Come le microplastiche potrebbero favorire la resistenza agli antibiotici

Data:
3 Aprile 2025

Come le microplastiche potrebbero favorire la resistenza agli antibiotici

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Le microplastiche, minuscoli frammenti derivati dalla degradazione della plastica, sono ormai onnipresenti sul pianeta. Sono state rilevate in ogni angolo del globo: negli oceani, nelle catene alimentari, sulle montagne, nelle nuvole e perfino all’interno del corpo umano. Di fronte a questa invasione invisibile, la scienza sta cercando di comprendere le conseguenze, molte delle quali ancora sconosciute. Una delle scoperte più sorprendenti riguarda il possibile legame tra le microplastiche e l’aumento dei batteri resistenti agli antibiotici.

microplastica

Un team di ricercatori della Boston University (BU) ha infatti scoperto che i batteri esposti alle microplastiche possono sviluppare resistenza a diversi antibiotici di uso comune. Questo risultato, pubblicato sulla rivista Applied and Environmental Microbiology, solleva forti preoccupazioni soprattutto per le aree densamente popolate e con scarse risorse igienico-sanitarie, come i campi profughi, dove la plastica si accumula facilmente e le infezioni si diffondono rapidamente.
“La presenza di microplastiche è ovunque, ma la loro concentrazione è particolarmente elevata nelle aree svantaggiate. Questo rappresenta un rischio sanitario aggiuntivo per comunità già vulnerabili”, spiegano gli autori dello studio pubblicato su Science Daily dell’11/03/2025 (https://www.sciencedaily.com/releases/2025/03/250311121511.htm).


Un pericolo silenzioso: la resistenza antimicrobica
Secondo le stime più recenti, ogni anno si registrano circa 4,95 milioni di decessi legati a infezioni causate da batteri resistenti agli antimicrobici. Le cause principali di questa resistenza includono l’uso eccessivo o scorretto degli antibiotici, ma anche il cosiddetto microambiente, ovvero il contesto fisico in cui i batteri si sviluppano. Proprio questo elemento è stato il focus dell’esperimento condotto dal laboratorio Zaman della BU, che ha studiato come il batterio Escherichia coli (E. coli) si comporta in un ambiente contenente microplastiche.


Biofilm: lo scudo invisibile
Le microplastiche offrono una superficie ideale su cui i batteri possono aderire e proliferare. Una volta attaccati, i batteri producono una sostanza viscosa chiamata biofilm, che li protegge dall’ambiente esterno e rafforza la loro capacità di resistere agli attacchi, compresi quelli degli antibiotici.
Sebbene i batteri possano formare biofilm su molte superfici, la ricerca ha dimostrato che le microplastiche favoriscono la creazione di biofilm più spessi e resistenti rispetto ad altri materiali come il vetro. Quando gli scienziati hanno esposto questi biofilm agli antibiotici, hanno scoperto che i medicinali non riuscivano a penetrare lo strato protettivo, rendendo inefficace il trattamento.
“I biofilm formati sulle microplastiche sono come case con un doppio strato di isolamento: gli antibiotici non riescono a entrare”, affermano i ricercatori.
Questo fenomeno è stato osservato in numerosi esperimenti, con diverse combinazioni di antibiotici e tipi di plastica, e i risultati si sono dimostrati sempre coerenti.


Un ambiente favorevole ai superbatteri
La presenza di microplastiche non si limita a fornire una superficie su cui i batteri possono crescere: sembra anche favorire attivamente lo sviluppo di resistenze. Lo studio suggerisce che questi ambienti plastici possano incoraggiare la selezione naturale di ceppi batterici più forti, in grado di resistere ai farmaci.
Tradizionalmente, la resistenza agli antibiotici è stata attribuita al comportamento umano, come l’interruzione prematura delle terapie o l’abuso di antibiotici, ma questo studio evidenzia un fattore ambientale e strutturale. In molti casi, le persone non hanno alcun controllo sulle condizioni in cui vivono e sono dunque esposte a un rischio maggiore di contrarre infezioni resistenti.
Nel 2024, si stimano circa 122 milioni di persone sfollate nel mondo, molte delle quali vivono in contesti dove l’accumulo di plastica e la scarsità di igiene favoriscono la proliferazione di batteri pericolosi. Le microplastiche potrebbero quindi rappresentare un ulteriore elemento di rischio per i sistemi sanitari già fragili che assistono queste popolazioni.


Prossimi passi della ricerca
Il team della Boston University prevede ora di verificare se i risultati osservati in laboratorio si riflettano nel mondo reale. In collaborazione con istituzioni e ricercatori internazionali, intendono avviare studi sul campo, analizzando campi profughi e comunità vulnerabili alla ricerca di batteri e virus resistenti potenzialmente collegati alla presenza di microplastiche.
Uno degli obiettivi principali sarà comprendere i meccanismi attraverso cui i batteri aderiscono con tanta forza alla plastica. Secondo una teoria, le plastiche tendono a respingere l’acqua, permettendo ai batteri di aderire più facilmente. Tuttavia, con il tempo, la plastica può assorbire umidità, facilitando potenzialmente anche l’assorbimento degli antibiotici stessi, che verrebbero così “intrappolati” prima di raggiungere i batteri.
Inoltre, è stato osservato che anche dopo aver rimosso le microplastiche dall’ambiente, i batteri precedentemente esposti mantengono la capacità di formare biofilm più forti e resistenti, suggerendo che l’esposizione iniziale può avere effetti duraturi.


Conclusioni
La ricerca della Boston University evidenzia un legame inquietante tra inquinamento da microplastiche e resistenza agli antibiotici, un problema sanitario già considerato una delle maggiori minacce globali del nostro tempo.
I risultati sottolineano l’urgenza di affrontare la questione non solo dal punto di vista medico, ma anche ambientale e sociale. In particolare, le comunità più vulnerabili, come i rifugiati, potrebbero essere disproporzionatamente colpite da questo fenomeno, a causa della combinazione di povertà, esposizione a rifiuti plastici e limitato accesso alle cure.
Ridurre l’inquinamento da plastica, rafforzare le infrastrutture sanitarie nei contesti fragili e investire in ulteriori ricerche sui meccanismi di resistenza sono passaggi fondamentali per affrontare questa nuova, e ancora poco compresa, minaccia invisibile.

Ultimo aggiornamento

2 Aprile 2025, 12:57