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LONG-COVID:  soggetti a rischio e inquadramento diagnostico

LONG-COVID:  soggetti a rischio e inquadramento diagnostico

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  di  Marinella Ruggeri

Le conoscenze  scientifiche sul Long-Covid  crescono rapidamente e progressivamente e ci consentono di ottenere informazioni utili, sia sulla possibilità di prevedere quali sono i soggetti più a rischio di sviluppare la sindrome, sia sulla possibilità di identificare meglio quali sono i soggetti  realmente  affetti da Long-Covid o piuttosto da altri quadri  clinici che entrano in diagnosi differenziale con  questa  sindrome

RISPETTO ai soggetti più a rischio:

due nuovi studi indipendenti hanno identificato i fattori di rischio che predispongono al Long Covid.

 La prima ricerca è stata pubblicata su Cell  da un team coordinato da James Heath, dell’Institute for System Biology di Seattle (USA).

Ha individuato quattro diversi fattori di rischio: la presenza di autoanticorpi, il livello ematico di RNA virale all’inizio dell’infezione, la riattivazione del virus di Epstein-Barr, responsabile della mononucleosi e il diabete di tipo 2.

 I ricercatori hanno seguito oltre 200 pazienti per 2-3 mesi dalla diagnosi di Covid e hanno messo in evidenza un’associazione tra i quattro fattori di rischio individuati e la comparsa dei segni del Long-Covid, indipendentemente dalla gravità della malattia iniziale.

Nello specifico sono state seguite 209 persone di età compresa tra i 18 e gli 89 anni risultate positive al Covid tra il 2020 e l’inizio del 2021, alcune delle quali sono state ricoverati in ospedale. I ricercatori hanno svolto analisi del sangue e dei tamponi nasali all’inizio dell’infezione e nei successivi 2-3 mesi.

Nel complesso è emerso che il 37% dei pazienti ha riportato tre o più sintomi di Long Covid a distanza di 2 o 3 mesi dall’infezione. Il 24% ha riportato uno o due sintomi e il 39% non ha riportato alcun sintomo. Fra i pazienti che riportavano tre o più sintomi, il 95% alla diagnosi del Covid presentava almeno uno dei quattro fattori di rischio identificati nello studio (la presenza di autoanticorpi, il livello ematico di RNA virale all’inizio dell’infezione, la riattivazione del virus di Epstein-Barr e il diabete di tipo 2). Il più frequente era la presenza di autoanticorpi, presente nei due terzi dei casi di Long Covid.

In particolare, gli autoanticorpi si associano a diversi long COVID; ad esempio i pazienti con problemi neurologici hanno mostrato livelli leggermente più elevati di autoanticorpi IgG contro la proteina del nucleocapside di SARS-CoV-2, mentre quelli con autoanticorpi contro IFN-alfa2 erano associati in modo univoco alla sequela di sintomi di tipo respiratorio.

La possibilità di poter rilevare questi fattori alla diagnosi sottolinea l’importanza delle valutazioni precoci della malattia e potrebbe suggerire strategie di trattamento del long COVID. Per esempio, “gli antivirali assunti precocemente potrebbero mitigare gli effetti del Long COVID, anche se gli antivirali che funzionano contro il coronavirus potrebbero non funzionare contro il virus EBV”, osserva James Heath.

La seconda ricerca è invece stata pubblicata su Nature Communications da un team svizzero che ha collegato al Long Covid bassi livelli di alcuni anticorpi e la presenza di asma. Il gruppo di lavoro ha stilato anche un punteggio di rischio Long Covid in cui vanno inseriti i sintomi sofferti dal paziente per arrivare a un risultato basso, medio o alto.

I ricercatori dell’ospedale universitario di Zurigo hanno analizzato il sangue di pazienti affetti da Covid 19 e hanno scoperto che bassi livelli di alcuni anticorpi erano più comuni in coloro che avevano sviluppato il Long Covid rispetto ai pazienti che si sono ripresi rapidamente. La «firma anticorpale» ha permesso ai medici di capire se i pazienti avevano un rischio moderato, alto o molto alto di sviluppare malattie a lungo termine in base all’età, al tipo di sintomi sofferti e alla presenza o meno di asma.

Il team ha studiato 175 persone risultate positive al Covid e 40 volontari sani valutati come gruppo di controllo. Per vedere come i loro sintomi sono cambiati nel tempo i medici hanno seguito 134 pazienti Covid per un anno dopo l’infezione.

Gli esami del sangue dei partecipanti hanno evidenziato come coloro che hanno sviluppato il Long Covid tendevano ad avere bassi livelli di anticorpi IgM e IgG3. Quando il Covid colpisce le IgM aumentano rapidamente, mentre gli anticorpi IgG aumentano nella seconda fase dell’infezione e forniscono una protezione a lungo termine. Fra coloro che erano leggermente malati, il 54% ha riportato sintomi per oltre quattro settimane, quota che sale all’82% fra chi si è ammalato gravemente.

Per stilare un punteggio di rischio Long Covid gli scienziati hanno combinato la firma dell’anticorpo con l’età del paziente (indipendentemente dal fatto che soffrisse o no di asma) e i dettagli dei sintomi. Per confermare che il punteggio fosse utile gli scienziati hanno eseguito il test su un altro gruppo di 395 pazienti Covid seguiti per sei mesi. Carlo Cervia, primo autore dello studio ha chiarito: «Il test non può prevedere il rischio di Long Covid prima dell’infezione perché sono necessari i dettagli dei sintomi per compilare il test, ma abbiamo visto che le persone che soffrono di asma con bassi livelli di IgM e IgG3 rischiavano maggiormente di andare incontro al Long Covid».

