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Il bambino e il gioco

Il bambino e il gioco

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di Emidio Tribulato

Uno degli elementi fondamentali per un’infanzia soddisfacente e ricca è la possibilità di giocare. Il gioco è forse l’elemento comune più importante e frequente tra gli animali superiori. Vi è, inoltre, un rapporto diretto tra sviluppo intellettivo e cognitivo dell’essere vivente e l’attitudine a giocare. Gli animali inferiori, che hanno istinti ereditari già prefissati, non giocano affatto. I loro piccoli si comportano come gli adulti fin dall’inizio della loro esistenza e pertanto il patrimonio della specie non ha ulteriori sviluppi. Inoltre, le capacità degli animali sono in relazione alla quantità e alla durata che essi dedicano al gioco, in quanto è attraverso di questo che essi acquisiscono sempre più esperienze. Il piccolo agnello gioca poco, il gattino molto di più, gli scimpanzé giocano anche da adulti, ma nessuno ha la capacità di giocare con tanta continuità ed assiduità come il piccolo dell’uomo (Isaacs, 1995, p. 21).
Tutte le ricerche hanno concluso che quando un bambino gioca, sta facendo un lavoro molto impegnativo perché sta conquistando sia la realtà fisica sia il mondo della fantasia e della creatività. È quindi importante dargli gli spazi e gli strumenti più adatti che lo aiutino a muoversi nel regno della fantasia, lasciandoli totalmente liberi. Come dice Bettelheim (1987 p. 211):
”Può darsi che il gioco che ne viene fuori a noi appaia privo di senso o addirittura sconsigliabile, dato che noi non sappiamo a quali scopi serve né come andrà a finire. Per questa ragione se non si prevedono pericoli immediati è sempre meglio lasciare che i nostri figli giochino come vogliono, senza interferire quando li vediamo così assorti. Il tentativo di aiutarli quando non riescono, pur se dettato dalle migliori intenzioni, potrebbe distrarli dal cercare, e infine trovare la soluzione che più risulta loro utile”..
I bambini che hanno scarse occasioni di giocare tendono a presentare gravi carenze o addirittura un arresto dello sviluppo intellettivo, perché nel gioco e attraverso il gioco il bambino esercita i processi di pensiero, e senza una tale pratica il pensiero si appiattisce e si atrofizza (Bettelheim 1987 p. 214-215).
Per il bambino il gioco rappresenta la strada maestra per la sua crescita. Pertanto per i piccoli il gioco è:
• Piacere. Il bambino gode di tutte le esperienze fisiche e affettive vissute durante il gioco.
• Strumento di esplorazione e conoscenza. Il gioco è esplorazione delle emozioni e dei sentimenti. È conoscenza del proprio corpo e del corpo degli altri, degli oggetti inanimati, del mondo che lo circonda e della natura.
• Stimolo allo sviluppo motorio e intellettivo. Mediante il gioco il bambino stimola e sviluppa il suo pensiero, la progettualità, l’agilità, la forza, la memoria, la coordinazione occhio-mano, la spazialità, e così via.
• Veicolo privilegiato di comunicazione e socializzazione. Con il gioco il bambino allarga il contesto delle sue relazioni; apprende a comunicare più efficacemente con gli altri coetanei, ma anche con gli adulti. Mediante la comprensione del punto di vista di chi ha di fronte, diventa consapevole dei suoi sentimenti e dei suoi bisogni. Impara l’importanza delle regole e la loro accettazione. Il gioco allarga i primi scambi sociali del bambino con gli adulti e, fino ai tre anni, è la sua sola modalità relazionale.
Mezzo per lo sviluppo della creatività e della fantasia. Mediante oggetti semplicissimi: qualche legnetto, poche pietre, un po’ di fango, oppure mediante una matita e qualche foglio, uniti a tanta immaginazione e inventiva, il bambino riesce a costruire mille favole e infinite storie, nelle quali si muovono eroi e principesse, draghi e macchine volanti, robot e armi spaziali. Il premio Nobel per la letteratura Tagore, in una sua poesia, così descrive l’enorme capacità del bambino di vivere storie fantastiche, utilizzando ambienti e strumenti poverissimi.
Il paese fatato
Se la gente venisse a sapere
dov’è il mio palazzo reale,
esso svanirebbe nell’aria.
Le pareti sono d’argento
E il tetto e d’oro zecchino.
La regina vive in un palazzo
con sette cortili,
e indossa un gioiello che costa
la ricchezza di sette reami.
Te lo dico in un orecchio, mamma,
dov’è il mio palazzo reale.
È nell’angolo del nostro terrazzo
Dove c’è il vaso di tulsi.
• Contatto e controllo delle proprie emozioni. Giocando con gli altri il bambino riconosce la gioia della vittoria, il sapore bruciante della sconfitta, il calore dell’amicizia, dell’affetto e dell’amore. Impara ad affrontare i piccoli contrasti e le tensioni che si avvertono nel rapporto con se stessi e con il prossimo. ‹‹Allorché assume la veste di gioco simbolico, drammatico, di ruolo e di finzione assolve, attraverso rituali iterativi e meccanismi di identificazione e di proiezione, ad una preziosa funzione liberatoria e terapeutica, esorcizzando paure e angosce e liquidando impulsi aggressivi, distruttivi e vissuti di ostilità›› (Nobile, 1994).
• Palestra per l’autonomia personale e sociale. È anche mediante il gioco che il bambino acquista fiducia in se stesso e negli altri e quindi impara a fare a meno dell’aiuto e del supporto continuo dei genitori nei suoi bisogni quotidiani.
