4 chiacchiere tra un nomade ed un ambulante
Data:
6 Ottobre 2025
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Vistocogliocchi di Filippo Cavallaro e Riccardo Lacquaniti
chiacchiere
Questa estate a Torre Faro, avevo approfittato di una comitiva che si avviava verso la Torre degli inglesi, così “aggratis”, da nomade, ero entrato al museo Macho scoprendo tante particolarità dello Stretto di Messina, degli esseri che lo popolano in mare e sulle rive, delle correnti che lo animano e ne caratterizzano velocità, temperatura, salinità, trasparenza…
Uscito ci hanno invitato a continuare la visita per presentare la Fondazione Horcynus Orca. Ho scoperto che lo stretto è il protagonista di un romanzo di Stefano d’Arrigo.
Così ho saputo di un messaggio ripetuto più volte dai personaggi del romanzo come una verità, una conoscenza comune per la comunità dei pescatori dello Stretto.
La differenza tra sentito con le orecchie, visto con gli occhi, toccato con le mani.
Sulla spiaggia, mentre ancora ero entusiasta delle novità apprese sulla natura del sito e della cultura degli abitanti, parlavo a voce alta e mi sente un ambulante che cercava di trovare un posto giusto per posizionare la sua sedia pieghevole e riposare.
Lo sento quasi sussurrare:
Chistu non sapi chi sunnu vista, udito, tatto, olfatto, gusto … io staiu pirdennu a ntisa e a vista ill’occhi, e pensu chi prima di parrari savissi a pruvari chi significa campari senza ntisa e senza vista.
Il nomade si ferma e gli dice:
Amico, la natura ci ha dato tanti strumenti per conoscere la realtà. Si possono utilizzare altri strumenti percettivi, altri sensi.
Il corpo ha vari mezzi per conoscere a realtà, parte dai sensi e poi elaborando i segnali dell’esperienza definisce la conoscenza.
Alcuni sensi sono più comodi di altri. Più immediati. A distanza già ci permettono di avere informazioni per cui l’udito che permette di acquisire la descrizione di esperienze fatte da altri, o la vista che da lontano vedendo cosa succede e chi lo fa ci permette di prendere informazioni.
Ambulante:
Fammi capire.
Non poter sentire ti avvicina alla verità, ed addirittura non poter neanche vedere ti espone solo alla verità.
Purtroppo posso dire che ho un malessere che mi accompagna continuamente e che mi impedisce di fare ragionamenti che riguardino la vista e l’udito, e…il tatto che a quanto dici tu sarebbe l’unico senso della verità.
E i primi due, infatti, sono i sensi che mi stanno lasciando del tutto. Mi preoccupa meno la perdita dell’udito, che ancora in parte funziona, anche se mi crea situazioni imbarazzanti, come questa. Ero convinto che fossi più lontano, non si potesse sentire la mia riflessione.
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Nomade:
Ho sentito, ed ora ti leggo cosa mi sono appuntato poco fa della lettura del romanzo Horcynus Orca:
“… Voi sapete la differenza che passa fra il sentitodire e il vistocogliocchi? È la stessa che passa, figuratevi, fra la notte e il giorno. E la notte, non so se lo sapete, è femmina e fa chiacchiere, mentre il giorno è maschio, piscia al muro e porta il fatto.”
Ambulante:
Sarà, ma quello che mi preoccupa ora è la perdita della vista. Oggi per me i colori sono sbiaditi, e spesso solo in bianco e nero. Il mio volto allo specchio è evanescente e mi rado a memoria … e questa scena mi riporta ad un racconto di Kafka.
Nomade:
No, caro amico, quello dello scrittore boemo, è una visione negativa, angosciante, esistenziale, surreale. Si dice che l’odio per il suo corpo, la sua conformazione, la materia di cui è fatto, il peso che lo caratterizza, era dovuto ad una esperienza nel bagno rituale ebraico, il mikveh, quando restando nudo si sentiva fragile, impotente e pieno d’odio verso se stesso.
Ambulante:
Comunque per esperienza non sono d’accordo ad attribuire al tatto ed agli altri sensi lo stesso potere che risidiede nella vista. Guardare una persona negli occhi può rivelare molto più di un dialogo con la stessa. Quando cammino per strada non riconosco le persone, anche amici carissimi, che mi salutano;
Questa progressiva, e a quanto pare inesorabile, perdita della vista mi causa profonda angoscia che cerco di nascondere, o di scherzarci su, ma che emerge prepotentemente proprio nel cuore della notte, quando il buio vorrebbe livellare la capacità visiva di tutti. Mi sveglio e mi assalgono brutti pensieri, attacchi di panico che cerco di dominare.
Nomade:
Il tatto, voglio ricordarti, è un senso di fiducia.
Non tutto si può toccare. Non tutti si fanno toccare.
Permette di avere informazioni su forme, su temperature, sulla ruvidità delle superfici, sulla durezza della struttura, sulla compattezza.
Una ricchezza che spesso si banalizza ma che prima di farsi prendere da brutti pensieri conviene esercitare.
Se allunghi la mano potrai trovare qualcosa di noto, qualcuno che ti vuole bene, o chi ti può aiutare.
Il viandante continuava a parlare ma l’ambulante non lo ascoltava più, era andato per la sua strada con la sua sedia pieghevole sottobraccio.
Chissà se avrebbe avuto conforto dando significato e più valore al tatto.
Ultimo aggiornamento
5 Ottobre 2025, 12:24
Messina Medica 2.0