ENTRAMBI i lavori hanno lo scopo di capire, una volta che si è verificata l’infezione, chi è più a rischio, in modo da  indirizzare i pazienti verso trial clinici che studiano le terapie per il Long Covid e  organizzare con anticipo la riabilitazione. Un migliore controllo dell’infezione attraverso trattamenti anticorpali, antivirali e farmaci antinfiammatori, può contribuire a ridurre il rischio e anche i vaccini possono mitigare i rischi del Long Covid.

RISPETTO alla corretta diagnosi:

Il Long-Covid colpisce un’importante percentuale di pazienti colpiti dal virus, ma sui suoi sintomi permangono ancora dubbi. Ora un gruppo di scienziati dell’Università di Birmingham ha svolto uno studio tra il 31 gennaio 2020 e il 15 aprile 2021, che mira ad individuarli tutti.


La differenza tra COVID-19 sintomatico in corso e COVID-19 lungo è stata differenziata , per la prima volta, nel mese di maggio 2021, dal National Institute for Health and Care Excellence (NICE) del Regno Unito: i sintomi che persistono tra le quattro e le dodici settimane possono essere considerati come sintomi di COVID-19 in corso. Tuttavia, se i sintomi persistono oltre le dodici settimane, gli individui dovrebbero essere considerati affetti da Long-Covid.
Gli scienziati inglesi hanno utilizzato le cartelle cliniche di 486.149 pazienti adulti, che avevano avuto l’infezione da SARS-CoV-2, ma non avevano richiesto il ricovero, e quelle di 1.944.580 pazienti senza COVID-19. Dall’analisi sono emersi i 115 sintomi che, con diversa probabilità, possono essere associati al Long-Covid. Sessantadue sintomi erano associati, in modo statisticamente significativo, a 12 settimane dopo l’esposizione al coronavirus. I maggiori rischi erano per anosmia, perdita di capelli, starnuti, difficoltà con l’eiaculazione, libido ridotta, mancanza di respiro a riposo, affaticamento, dolore toracico pleuritico, voce rauca e febbre.
Tra i fattori predisponenti a sviluppare il Long-Covid si riscontravano: il sesso femminile, un’età compresa tra i 18 e i 30 anni, l’essere fumatori e l’obesità. Anche alcune patologie, in questa analisi, sono state associate ad un maggior rischio di sequele a lungo termine: tra le più importanti si segnalano la broncopneumopatia cronica ostruttiva (Bpco), l’iperplasia prostatica benigna (Ipb) e la fibromialgia.

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Più di tre quarti delle diagnosi di Long-Covid potrebbero essere sovra-diagnosticate.  Uno studio della Università di Rockville in collaborazione con la John Hopkins University, presentato alla Conference of Retrovirus and Opportunistic Infection Conference 2022, che nota come in molti casi almeno un sintomo riportato dai pazienti diagnosticati Long-Covid era probabilmente già presente prima dell’infezione.

I sintomi più frequenti del Long Covid sono  stancabilità psico-fisica, fatica a respirare, debolezza e tosse, nebbia cerebrale, dolore toracico, tachicardia, disturbi dell’equilibrio, nausea o febbricola, turbe del sonno.

Bisogna attenzionare il quadro cardiovascolare. A puntare il dito è uno studio pubblicato su Nature da un gruppo di ricercatori della Washington University School of Medicine di St. Louis e del Veterans Affairs St. Louis Health Care System, coordinati dal professor Ziyad Al-Aly, ha voluto approfondire quali possano essere le manifestazioni cardiovascolari post-acute di Covid-19 ad un anno di distanza dall’infezione. E ha dimostrato che, già 30 giorni dopo, i pazienti presentano un aumentato rischio di malattie cardiovascolari che coprono diverse categorie, tra cui disturbi cerebrovascolari, aritmie, cardiopatie ischemiche e non ischemiche, pericardite, miocardite, insufficienza cardiaca e malattie tromboemboliche,fino allo scompenso cardiaco congestizio

I ricercatori hanno analizzato la salute cardiovascolare del gruppo per un anno. Le malattie cardiache, incluse insufficienza cardiaca e morte, si sono verificate nel 4% in più di persone rispetto a quelle che non erano state infettate da Covid-19. «Si potrebbe pensare che il 4% sia un numero basso, ma non lo è, data l’entità della pandemia», ha detto il professo Al-Aly. «Ciò si traduce in circa 3 milioni di persone negli Stati Uniti che hanno sofferto di complicazioni cardiovascolari a causa del Covid-19».

Rispetto a quelli dei gruppi di controllo senza alcuna infezione, le persone che hanno contratto il Covid avevano il 72% in più di probabilità di soffrire di malattia coronarica, il 63% in più di avere un infarto e il 52% in più di avere un ictus. Complessivamente, le persone infette dal virus avevano il 55% in più di probabilità rispetto a quelle senza Covid-19 di subire un grave evento avverso cardiovascolare. «I nostri risultati evidenziano le gravi conseguenze cardiovascolari a lungo termine di avere un’infezione da Covid-19 e sottolineano l’importanza di vaccinarsi, come modalità per prevenire i danni cardiaci.

A causa della natura cronica di queste condizioni, ci saranno probabilmente conseguenze di lunga durata per i pazienti e per i sistemi sanitari con implicazioni sulla produttività economica e sull’aspettativa di vita. Affrontare le sfide poste dal Long Covid richiederà una strategia di risposta globale a lungo termine urgente e coordinata.

E’ auspicabile cominciare dalle singole nazioni e, per l’Italia, dalle singole regioni, per poi confrontaris con gli atri paesi. I tempi sono maturi e se la pandemia da COVID sembra essere più controllabile, grazia ai vaccini, ORA è il TEMPO di occuparsi delle implicazioni del LONG-COVID per poterle  riconoscere ed  affrontare .