La nostra idea di cura
Data:
14 Settembre 2026
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Vogliamo che i nostri ospedali siano anche belli, “scandalosamente belli”: perché la bellezza diventa segno di rispetto verso persone profondamente segnate dalla guerra o dalla malattia e un luogo bello offre le condizioni essenziali per recuperare dignità nella sofferenza. Gino Strada, chirurgo e fondatore di EMERGENCY
Crediamo che essere curati sia un diritto fondamentale e che, come tale, debba essere riconosciuto ad ogni individuo. Perché le cure siano veramente accessibili, devono essere completamente gratuite; perché siano efficaci, devono essere di alta qualità.
È per questo che abbiamo formulato un modello che abbiamo chiamato EQS (Equality, Quality, Social Responsibility), proposto nel “Manifesto per una medicina basata sui diritti umani” e che ogni giorno è messo in pratica nei nostri ospedali, per proporre il modello concreto di una sanità fondata sui principi di:
Eguaglianza
Ogni essere umano ha diritto a essere curato, senza discriminazioni, con le migliori cure possibili.
Qualità
I sistemi sanitari devono essere di alta qualità, basati sui bisogni di tutti ed essere adeguati ai progressi della scienza. Non possono essere determinati da gruppi di potere né da aziende.
Responsabilità sociale
I governi devono considerare come prioritari la salute e il benessere dei propri cittadini e le cure devono essere gratuite e accessibili per chiunque ne abbia bisogno.
Per discutere del modello da noi proposto, nel maggio 2008 abbiamo riunito sull’isola di San Servolo, nella laguna veneziana, le delegazioni dei ministeri della Sanità di diversi Paesi africani per il seminario “Costruire medicina in Africa. Principi e strategie”.
Insieme a EMERGENCY, i rappresentanti di Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Egitto, Eritrea, Ruanda, Sierra Leone, Sudan, Uganda hanno discusso di come garantire anche ai cittadini africani il diritto a una sanità gratuita e di alto livello. Le conclusioni del seminario sono state elaborate nel “Manifesto per una medicina basata sui diritti umani”, nel quale i firmatari riconoscono il diritto ad essere curati come un diritto fondamentale e inalienabile appartenente a ciascun membro della famiglia umana» e chiedono una sanità basata sull’eguaglianza, sulla qualità e sulla responsabilità sociale.
“Il medico tutela il minore, la vittima di qualsiasi abuso o violenza e la persona in condizioni di vulnerabilità o fragilità psico-fisica, sociale o civile in particolare quando ritiene che l’ambiente in cui vive non sia idoneo a proteggere la sua salute, la dignità e la qualità di vita. […]”. Questo estratto dell’articolo 32 del codice deontologico medico riguardo i “doveri del medico nei confronti dei soggetti fragili” suggerisce una riflessione concreta riguardo la posizione del personale medico nel trattamento della persona migrante nel contesto delle procedure di trattenimento amministrativo. Un frammento del Giuramento di Ippocrate, quello classico, recita: “[…] In qualsiasi casa andrò, io vi entrerò per il sollievo dei malati, e mi asterrò da ogni offesa e danno volontario, e fra l’altro da ogni azione corruttrice sul corpo delle donne e degli uomini, liberi e schiavi”.
Gino Strada, Chirurgo, fondatore di Emergency ha sempre dichiarato, mettendoli in pratica, i principi fondamentali su cui si basa l’attività di Emergency
- Un dovere fondamentale: curare un essere umano non è un favore o una carità, ma un diritto universale e un dovere prima ancora che una legge.
- Senza discriminazioni: L’approccio di Emergency si basa sull’idea di curare chiunque abbia bisogno, senza distinzioni di nazionalità, ceto sociale o schieramento politico.
- Una persona alla volta: Nel suo libro postumo Una persona alla volta, chirurgo ha raccontato come ogni vita salvata rappresenti il fulcro di un’umanità che rifiuta la logica distruttiva della guerra.
L’approccio di Gino Strada e di Emergency è basato sulla cura e l’attenzione alla persona. Anche da qui la nota figura di un medico attento solo al rispetto ed alla tutela della vita altrui e non influenzabile da altri fattori che a tutto appartengono tranne che alla difesa della salute della persona; ma può ancora ravvisarsi una tale figura in un contesto in cui le norme impongono ai medici di sottoscrivere trattamenti degradanti e “patologici” per le persone migranti colpevoli di non avere il giusto titolo a soggiornare in territorio comunitario? La domanda è tutt’altro che retorica dato il ruolo centrale che il parere medico ha nella convalida della procedura di trattenimento di un migrante da parte delle autorità nazionali nell’atto del rimpatrio o nel periodo utile allo svolgersi delle nuove procedure integrate di frontiera introdotte dal recente Nuovo Patto sulla migrazione europeo, entrato in vigore da giugno 2026.
