La questione medica ovvero l’evoluzione/involuzione del rapporto medico/paziente

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La relazione tra medico e paziente ha subito molteplici cambiamenti nel corso degli ultimi anni che hanno portato ad un ribaltamento dei due ruoli. Infatti, grazie ad una emancipazione dallo stato di malattia, si è assistito al raggiungimento di una posizione di dominanza, da parte del malato non soltanto sul medico ma addirittura sull’intera organizzazione del Sistema Sanitario.
Non molti anni orsono il rapporto medico/paziente risultava sbilanciato invece a favore del medico il quale rivestiva la figura del mattatore sul palcoscenico della malattia, occupando una posizione di predominanza legata all’asimmetria delle conoscenze tra i due ruoli. Il medico, infatti ha cura del malato sulla base delle proprie conoscenze e nozioni, capacità ed esperienze cliniche personali sulla base dei confini dettati dall’etica professionale e dalla deontologia: strumenti di autodisciplina insite nella professionalità. Questo stato di fatto consentiva un tempo il ruolo di detentore del diritto e del dovere delle attenzioni verso l’individuo da curare che però veniva posto in posizione di sudditanza.
Col passare del tempo il rapporto di sottomissione tra terapeuta e paziente ha invertito le priorità di rappresentazione, determinando un ridimensionamento dell’immagine del medico nella società e di contro il riconoscimento di un ruolo di utente prima e di cliente poi. Grazie al beneficio del diritto di salute sancito dalla Costituzione nel suo ruolo di Primo Pagante all’interno di un Sistema che gestisce (nel ruolo di Terzo Pagante) le risorse, attraverso una sempre più pressante ingerenza della politica.
A questo punto il paziente, poi utente e poi ancora cliente si libera dallo stato di malato esigendo sempre più il suo coinvolgimento nell’albero decisionale fino ad assumere un ruolo predominane sulla figura del medico (che da lui dipende economicamente e giuridicamente) e sul sistema (governato dalla politica), imponendo le scelte circa il tipo di cura che si deve attuare per potere obbligatoriamente ottenere la guarigione e il diritto, Costituzionalmente sancito, alla Salute (come se fosse semanticamente corretto potere esigere il diritto all’intelligenza).
E’ chiaro però che quando il rapporto medico/paziente si sviluppa in uno stato di emergenza dove il ritardo decisionale potrebbe portare ad un ritardo dell’azione terapeutica e quindi ad un danno per chi ha necessità di cure immediate, nessuno sano di mente avanzerebbe richieste preliminari di conoscenza, approfondimento e condivisione delle varie opzioni terapeutiche, dei rischi e benefici attesi per comprendere nell’intrinseco il proprio stato di salute e le metodologie di terapia. Cose che farebbero ritardare le cure con la forte probabilità di un esito infausto.
Cosa diversa è il rapporto che si instaura nel tempo in vaste fasce di medicina primaria dove il rapporto è agevolato dal tempo a disposizione per poter impostare una terapia meditata, informata e, fino a un certo punto condivisa.

È chiaro comunque che assecondando le richieste di un paziente sempre più informato ed esigente si corre il rischio di incorrere nell’aberrante sfera della medicina difensiva finalizzata alla riduzione della conflittualità. Con conseguenze nefaste per il paziente, per la società e per la professionalità del medico che rivolgerebbe le proprie energie verso strategie volte a superare in abilità il paziente e i suoi avvocati in caso di contenzioso.

L’essere esigente, da parte del cittadino, rappresenta probabilmente un’arma di distrazione di massa nella realizzazione della comunicazione mediatica. Infatti, in una società dove i fondamentali diritti umani scritti nel DNA della nostra civiltà vengono troppo spesso misconosciuti e calpestati. Proprio perché la legalità trova difficile coniugarsi con l’onestà, l’ingiustizia sociale e l’iniqua distribuzione delle risorse e dei ricavi la fanno da padrone, i posti di potere servono solo ad azioni finalizzate alla gestione del potere stesso. E’ quanto meno sorprendente che l’unica consapevolezza sociale sia rappresentata dalla prerogativa di poter operare le scelte nel campo della salute? Questi comportamenti telecomandati con modalità subliminali portano fatalmente alla cura della malattia e non del malato facendo tramontare il ruolo sociale del medico sommerso da comunicazioni mediatiche aggressive e conflittuali. Questo stato di cose viene amplificato dalle profonde diseguaglianze di salute, di organizzazione e di cultura sanitaria che ciascun cittadino percepisce. Finché non si interverrà in maniera decisa a correggere questa deriva non si vedono sbocchi positivi alla soluzione id questo annoso problema.
Sul fronte medico poi è fondamentale ripensare la formazione dei professionisti, rieducando i meno giovani ai fondamenti dimenticati della medicina, del rapporto umano, della gestione e dell’insicurezza. Non sottovalutando, poi, la formazione dei giovani medici non solo verso traguardi di conoscenza scientifica fini a se stessi, ma soprattutto verso un rapporto con il paziente diverso, più meditato, più partecipato, più umano. Infine lo stato non può non tenere in forte considerazione le aspettative che i medici hanno nei confronti del SSN. Questa è l’unica possibilità di prevenzione dell’insoddisfazione professionale che demotiva il coinvolgimento psicologico facendo scadere in maniera prepotente la qualità delle prestazioni.
La gestione del cambiamento va operata attraverso la presa di coscienza dello stato dell’arte e quindi la percezione della necessità di modificare il proprio punto di vista, ricercando e risolvendo i punti di frizione che fanno inceppare la macchina organizzativa verso il cambiamento e il miglioramento continuo. Evitando di rivoluzionare le scelte e i cambiamenti fino ad ora attuati secondo una logica del cambiare tutto perché nulla cambi.