“La principessa e l’orso” di Pietro Venuto

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di Giuseppe Ruggeri

La Sicilia, si sa, è terra di tradizioni. Esse nascono da vicende raccontate e tramandate nei secoli che, per essere rappresentate, s’incarnano in riti che puntualmente si ripetono, a suggellare il misterioso patto con un passato il quale, dell’isola, costituisce l’impalcatura portante, la ragion stessa d’essere.

Una di queste tradizioni è, in quel di Saponara – pittoresco borgo collinare d’antica storia risalente quantomeno all’impero di Bisanzio – la storia del brigante Rizzo, vissuto nel XVI secolo. Analfabeta ma assai astuto, feroce ma anche romantico seduttore di femmine, Rizzo, a causa del suo aspetto possente e animalesco, è stato nel tempo soprannominato l’”Orso di Saponara”.

Leggenda vuole che, duecent’anni dopo la sua morte, il principe Domenico Alliata, signore di Saponara, abbia catturato un feroce orso che si aggirava nel circondario seminando terrore. Da allora, ogni martedì prima delle Ceneri, un corteo formato dal principe e la principessa preceduti da un drappello di cacciatori che trascinavano l’orso in catene, prese a sfilare per le vie del paese, a ricordare l’evento.

La processione dell’orso, tuttora in uso a Saponara, suole concludersi con il ballo tra un figurante travestito da orso e una principessa – felice contaminazione, questa, tra due storie che attraversano a tutto spessore l’immaginario popolare. Tanto ha dato spunto a Pietro Venuto, medico e scrittore di fama – è primario di Medicina Interna presso il “Fogliani” di Milazzo e giornalista pubblicista di vecchia data – autore di poesie, romanzi e saggi, per narrarci una delicata storia d’amore ambientata nei giorni nostri.

“La principessa e l’orso” (Pungitopo Editore, 120 pp., 2019) si divora tutto d’un fiato non solo per la scorrevolezza di una trama decisamente avvincente, ma anche per la levità del fraseggio che sa regalare al lettore immagini di rara suggestione. Un’attenzione particolare è rivolta alla descrizione di luoghi dell’anima che per il Nostro sono ovviamente quelli del borgo che gli ha dato i natali.

Saponara con i suoi vicoli e le sue piazze, sullo sfondo della chiostra di colline che la abbraccia, resta l’assoluta protagonista della vicenda. Vi si muovono personaggi diversi – il medico, il farmacista, il ricco imprenditore – disegnati con un sapiente psicologismo che ne eviscera limiti e grandezze. Un affresco, insomma, di una realtà di provincia affacciata sul mondo con tutti i condizionamenti – positivi e negativi – che ne conseguono.

La sfera di sentimenti di due giovani la cui unione è a più riprese osteggiata da discutibili convenzioni sociali è il centro gravitazionale attorno al quale orbita tutta una concatenazione di eventi che finiranno col dare ragione all’amore – sia pure per discutibili opportunistiche motivazioni.

Il registro formale è improntato di un garbato lirismo culminante, a piè di pagina, in preziosi “haiku” che cesellano, capitolo per capitolo, un commento che è quasi uno stato d’animo dell’autore, un suo personale grandangolo sulle successive sequenze della vicenda. E in brani come quello che segue, i quali vieppiù confermano, casomai ve ne fosse bisogno, la decisa vocazione poetica del Nostro: “Abbracciare la speranza/ è sentire nel cuore/ il ritmo dell’Infinito./ Nel mondo della speranza/ la poesia è musica e/ incanto./ Nel giardino della speranza/ gli spiriti della primavera/ fecondano le pietre./ Le zolle sono la speranza/ per le sementi del cielo/ che aspettano la stagione/ per nascere e fiorire./ Abbracciare la speranza/ è la divina provvidenza.”