Europe” ha manifestato la perplessità che un divieto ufficiale del velo integrale possa produrre l’effetto di rendere “invisibili” le donne islamiche che lo indossano (volontariamente o molto più spesso per imposizione) allontanandole dagli spazi pubblici, vanificando i tentativi di integrazione dei musulmani nelle società europee (ammesso sempre che lo vogliano, cosa di cui c’è molto da dubitare).
Dal vocabolario Treccani, alla voce “velo”, si legge: “L’obbligo islamico del velo non trova nel Corano che un generico riferimento (XXIV, 31; XXXIII, 32-33); tuttavia l’invito coranico al pudore e alla modestia rivolto alle donne è stato poi interpretato dalla tradizione come legato all’adozione di un particolare tipo di abbigliamento. Il v., hijāb (ḥiğāb) nell’accezione più generica, ma assume altri nomi a seconda delle sue diverse tipologie, viene introdotto su imitazione degli usi bizantini e sasanidi e, in un primo tempo, limitato alle donne di più alto lignaggio,
in particolare alle mogli del Profeta, come segno di distinzione. Il processo di urbanizzazione che la società arabo-musulmana vive a partire dall’ ottavo secolo ne consolida l’uso con una conseguente maggiore segregazione delle donne di tutti i ceti, a esclusione di quelli più bassi e dei ceti rurali.”
Attualmente, i Paesi che richiedono di indossare il velo obbligatoriamente sono l’Iran (con la sua famigerata e assassina “polizia morale”), l’Arabia Saudita, il Pakistan, l’Afghanistan, lo Yemen e alcuni Stati africani. Di recente, una Provincia dell’Indonesia ha imposto alle hostess delle compagnie aeree in transito, di indossare il niqāb.
Ma da dove deriva l’obbligo diretto alle donne islamiche di indossare questi indumenti?
Nel capitolo 24 del Corano, nel versetto 30, Iddio comanda al Profeta Muhammad quanto segue:“…e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro khumur (il velo che copre la testa) fin sul petto…” Nel capitolo 33, versetto 59, Iddio impartisce altro comando al Profeta :“O Profeta, di’ alle tue spose, alle tue figlie e alle donne dei credenti di coprirsi dei loro jalabib” (ampio indumento esterno.”
E’ evidente che il Corano non prescrive espressamente né il burqa né il niqāb. L’uso di questi “indumenti” deriva verosimilmente da pratiche ancestrali tribali di alcune popolazioni misogene, patriarcali, maschiliste, che hanno trovato legittimazione nelle varie interpretazioni del Corano, adattate ai loro scopi e intendimenti discriminatori, oppressivi, segregazionisti e possessivi nei confronti delle donne , spacciandole per manifestazioni inalienabili dell’identità religiosa e culturale. Intendimenti che non sono prescritti nel Corano, che riconosce l’uguaglianza tra i sessi davanti a Dio, tuttavia indicando ruoli differenziati per genere e disparità di diritti e doveri riguardo alla famiglia e alla società.
Nel frattempo, fra contestazioni, approvazioni, ignavia o indifferenza, di fronte alle tante “Belfagor” che passeggiano per Messina al seguito del loro Qiwama, ancora a Messina esiste qualche persona di raro lucido raziocinio. Di recente, il Direttore di un Ufficio postale ha rifiutato un’ operazione finanziaria a una donna che si era presentata col niqāb e che non voleva scoprire il volto per la dovuta identificazione. Coraggiosamente ed eroicamente, direi io (dati i tempi che corrono), ha svolto correttamente il proprio ufficio, secondo le norme vigenti, malgrado le invettive rivoltegli dalla donna nella propria lingua madre.
Redazione AnsaAgosto 19,2026 – News “Il Presidente della Repubblica portoghese, António José Seguro, ha promulgato questo martedì la cosiddetta “legge del burqa”, che proibisce di circolare negli spazi pubblici con il viso coperto. Il Parlamento portoghese aveva approvato la legge il 17 luglio scorso con i voti favorevoli dei partiti di governo (Psd e Cds), di Iniziativa liberale e di Chega, partito dell’ultradestra autore della prima bozza, poi emendata per evitare rischi di incostituzionalità, soprattutto in materia di libertà religiosa.Nella stesura definitiva, la proibizione si basa su motivi legati più alla sicurezza e all’ordine pubblico che alla religione. “A seguito delle modifiche legislative introdotte, il Presidente della Repubblica ha deciso di promulgare”, si legge in una nota emessa dalla Presidenza della Repubblica.”
Ultimo aggiornamento
21 Agosto 2026, 18:07
Messina Medica 2.0