25 novembre: giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne alla lente delle neuroscienze

Data:
25 Novembre 2025

25 novembre: giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne alla lente delle neuroscienze

Views: 6

di Marinella Ruggeri

In occasione di questa giornata dedicata ad un tema così acceso in tutte le sue implicazioni, da neurologo, mi sento chiamata a riflettere sia sull’evento neurobiologico del freezing cerebrale che colpisce le donne mentre subiscono violenza e che, in alcuni casi, spiega il motivo della mancata denuncia, sia su gli altri danni neurobiologici che conseguono all’abuso e alla violenza.

25 NOVEMBRE - 1

Le vittime di stupro spesso riportano un “congelamento” in risposta alla aggressione, il cosiddetto effetto Freezing, che ha delle basi neuroscientifiche, ossia la immobilità in risposta ad una minaccia estrema è dovuta al BLOCCO dei circuiti cerebrali che forniscono il controllo volontario sui movimenti del corpo. Questo elemento, negli anni, ha influenzato giurati, avvocati, e la società in generale, che si chiede… perché non ha lottato?… Quasi a ipotizzare che ci sia stata l’intenzione ( come si addice all’ambito penale) da parte della vittima, cioè un suo consenso all’atto, dettato dall’assenza di chiari tentativi di resistenza. Questo comportamento involontario spesso scoraggia a denunciare per non essere giudicate e  per non doversi difendere da un meccanismo che la vittima stessa non riesce a spiegare.

 Il 70% delle donne che subiscono violenza presenta questo effetto congelamento, cioè un forte desiderio di fuga ma l’incapacità di muoversi per farlo.

La reazione di fuga,”fight or flight response”, è una reazione  neurologica da stress acuto, in risposta ad un evento percepito pericoloso, che attiva una scarica del sistema nervoso simpatico, mediata da adrenalina, noradrenalina e cortisolo con immediata capacità di fuga.

 In risposta ad una minaccia, la memoria profonda progettata geneticamente nel nostro cervello, si attiva per proteggerci e renderci più capaci di tollerare il dolore. Può accadere che davanti ad un forte pericolo improvviso, si vada incontro ad una paralisi temporanea che può durare da pochi secondi a diversi minuti e chi ne è colpito appare come assente, incapaci di muoversi e di parlare, come depersonalizzato, spettatore distaccato dal suo corpo e dalle sue emozioni; la percezione della realtà appare irreale, strana e distante. Il corpo si immobilizza, modifica il respiro, il battito cardiaco rallenta, aumenta la sensibilità uditiva e visiva, i muscolo si irrigidiscono.

Questo meccanismo è un segnale di estrema debolezza, una risposta arcaica di sopravvivenza.

Assistiamo quindi ad altissimo numero di violenza e bassissimo numero di denuncia.

Finalmente la recente sentenza della Corte di Cassazione Sez III Penale n 22297 del 13.06.2025 ha accolto il fenomeno, ossia ha appurato che la mancata reazione della vittima non può essere interpretata come consenso. Pertanto nell’ottica di questa nuova sensibilità culturale e giuridica, il freezing diventa criterio giuridico di valutazione!!!

Quando pensiamo alle donne che subiscono violenza, tendiamo ad una presa in carico psicologica della loro sofferenza emotiva, della paura, della vergogna, della rabbia fino alla depressione. Gli studi scientifici nel campo delle neuroscienze, in particolare gli studi neuroradiologici, hanno dimostrato che il trauma induce modifiche profonde nel cervello, tramite i circuiti neuronali attivati dalla ipervigilanza e dallo stress cronico, fino a concretizzare i criteri diagnostici che identificano il Disturbo da stress post-traumatico ( 309.81 del DSM V).

25 novembre

Questo disturbo che in passato, e ahimè, oggi, anche nel presente, viene riferito ai soggetti sopravvissuti alle guerre, trova nel caso dell’abuso, una persistenza nel tempo del trauma che viene subito, e quindi la sua gravità diventa ancora più severa rispetto alla durata dell’abuso e all’età in cui la vittima viene abusata.

Il trauma da abuso prolungato crea una disregolazione sia a livello del sistema nervoso centrale che periferico con alterazioni neuroendocrine e modificazioni delle interconnessioni delle aree cerebrali coinvolte. Da questa alterazione disfunzionale derivano l’incapacità di gestire emozioni intense; l’incapacità di controllare i propri impulsi, disturbi alimentari e del sonno, disturbi sessuali e disturbi di personalità fino a condizioni invalidanti come la depersonalizzazione, la derealizzazione e il disturbo dissociativo di identità.

Le aree cerebrali più coinvolte sono la corteccia frontale e prefrontale, l’ippocampo e l’amigdala, cioè circuiti neuronali deputati a processare e regolare le emozioni, l’apprendimento e la memoria, con inevitabile decadimento neurocognitivo. La violenza riduce la neurogenesi ed induce degenerazione con ripercussioni comportamentali , anche per la conseguente diminuzione dei recettori Beta degli estrogeni e per la riduzione del BDNF , fondamentale nel controllo dell’umore e della condotta.

Può succedere che le persone abbiano una amnesia post-traumatica ossia i ricordi dei traumi maggiori, per un meccanismo di difesa, diventano non accessibili al ricordo consapevole; ma anche se la nostra mente  non ha un ricordo consapevole, il nostro CORPO immaganizza percezioni e si riattiva per stimoli esterni che si riconducono all’evento ossia colori, suoni, odori. Questo fenomeno si chiama Embodiment. Una condizione destabilizzante perché si ha memoria somatica con manifestazioni fisiche del trauma SENZA capire da cosa provengono. La memoria traumatica implicita è un fenomeno caratterizzato da sensazioni fisiche ed emozioni insieme a reazioni fisiologiche operate automaticamente dall’organismo senza una consapevolezza diretta, il recupero non consiste nel dimenticare il trauma ma integrarlo in una narrazione gestibile, trasformando il ricordo da una esperienza che paralizza a una parte della propria storia.

La grande risorsa del sistema nervoso centrale è la sua NEUROPLASTICITA’ che consente una riabilitazione post-traumatica che passi dalla terapia cognitivo-comportamentale, dalla MBSR

(Mindfulness) che tramite esercizi mirati focalizzati sulla consapevolezza del “ qui e ora”, attenua l’ipervigilanza con una significativa riduzione della reattività limbica. Questo percorso consente alle vittime di capire il motivo per cui il loro corpo sente e vive a distanza di tempo una sofferenza inspiegabile e ingestibile; SOLO questa presa di coscienza apre la strada ad un vero percorso di guarigione. La neuroplasticità rappresenta la base su cui si fonda la resilienza necessaria a recuperare e adattarsi dopo eventi così sfavorevoli. Favorire la riorganizzazione neuronale per una migliore gestione delle emozioni, riduce l’ansia e la depressione e costruisce nuove strategie di coping.

Ultimo aggiornamento

24 Novembre 2025, 11:33