Retroscena omerici: “Ma Ulisse era veramente figlio di Laerte?”

Data:
12 Ottobre 2026

Retroscena omerici: “Ma Ulisse era veramente figlio di Laerte?”

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di Salvo Rotondo

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I racconti legati al ciclo omerico e alla Guerra di Troia sono circondati da una ricca tradizione di aneddoti apocrifi, miti “paralleli” e dettagli non presenti nei testi classici dell’Iliade e dell’Odissea. Molti di questi racconti sono nati in opere successive (come il Ciclo Epico, la tragedia greca o autori latini tra cui Virgilio e Ovidio), sovrapponendosi nell’immaginario collettivo alla narrazione omerica originale. Ciononostante, essi contribuiscono a fornire notizie (vere o romanzate) sugli sviluppi collaterali dei miti greci.

Ma Ulisse era veramente figlio di Laerte?

La descrizione omerica classica vuole che Laerte sia il legittimo re di Itaca e marito di Anticlea. Nella visione omerica dell’Odissea, Laerte è il padre naturale e legale di Ulisse. Dopo l’astinenza e il dolore per la lunga assenza del figlio, si ritira a vivere umilmente in campagna, per poi ricongiungersi a Ulisse nel finale del poema.

Successive descrizioni apocrife, riprese da tragediografi come Sofocle ed Euripide, raccontano invece che Sisifo, il leggendario e astuto re di Corinto noto per la sua punizione nell’Oltretomba, sarebbe stato il vero padre biologico di Ulisse. Secondo il mito, infatti, Sisifo avrebbe sedotto o violentato Anticlea subito prima che questa sposasse Laerte, per vendicarsi di Autolico (padre di Anticlea), un noto ladro che aveva osato rubargli del bestiame. Questa discendenza avrebbe quindi spiegato il multiforme ingegno di Ulisse, nonché la sua capacità di ingannare, la scaltrezza e la doppiezza, grazie a un’eredità genetica incrociata tra quella di Autolico (nonno materno di Ulisse e il più grande ladro e truffatore del suo tempo) e quella del nefasto Sisifo.

Autolico non era uno stinco di santo. In quanto Figlio di Ermes – dio dei mercanti, dei viaggiatori e dei ladri – ereditò l’arte del furto, dell’inganno e della metamorfosi, oltre alla facoltà di rendere invisibili o irriconoscibili le cose che rubava. Ciò gli permetteva di cambiare il colore del bestiame sottratto o di trasformare animali con le corna in animali senza corna, come descritto da Esiodo nel Catalogo delle donne. Fu proprio Autolico a imporre al nipote il nome “Odisseo” (“l’odioso”), profetizzando che avrebbe affrontato l’ostilità di molti. Fu sempre nel corso di una battuta di caccia sul monte Parnaso, insieme al nonno Autolico, che il giovane Ulisse riportò la famosa ferita alla coscia che la nutrice Euriclea riconoscerà anni dopo nell’Odissea, in seguito al suo ritorno a Itaca sotto mentite spoglie.

I continui furti di bestiame perpetrati da Autolico nei confronti di Sisifo erano possibili proprio a causa della capacità di modificare l’aspetto dei capi rubati. Sisifo riuscì a smascherarlo incidendo sotto gli zoccoli dei propri animali la scritta “Rubato a Sisifo”. Scoperto l’inganno, la vendetta di Sisifo fu quella di ingravidare Anticlea prima delle nozze con Laerte.

Cattura

Queste informazioni su Autolico e Sisifo provengono da Omero (Odissea, Libro XIX) e da Esiodo (Catalogo delle donne).

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Ultimo aggiornamento

12 Ottobre 2026, 10:26