L’identità messinese tra feste comandate e ricette della tradizione

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di Giuseppe Ruggeri

Un grande giornalista nostro conterraneo – Massimo Caporlingua, che per molti anni collaborò con la pagina culturale de “La Sicilia” – mi disse una volta che il cibo è cultura perché riesce sempre a rispecchiare le usanze e le tendenze di una comunità. La preparazione dei piatti non è mai casuale ma attinge a una sapienza antica che non si limita alla conoscenza degli ingredienti, trae piuttosto da un vissuto dalle salde radici con il passato che la cucina racconta. Elemento identitario pertanto di notevole rilevanza che già l’archeologia ci insegna a tenere in conto – un solo esempio quello degli usi alimentari degli antichi romani affiorati dagli scavi di Pompei – il cibo, con le sue molteplici declinazioni, traccia una mappa inconfondibile dell’evoluzione di quella che, a torto o ragione, ci ostiniamo a definire civiltà.

Neppure Messina sfugge a questa mappa, la quale ne connota la storia millenaria iniziata da una piccola colonia calcidese che, in bocca alla Falce e con sguardo d’aquila rivolto alla scura sagoma della Penisola, insediò il suo primo nucleo abitativo. Di una tradizione gastronomica di tutto rispetto e inconfondibile peculiarità racconta il saggio “Feste e sapori nell’incanto di Morgana” di Nino Sarica, stampato per conto dell’Accademia Italiana della Cucina. Come già s’intuisce dal titolo, Sarica, che ha già ampiamente pubblicato in materia – “Del cucinare in riva allo Stretto”, a cura della Società Messinese di Storia Patria, è stato rieditato proprio un anno fa – indaga, a Messina, sul legame tra feste e piatti di cucina. La sua è la Messina di una volta e di sempre, e alla quale, per fortuna, le ripetute catastrofi e la ‘mala gestio’ politica non hanno ancora tolto il piacere della buona tavola e delle tradizioni a essa collegate. Determinate pietanze – con tutto il valore simbolico che ne accompagna l’allestimento e la degustazione – costituiscono a tutt’oggi per i messinesi un solido riferimento che li ancora a un passato di vicende, costumi e modi d’essere. Una cartina al tornasole che riflette, in modo a volte paradigmatico, il senso del nostro essere nel nido di miti e utopie che è la Sicilia.

Un florilegio di ricette d’epoca entrate a far parte del patrimonio gastronomico e culturale messinese scandiscono il passo del tempo attraverso quattro ricorrenze dalla cadenza quasi stagionale. Le festività pagane del Carnevale e del Ferragosto e quelle cristiane della Pasqua e del Natale finiscono così per identificarsi in piatti – come il ciusceddu, il sanguinaccio e, naturalmente, la ghiotta di pescestocco ancorati indissolubilmente alla tradizione più genuina della nostra terra. Ma, ugualmente, a maschere, figure ed eventi che vantano un retroterra forte nella nostra tradizione – Peppinnappa a Carnevale, le Varette il Venerdì Santo – e quant’altro.

Pregevole la veste editoriale del volume, arricchito dalle note d’apertura di Francesco Trimarchi, Sergio Di Giacomo e Milena Romeo e, in appendice, dal saggio “Il cibo delle stagioni elemento di identità culturale” di Attilio Borda Bossana. Bella l’iconografia, costituita da riproduzioni di opere pittoriche, stampe e fotografie d’epoca che accompagnano un testo sempre puntuale nei riferimenti documentali e, al tempo stesso, di piacevole respiro narrativo. Da diffondere.