Ma cosa si intende per trattenimento amministrativo? Si tratta sostanzialmente di una forma di detenzione della persona migrante che non è provvista delle autorizzazioni o dei documenti necessari a permanere sul suolo nazionale dello Stato in cui cerca rifugio. In Italia il trattenimento avviene all’interno dei già noti CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio), nati sotto il nome di CPT già nel 1998 a seguito della legge Turco-Napolitano. Ad oggi sono in totale 10 sul suolo nazionale più due in territorio demaniale albanese ceduto alle autorità italiane a seguito di accordo (vedi Protocollo Italia-Albania e la legge 37/2025 che trasforma inserisce i centri di Shëngjin e Gjadër nella rete dei CPR nazionali). Questi centri hanno subito trasformazioni nel tempo circa l’apparato amministrativo e le tempistiche limite di trattenimento dei soggetti migranti detti “irregolari” – quest’ultime in particolar modo si sono viste dilatate nel contesto dei più recenti “decreti sicurezza” – ma hanno sempre mantenuto un elemento comune nel loro svilupparsi, ossia quello di essere luoghi dimenticatoio di violenza dove i diritti fondamentali della persona vengono ridotti a mera carta straccia, tra cui quello all’accesso ai trattamenti sanitari ed all’assistenza basilare. La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità in due differenti report, rispettivamente del 2022 e del 2026, evidenzia come tali luoghi rappresentano un fattore di rischio per la salute mentale, nonché per la possibile diffusione di malattie infettive e per i bassi standard di qualità della presa in carico, anche delle malattie croniche non infettive. Nonostante la natura amministrativa degli illeciti contestati alle persone migranti in ragione della non titolarità di un permesso di soggiorno, tali strutture sono di fatto sprovviste di strumenti per l’assistenza basilare della persona [WHO Regional Office for Europe. Addressing the health challenges in immigration detention, and alternatives to detention: a country implementation guide. WHO Regional Office for Europe, Copenhagen 2022, WHO, Health in immigration detention: evidence brief for policy and practice. Geneva: World Health Organization; 2026]. Diverse sono le testimonianze che riportano l’impossibilità per le persone straniere ivi trattenute di avere accesso alle cure basilari previste nel SSN e, ancor di più, quelle che restituiscono una realtà drammatica di abuso nella somministrazione di psicofarmaci con il solo intento di contenere un disastro umano altrimenti incontenibile.
In un report di Altraeconomia, “Rinchiusi e sedati”, si stima che in alcuni centri (come quello di Milano – Via Corelli) l’incidenza di spesa per psicofarmaci ha raggiunto picchi del 64%. In tal caso, sembra che l’uso di questi farmaci sia tutt’altro che terapeutico nei confronti delle persone ristrette all’interno dei centri di permanenza per il rimpatrio. Per disposizione ministeriale [direttiva del Ministro Lamorgese del 19.5.2022], l’invio di una persona migrante in un CPR necessita di una valutazione sanitaria da parte di un medico afferente al SSN (“valutazione di idoneità alla vita in comunità ristretta”). Si chiede dunque a medici di attestare in pochi minuti lo stato di salute di persone di cui non conoscono né la biografia né il percorso migratorio, per l’invio in luoghi di cui allo stesso modo non si conoscono le caratteristiche organizzative o abitative, né le forme previste per la tutela della salute, né infine le competenze degli operatori. Inoltre, il trattamento delle persone in tali strutture mettono in discussione non pochi punti del Codice di Deontologia Medica, in particolare quello relativo la necessità di rispettare tempi congrui per la valutazione dello stato di salute delle persone e quello riguardante il loro consenso informato per il trattamento dei dati (consenso non richiesto nel caso delle persone migranti che si prevede di inviare ai CPR); ma è soprattutto l’articolo 32 del Codice di Deontologia Medica ad essere messo in discussione, là dove prescrive al medico la protezione di ogni soggetto considerato vulnerabile (situazione che contraddistingue molte delle persone migranti in condizioni di così detta irregolarità). [vedi: “Appello per una campagna di presa di coscienza dei medici sulla certificazione di idoneità delle persone migranti alla vita nei CPR” promossa da SIMM, ASGI e Rete No CPR].
Queste parole vogliono essere un invito alla comunità medica anche messinese ad informarsi sulla patogenicità di questi luoghi e prenderne atto. La Sicilia è un luogo di frontiera e come noto uno dei principali approdi della rotta migratoria mediterranea, senza contare gli hotspot presenti vi sono ben due CPR sull’isola (Caltanissetta e Trapani). In secondo luogo la questione diventa sempre più cogente anche in relazione al citato Nuovo Patto sulla Migrazione europeo che prevede procedura di frontiera diverse da quelle che abbiamo finora conosciuto, allargando a ventaglio ed incrementando il ricorso alla misura del trattenimento amministrativo della persona migrante. In questo quadro le strutture attualmente in funzione come centri di permanenza per il rimpatrio non potranno sostenere i numeri di persone da trattenere, motivo per cui è lecito pensare che il Ministero possa dover individuare nuove aree e, come già accaduto, Messina potrebbe essere una di queste. Il che ci porta a non escludere che anche alcuni medici operanti in città si interfacceranno con procedure simili. Autorizzare l’isolamento di persone per di più in luoghi come i CPR non è assolutamente un atto di cura, bensì l’esatto contrario.
Non si può permettere che il personale medico e sanitario si trasformi in operatore di frontiera. Non si può chiedere a chi ha prestato giuramento nei confronti della vita e della salute di sottoscrivere la costrizione geografica di alcune persone in ambienti che non fanno altro che aggravare e ledere la vita, diritto inalienabile.
La nostra idea di cura è costruire e gestire ospedali in cui noi stessi faremmo curare le persone che ci stanno a cuore.
Per capire se l’obiettivo è raggiunto, ci poniamo una semplice domanda: “Ricovererei mia madre o mio fratello in quest’ospedale?”. Se la risposta è sì, significa che stiamo facendo un buon lavoro.
Contatti Gruppo Emergency Messina
https://www.facebook.com/emergency.messina/
mail: messina@volontari.emergency.it
A cura di
Dott. Roberto Aronica – laureato in Relazioni Internazionali – Messina
Dott. Vito Aronica – Medico – Volontario Gruppo Emergency di Messina
Dott. Orazio Grimaldi – Medico – Coordinatore d’Area Gruppi Emergency Sicilia
Ultimo aggiornamento
12 Settembre 2026, 17:17
Messina Medica 2.0