Retroscena omerici: “Laocoonte: condannato a non essere creduto”
Data:
19 Ottobre 2026
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di Salvo Rotondo
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I racconti legati al ciclo omerico e alla Guerra di Troia sono circondati da una ricca tradizione di aneddoti apocrifi, miti “paralleli” e dettagli non presenti nei testi classici dell’Iliade e dell’Odissea. Molti di questi racconti sono nati in opere successive (come il Ciclo Epico, la tragedia greca o autori latini tra cui Virgilio e Ovidio), sovrapponendosi nell’immaginario collettivo alla narrazione omerica originale. Ciononostante, essi contribuiscono a fornire notizie (vere o romanzate) sugli sviluppi collaterali dei miti greci.
A Troia qualcuno aveva capito la trappola del cavallo, l’aveva denunciata ad alta voce e aveva provato a fermarla. Proprio per questo quell’uomo è stato ucciso, insieme ai suoi due figli, davanti agli occhi di tutti e, paradossalmente, la sua morte è servita a convincere la città che avesse torto. Nella versione resa celebre da Virgilio, Laocoonte era un sacerdote troiano legato a Poseidone, il dio del mare. Viveva dentro la città assediata ormai da dieci anni, ha una moglie e due figli, ed è un uomo che legge i segni degli dèi per interpretarli a beneficio della sua gente.
Quella mattina il sacerdote si trova sulla spiaggia per compiere un sacrificio. La guerra durava da dieci anni, ma improvvisamente, una mattina, i greci non ci sono più: le navi sono sparite, il campo è deserto, la spiaggia vuota e sulla sabbia si erge, enorme, un cavallo di legno. I troiani escono dalle mura increduli, vi girano intorno, lo toccano e qualcuno comincia a dire che si tratti di un dono agli dèi, un’offerta lasciata dai nemici in fuga, finché non emerge la proposta di portarlo in città come trofeo, quale segno tangibile che la guerra sia finalmente finita.
Laocoonte arriva di corsa e vede lucidamente quello che gli altri non vogliono vedere: un cavallo di legno lasciato da un nemico che per dieci anni non ha fatto altro che ingannare non può essere un dono, bensì un’arma. Grida quindi ai suoi concittadini di non toccarlo e pronuncia la celebre frase: “Temo i greci, anche quando portano doni”. Poi, per dimostrare di aver ragione, afferra una lancia e la scaglia con forza contro il fianco del cavallo. Il colpo risuona e il legno rimbomba cupo e cavo; dall’interno, per un istante, si avverte distintamente il suono metallico delle armi che si urtano. Per un momento quella sembra una prova schiacciante del fatto che dentro ci sia qualcosa: Laocoonte ha appena fornito a tutta Troia la dimostrazione fisica che il cavallo è pieno e, in fondo, sarebbe bastato semplicemente ascoltare quel rimbombo.
Ma è proprio in quel preciso momento che il mare si apre e dalle acque, dalla direzione dell’isola dove la flotta greca si è nascosta, emergono due serpenti enormi. Le creature attraversano il mare tenendo le teste alte sopra le onde, prendono terra e puntano dritti verso Laocoonte. I troiani assistono alla scena completamente paralizzati, anche perché i serpenti non si dirigono verso il cavallo né verso la città, ma strisciano decisi proprio verso l’uomo che ha appena parlato. Afferrano prima i suoi due figli, li avvolgono nelle loro spire, li stringono e li divorano sotto gli occhi straziati del padre. Laocoonte accorre disperatamente per salvarli, ma i serpenti catturano anche lui, attorcigliandosi attorno al suo corpo, alle braccia e alla gola. Il sacerdote resiste, lotta e urla; le sue grida, come riferisce chi ha raccontato la storia, somigliano al disperato muggito di un toro ferito. Infine anche lui cede e, quando tutto è finito, i due serpenti scivolano via per andare a rifugiarsi ai piedi della statua di una dea, sparendo protetti sotto il suo scudo di pietra.
Davanti a questo orrore, i troiani concludono l’unica cosa che quella scena sembra logicamente mostrare ai loro occhi: Laocoonte è stato punito. Ha osato alzare la lancia contro un oggetto sacro e gli dèi lo hanno colpito; di conseguenza il cavallo deve essere sacro e va assolutamente portato all’interno delle mura. Così decidono di introdurlo in città e, per far passare proprio quel cavallo, abbattono le porte Scee, ovvero quelle stesse mura che avevano resistito a ben dieci anni di assedio. Lo trascinano fino al centro della città tra canti di festa felici per la fine della guerra, ma quella stessa notte, dal ventre del destriero, escono gli uomini che vi erano nascosti, i quali aprono le porte ai compagni e Troia brucia. Quell’unico uomo che aveva visto giusto è stato ucciso, e per i troiani la sua stessa morte era diventata la prova fatale che si fosse sbagliato.
Link della puntata precedente: https://www.messinamedica.it/2026/10/retroscena-omerici/
Cattura
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Ultimo aggiornamento
14 Ottobre 2026, 19:25
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