HOC ERAT IN VOTIS

Data:
3 Luglio 2026

HOC ERAT IN VOTIS

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di Giuseppe Ruggeri

Ci sono storie che non scrivi dal momento che sono già scritte. Succede come per la bellezza, inutile da cantare dal momento che è già una realtà, un modo d’essere preciso, che non c’è alcun bisogno di ricordare al fine di renderla viva, effettuale.

Ogni città ha la sua storia, la sua bellezza. E i registri di questi due connotati – che definirei precipui oltre che profondamente caratterizzanti – sono davvero tanti perché proprio in questo risiede la grandiosità del Creato e delle sue molteplici espressioni.

Anche Messina ha la sua storia, la sua bellezza, le quali convivono in perfetta armonia e sono fisicamente individuabili nello Stretto. Il “Bosforo di Sicilia” – come Edoardo Giacomo Boner chiamò il breve braccio di mare che collega la Sicilia al continente – unisce in sé storia e bellezza di una comunità millenaria che dal mare – come Venere – è nata, e dal mare continua a trarre la propria linfa vitale.

Cos’è dunque che, meglio di un giardino affacciato sullo Stretto, può connotare – e qualificare – una città come Messina, cosa rappresentarne il più importante biglietto di visita al viaggiatore che si appresta a fare il suo ingresso nell’isola che gli antichi definirono “ianua Siciliae” a sottolinearne la posizione baricentrica nel mar Mediterraneo, padre di tutte le genti?

Ci pensarono certo i messinesi di fine Ottocento, quando concepirono l’elegante “Chalet a mare” che guarniva il lungo viale Principe Amedeo con la sua teoria di piante, aiuole e fontane. Raso al suolo dal sisma del 1908, ne sopravvissero poche vestigia vegetali e architettoniche che, per decenni, continuarono a guardare, orfani, il superbo paesaggio circostante. Impotenti dinanzi alla furia degli elementi ma, soprattutto, dinanzi all’iconoclastia di quanti pensarono bene di riempire quello spazio con i post-moderni padiglioni fieristici e con il manufatto del teatro in fiera, demolito qualche anno fa dopo un protratto periodo d’abbandono e di degrado.

E fu proprio da quella demolizione che prese spunto, nella cittadinanza, il desiderio di riacquistare la fruizione di uno Stretto a lungo negato, un luogo ove l’immaginario collettivo peloritano colloca la propria genesi e, quindi, il proprio necessario sviluppo. Anni di ragionamenti, proposte, silenzi inquietanti, d’incertezza – in una parola – rispetto al destino di quel panorama, unico al mondo, di cui i messinesi volevano a tutti i costi riappropriarsi.  

Personalmente, ho temuto che potesse alla fine prevalere la logica del profitto, di cui la smania palazzinara dei decenni che ci hanno preceduto è la rappresentazione più becera, ho temuto che lo sguardo della città dovesse prima o poi essere privato di tanta storia, di tanta bellezza.

Così non è stato. Fortuna? Assolutamente no. Volontà. Ferma, incrollabile, senza precedenti. Volontà di riprenderci quello che ci era stato tolto. Volontà di ripigliare a camminare sulla giusta strada che non può che essere quella dell’identità, in barba a ogni tentativo di omologazione.

L’Agorà sullo Stretto è tutto questo e tanto altro. Uno spazio dove i messinesi – e anche i non messinesi – possono trovarsi, e soprattutto ritrovarsi, in nome di una storia e di una bellezza comuni. Il lungo viale che, tra verdi aiuole e fontane e gazebi, conduce direttamente alla spiaggia baciata dalle onde dello Stretto è un percorso che porta alla scaturigine di tutto, alla fonte stessa della vita. Un piccolo anfiteatro sovrasta quell’estrema appendice ove la sabbia ha preso il posto del prato erboso e che, a sera, brilla illuminato dalle luci del litorale più bello del mondo.

O, quantomeno, del “nostro” mondo.

Hoc erat in votis.

Ultimo aggiornamento

2 Luglio 2026, 16:43