La solitudine dei “medici primi”
Data:
14 Gennaio 2019
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di Massimiliano Cavaleri
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In questo modo la nobile mission della medicina viene brutalmente umiliata, offesa, scoraggiata. E così Trecastagni, Nicolosi, Pavia, Tivoli, Cagliari, Lecce, ora questi nuovi accadimenti, solo per citarne alcuni. A Napoli hanno organizzato una “giornata contro la violenza agli operatori sanitari” per far emergere e comprendere la crescita del problema: una vera e propria piaga con numeri raccolti da un sondaggio della FNOMCeO, voluto dal presidente Filippo Anelli, da cui si evince che 4 su 100 hanno subito aggressioni fisiche nell’ultimo anno, e oltre il 50% insulti o attacchi verbali. Dati che obbligano a una riflessione che certamente è già avvenuta in varie sedi in questi ultimi anni, ma soprattutto un’azione del Governo centrale e delle Giunte regionali per limitare il problema e far riacquisire a chi opera nel comparto Sanità quella fiducia e quel senso di sicurezza (il 38% si sente poco o per nulla al sicuro), alla base di una professione già rischiosa e delicata sotto molteplici aspetti. Il nodo cruciale sta nella tanto auspicata equiparazione dei medici a pubblici ufficiali nell’esercizio delle proprie funzioni, che comporterebbe la procedibilità d’ufficio per il reato tentato o commesso: un concetto non condiviso dagli ultimi ministri della Sanità ma oggetto di un disegno di legge all’esame del Parlamento. Secondo molti sindacati e associazioni di categoria – in primis la FIMMG con il presidente nazionale Giacomo Caudo e il segretario Silvestro Scotti – infatti non è sufficiente l’inasprimento della pena, perché spesso le vittime hanno timore a sporgere denuncia e i fatti rimangono impuniti. Senza denunce, non ci possono di certo essere pene. Alcuni paventano che questa equiparazione possa sovraccaricare di oneri il medico, già considerato “incaricato di pubblico servizio”, ma in realtà accade il contrario: che se il medico subisce violenza è un comune cittadino; se invece omette di registrare un intervento di guardia medica, è pubblico ufficiale e scatta l’aggravante dell’omissione di atti d’ufficio.
Giacomo Caudo e Silvestro Scotti
La questione riguarda anche le Regioni: ad esempio, in Sicilia l’art. 8bis del decreto regionale “Accordo regionale di continuità assistenziale”, del 6 ottobre 2010, prevede l’obbligo delle aziende sanitarie provinciali di garantire la sicurezza del personale rispetto a possibili episodi di violenza, con particolare riferimento alle ex guardie mediche. Era prevista una ricognizione sullo stato delle postazioni nell’ottica dell’adeguamento alle norme vigenti. Le misure minime di sicurezza da adottare sono: sistemi diretti di allerta con le forze dell’ordine e sistemi di allarme sonoro; illuminazione efficiente, soprattutto all’ingresso delle sedi; videocitofoni e sistemi di videosorveglianza (come nel caso di Vizzini) con registrazione atti a riconoscere chi si trova all’esterno; porte antisfondamento; grate alle finestre. Cos’è stato realmente fatto? Poco o nulla. E’ il caso in cui a fare la differenza non sono solo leggi e norme ma uomini capaci e determinati al posto giusto, con l’obiettivo fondamentale di non fare provare quella solitudine ai medici come fossero “numeri primi”.
Ultimo aggiornamento
14 Gennaio 2019, 22:02
Messina Medica 2.0