• Occasione per la sua formazione morale e civile. Nel gioco di gruppo, governato da regole fisse e cogenti, il soggetto impara a osservare le norme, a improntare il proprio comportamento a principi di lealtà, di correttezza e di rispetto per l’avversario. Apprende a testimoniare atteggiamenti di fedeltà al proprio gruppo o banda. Riconosce l’importanza dell’avvicendamento, della cooperazione, della distribuzione dei compiti, della turnazione. Tutte queste acquisizioni confluiscono nel più ampio capitolo della formazione dell’uomo e del cittadino.
• Terapia. Il gioco consente al bambino di risolvere in forma simbolica problemi irrisolti del passato, e di far fronte simbolicamente o direttamente a problemi attuali e costituisce, inoltre, lo strumento più importante in suo possesso per prepararsi ai suoi compiti futuri (Bettelheim 1987). “I giochi che i bambini fanno spontaneamente possono davvero essere terapeutici, come quando, per esempio, si prendono cura della bambola o dell’orsacchiotto di pezza, o di un animale domestico come vorrebbero che i loro genitori si curassero di loro, compensando così, per interposta persona, le carenze che avvertono”. (Bettelheim 1987). O quando scaricano la loro aggressività nata delle ingiustizie subite dagli adulti sulle innocenti formichine o sulla bambolina disubbidiente.
• Occasione per rafforzare la volontà. Molti giochi di pazienza, di costruzione, competitivi, di squadra, rafforzano la volontà, plasmano il carattere, servono anche ad instaurare un progressivo controllo sulle proprie emozioni e pulsioni.
• Opportunità per recuperare un contatto con la natura. Il rapporto diretto con la natura è fondamentale nello sviluppo dei minori, come degli adulti. Per milioni d’anni l’essere umano si è sviluppato attraverso il contatto con i fiori e i frutti delle piante, con la vivacità e l’amore degli animali, con le acque dei fiumi e dei ruscelli.
I VARI TIPI DI GIOCHI
I primi giochi del bambino, che sono poi quelli di esplorazione della realtà nella quale si trova immerso, sono fatti con la madre e con il proprio corpo. Quando la mamma lo nutre egli tocca e stringe il seno di lei e, successivamente, il viso e i capelli. Più tardi egli giocherà con le proprie mani e con i propri piedi. Sono questi i giochi sensomotori o giochi – esercizio, mediante i quali il bambino perfeziona i movimenti, i gesti, costruisce gli schemi motori.
Il bambino, inoltre, mediante l’imitazione dei suoni, della mimica facciale, e poi delle parole, impara a riconoscere e ad esprimere le emozioni. Gli aspetti presenti nel gioco possono essere quindi di vario tipo. Diffusissimi i giochi nei quali i bambini sono stimolati a costruire qualcosa (giochi di costruzione) o quelli nei quali si cimentano a confrontarsi con i loro coetanei ma anche con i genitori e gli adulti, nei quali bisogna utilizzare l’attenzione, la bravura, l’agilità, le conoscenze (giochi di abilità). Se un bambino, mentre la sua mamma spolvera o lava la casa, le chiede una pezzuola per aiutarla, siamo in presenza di un gioco imitativo. Lo stesso quando due amichette si ritrovano insieme per vestire i loro “figli” e poi preparare loro un buon pranzetto e infine portarli a passeggio o a letto dopo averli cullati a lungo. Se dopo aver visto un film o un cartone animato, un bambino si arma di spada e scudo spaziale ed è pronto a lottare con il suo amichetto per salvare il mondo, siamo in presenza di un gioco rappresentativo. Quando un bambino piccolo e fragile si finge adulto forte, così da correggere la realtà modificandola in funzione dei suoi desideri, siamo in presenza di un gioco compensativo. Vi sono poi i giochi che hanno la funzione di eliminare le esperienze penose o inquietanti, di compensare le frustrazioni rivivendole per mezzo della finzione (giochi funzionali). Per tale motivo per tutti i neuropsichiatri infantili e per gli psicoanalisti, compreso Erikson, il gioco rappresenta la situazione migliore per studiare L’Io del bambino. Nei giochi sociali il bambino sperimenta azioni, emozioni e comportamenti di persone, situazioni e ruoli. Quando gioca alla mamma e al papà assume gli stessi atteggiamenti dei genitori, e acquista una certa comprensione di quello che loro dicono e fanno. Si sviluppano in tal modo le capacità empatiche che permettono di mettersi nella prospettiva dell’altro. In quei momenti sente come propri il loro potere e le loro infinite doti. Questo tipo di giochi sviluppa le abilità sociali, il senso del sé, acquisisce e perfeziona le norme che regolano la condotta umana.
Nei giochi il bambino può attuare tutto quello che non può fare nella realtà. Ed è lo stesso mondo dei giochi che diventa una specie di rifugio dalle continue esigenze del mondo esterno, al quale potrà tornare più disteso (Isaacs, 1995). Ma i giochi non sono soltanto imitazione. Quando copia la mamma che cucina, cuce, fa la spesa, cura i piccoli, non solo imita la propria madre o le madri in generale, ma sperimenta nuove modalità di comportamenti ed atteggiamenti filtrati dalla sua personalità e dai suoi bisogni individuali. In altri giochi è la fantasia ad essere utilizzata e messa in primo piano per costruire fortezze e castelli nei quali vivono fate, re, regine e draghi, ma anche eroi pronti a salvare i più deboli e indifesi (giochi immaginativi). Per finire egli ama anche i giochi didattici nei quali è predominante il piacere di imparare (giochi di acquisizione).
Nello spazio di due ore il bambino di due anni e mezzo partecipa in media a sei – sette situazioni immaginarie.