Il Polittico di San Gregorio e il “Silenzio degli innocenti”

Data:
7 Settembre 2026

Il Polittico di San Gregorio e il “Silenzio degli innocenti”

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di Carmelo Micalizzi

Il Silenzio degli innocenti è un film cult del 1991. Diretto da Jonathan Demme, con il titolo originale The silence of the lambs, il thriller ha come protagonisti Jodie Foster nella parte della giovane agente Clarice Starling e Anthony Hopkins nel ruolo dello psichiatra antropofago Hannibal Lecter. Non vi è una lettura univoca che rimandi ai termini “silenzio” e “innocenti” e che spieghi la traduzione italiana del titolo e il suo successo linguistico non solo presso la corte dei cinefili, ma soprattutto come fortunata locuzione oramai entrata nel linguaggio comune.

Per una certa analogia, si prende atto come nell’amabile dialetto messinese sia emblematica la locuzione “u nnucenti! Chi cuppa avi sta criatura nnucenti”; nell’accezione (a torto o a ragione) “l’innocente! Che colpa ha questa creatura innocente”, spesso chiave difensiva, giustificatrice, liberatoria in una malefatta che ha procurato danni riguardo la quale si tenta di discolpare il presunto colpevole giusto perché questo viene proposto (a priori) “nnuccenti”.

Si perdoni la retorica introduzione che – dal mio punto di vista – intende rimandare alle responsabilità nel furto d’arte più clamoroso subito da Messina dai tempi della spoliazione della città da parte del famigerato Francesco Benavides conte di Santo Stefano (1678). Un furto d’arte che è una grave ferita inferta all’anima di Messina e al suo patrimonio culturale avvenuta la sera del recente 15 agosto. La semantica del Silenzio degli innocenti, pertanto, può rinviare (posso anche sbagliarmi) sia alla “innocenza” delle parti in causa e sia al “silenzio” che pare calato sulla vicenda per conto di coloro che (è mia opinione) avrebbero dovuto essere invece la parte più attiva e più sensibile, ciascuno con il proprio ruolo e con le proprie competenze, con ragioni politiche e con ragioni amministrative, giacché queste dipendono da quelle; in un contesto – è bene dirlo e non scordarlo – in cui i nomi dei protagonisti istituzionali della vicenda (se ne facciano una ragione) saranno per sempre stigmatizzati e associati alle cronache del drammatico evento. C’è chi ha espresso con profonda ironia (ma io non sono tra questi) l’opinione che qualcuno di essi meriterebbe comunque di essere punito e relegato nel girone dantesco degli Ipocriti (Inferno, XXIII canto), che precede i Barattieri e segue quello dei Malebolge: gli ipocriti che usano ammantarsi con mantelli indorati all’esterno, ma all’interno rivestiti di piombo.

Non ultima altresì è da commentare la responsabilità delle competenze tecniche: i video e i dispositivi di sorveglianza, ad esempio, se fossero stati disposti a più cerchi tutto intorno all’area museale, avrebbero certamente “catturato” le immagini del mezzo di trasporto in cui furono stipati i dipinti. In parole più semplici: se, come si afferma, fosse vero che tali sistemi di sicurezza, gli allarmi e le telecamere erano funzionanti secondo le regole, come è possibile che si sia portato a termine un furto entrato – a diritto – nella top ten dei furti d’arte del XXI secolo? Forse sarebbero stati più efficaci (si fa per dire) quattro buoni cani da guardia?   

A tale proposito è da attenzionare quanto più volte esposto da Nino Principato, stimato storico di Messina, sulle condizioni di protezione del Polittico, che avrebbe certamente meritato misure di sicurezza più rigorose. Tra tutte era stata studiata e proposta una soluzione tanto semplice quanto efficace: dotare la sala espositiva di una porta blindata da chiudere la sera al termine dell’orario delle visite. L’ambiente sarebbe così divenuto una sorta di caveau, una camera di sicurezza difficilmente accessibile.      

Pur prendendo atto dei commenti giornalistici che in buona fede continuano a cercare di attenuare la cappa di silenzio che purtroppo pare calare giorno dopo giorno sull’avvenimento, sarebbe piuttosto necessario continuare a dare voce alle istanze della città sul furto e definirne le tracce per la comprensione del crimine, per coloro che approfondiranno l’argomento nei tempi futuri.  

Tornando al film Il silenzio degli innocenti, il protagonista, lo psichiatra antropofago Hannibal Lecter, nell’epilogo del thriller, ha modo di raccontare, con spiccato senso di orrido umorismo, alla detective Clarice Starling che uno che faceva un censimento una volta tentò intervistarmi. Mi mangiai il suo fegato con un piatto di fave e un buon Chianti. In questa scena cruciale del film colgo parecchio della drammaticità della grave ladronata al museo e tenterò di spiegarne l’analogia.

Mi piace infatti immaginare il committente del furto, attuale possessore dei tre pannelli del Polittico di San Gregorio, in una stanza segreta di una sua villa, attorniato da diverse opere d’arte gelosamente custodite, per la maggiore parte rubate, che rappresentano il suo unico slancio emotivo in una vita sacrificata agli affari che lo hanno reso milionario. Tra questi vi sono anche i dipinti di Antonello, illuminati con la giusta luce da faretti predisposti. Davanti vi è una comoda poltrona in pelle con un tavolino a fianco che regge una bottiglia di Martini, una tazza di caffè all’americana e un pacchetto aperto di sigarette Marlboro. Un uomo solitario, avanti negli anni, forse misogeno, che siede con le gambe accavallate, lo sguardo vacuo e assorto, inebriato nella visione dei dipinti antonelliani new entry della sua collezione, mentre nel salone si diffonde in una atmosfera ovattata la Suonata a violino per il cembalo di Antonio Vivaldi. Una scena ovviamente immaginata, forse purtroppo verosimile, che rievoca la frase del personaggio di Lecter, inebriato dal suo orribile pasto.

Infatti, alla stessa maniera il “nostro” committente ha cannibalizzato l’anima della messinesità, perennemente messa alla prova da infamie e disastri epocali. Sopravvive comunque – ci si sforza più a crederlo che a dirlo – quella gracile creatura che chiamiamo speranza che pare fare capolino in un angolo in fondo al mitico vaso di Pandora: la speranza che i tre pannelli antonelliani del Polittico di San Gregorio possano tornare alla città a cui appartengono.

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Ultimo aggiornamento

6 Settembre 2026, 22:35