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di Ilaria Sanzarello, Biagio Zampogna, Matteo Nanni, Danilo Leonetti
Per un genitore assistere alla prima camminata del proprio bambino è un’emozione enorme, è come se quei due, forse tre, passi in completa autonomia fossero il giro del mondo andata e ritorno, la circumnavigazione di tutto il globo emozionale, la conquista del K2, la bandierina piantata da Armstrong sulla Luna.
In un anno fatto di tante prime volte, la prima camminata è senza dubbio la prima volta più indimenticabile, probabilmente perché dietro quel tentennante, barcollante e incerto incedere si svela il naturale percorso verso la crescita e l’indipendenza dai genitori e con questo tutta la correlazione emotiva che il distacco comporta. Tuttavia i primi passi del bimbo non sono altro che la fase finale di un lungo percorso che compie il tessuto cerebrale già dal momento in cui le sue prime cellule hanno cominciato a funzionare. Un cucciolo quadrupede impiega solo alcune decine di minuti per riuscire a tirarsi su con le sue zampette ed è subito pronto ad esplorare autonomamente il mondo intorno a sé, lo fa perché la sua corteccia cerebrale deve rispondere ad un ordine semplice: muoversi per procacciarsi da mangiare, seguire la mamma e sopravvivere.

Ad un cucciolo d’uomo, invece, servono in media 9-10 mesi per riuscire a reggersi in piedi da solo e ancora di più prima di sentirsi sicuro di muovere in autonomia i suoi primi passi. Questo tempo incredibilmente lungo è conseguente ad una lenta e articolata maturazione del tessuto cerebrale che, grazie al prolungato accudimento che viene garantito al neonato nei suoi primi mesi di vita, può sviluppare diverse abilità cognitive prima che fisiche.
Il preludio al cammino vero e proprio è rappresentato dal gattonare, ovvero dalla possibilità di spostarsi in avanti tramite l’ausilio delle mani e dei piedi. Ma a quanti mesi gattonano i bambini? Generalmente questa tappa avviene tra i 6 e i 10 mesi ovvero dopo che il bambino, una volta raggiunta la posizione seduta autonoma e posto nelle condizioni di poterlo fare, tenta di raggiungere con il proprio corpo un oggetto o un individuo che suscita il suo interesse. Questo movimento avviene, quindi, non per rispondere al bisogno di sopravvivenza, come per il mondo animale, quanto a quello di curiosità e di conoscenza, prerogativa dell’essere umano. Nella maggior parte di volte non è quindi semplicemente un’incapacità motoria quella che rallenta o ritarda l’avvio del gattonamento ma piuttosto la mancata necessità di doverlo fare prima di un determinato momento. E’ ormai noto infatti che persino un neonato con il cordone ombelicale ancora in sede, se posto a contatto pelle a pelle con l’addome della propria madre e lasciato libero di muoversi è già perfettamente in grado, nell’arco di 15-30 minuti al massimo, di raggiungere da solo il seno materno strisciando.
E’ bene sottolineare che non esiste una tecnica ben definita per il gattonamento, il bambino infatti può rotolare, strisciare, trascinarsi anche in maniera molto creativa e tutte queste modalità sono altrettanto valide ed equiparabili al gattonamento ritenuto “convenzionale”, ovvero quello a carponi, poiché consentono comunque al bambino di muoversi per la prima volta in autonomia per raggiungere un obiettivo di suo interesse e sviluppare adeguatamente la muscolatura degli arti.
Talvolta l’attesa di vedere muovere i primi passi può diventare impaziente e si finisce con il volere in qualche maniera anticipare, favorire o accelerare questa fisiologica tappa di sviluppo.
Quali scarpe, quali oggetti, quali indumenti, quali strategie, COSA devo fare per far camminare il mio bambino? A che età Deve camminare? Sarà in ritardo? sto sbagliando qualcosa? Starà camminando bene? Sono tante le domande che si pone un genitore durante la crescita motoria del proprio bambino. E’ noto a tutti che intorno al loro primo compleanno i bambini, in genere, iniziano a camminare, tuttavia, anche per quanto detto finora, esiste una grande variabilità individuale ed ogni bambino risponde ad un proprio e personalissimo calendario di sviluppo psico-fisico ed è sempre preferibile non confrontarlo con i suoi coetanei proprio nel rispetto della sua individualità.
Stimoli esterni, corporatura, indole caratteriale, predisposizione genetica, utilizzo o meno di ausili o vincoli al libero movimento, possono influenzare questa tappa. Ci saranno pertanto bambini in grado di avviare i primi passi già intorno ai 10 mesi e altri che invece attenderanno fino ai 18 mesi di età. Solo qualora la deambulazione autonoma dovesse ritardare oltre questo periodo è necessario, in genere, pensare di ricorrere al parere medico.
La rete è piena di affascinanti consigli su come “insegnare” al proprio bambino a camminare. Trucchi, strategie, consigli, addirittura tecniche…. e il mercato di prodotti per bambini non può certamente lasciarsi scappare l’incredibile opportunità di commercializzare svariati supporti e arnesi per “consentire” al bambino di camminare.
Ma tutto questo è davvero necessario? Madre Natura non ha forse già fornito i nostri bambini di tutto quello che serve loro per imparare a camminare?
Probabilmente si, altrimenti più di due terzi della popolazione mondiale non sarebbe in grado di farlo eppure dal Nord Europa all’Africa subsahariana la media di avvio del cammino è sempre la stessa. Entrare in un negozio per bambini e non rimanere per qualche istante catturati da un girello è un’impresa difficile. Coloratissimi, pratici, divertenti e…così comodi!
Subito in lista tra le cose da farsi regalare!
I bambini intorno agli 8-9 mesi, quando hanno ormai raggiunto un buon controllo motorio e una discreta quota di equilibrio, manifestano grande voglia di muoversi autonomamente sebbene non siano ancora in grado di farlo. Quello è il momento in cui può diventare parecchio faticoso stargli dietro tutto il giorno e talvolta molto difficile, per cui la possibilità di ricorrere ad un ausilio così comodo per gli spostamenti è davvero una tentazione invitante.
Il suo utilizzo però può ostacolare, o quantomeno rallentare, quella maturazione armonica che avviene nel bambino e che si basa sulla ricerca di equilibrio tra il desiderio di muoversi e l’effettiva capacità di farlo.
Un bambino seduto su una mutandina e trascinato avanti da delle ruote non è in grado di controllare bene il proprio corpo. Il piede, le anche e le ginocchia non percepiscono il reale peso da sostenere e non sono così posti in condizione di calibrare il giusto gioco di forze necessario per il raggiungimento della stazione eretta quindi della camminata. La società Americana di Pediatria ha posto un grosso veto sull’utilizzo del girello e in alcune parti del Mondo ne è addirittura vietata la vendita per il notevole numero di incidenti domestici che è stato dimostrato provocare.
Delle considerazioni del tutto simili sono applicabili anche alle bretelle primi passi. Anch’esse, costringendo ad un ortostatismo forzato, impediscono il maturare di una corretta percezione del proprio corpo e possono rallentare la consapevolezza dell’equilibrio necessario a sostenersi. Le bretelle, oltretutto, opprimono l’autodeterminazione del bambino, il suo naturale desiderio di libertà, di movimento e di esplorazione.
Un altro atteggiamento molto comune, a prescindere dai supporti, è quello di sostenere il bambino dalle braccia e tenerlo in piedi sin da piccolissimo per testare la possibilità che lui si sostenga da solo o anche solo per il gusto di vederlo in piedi. Ma sollecitare precocemente le articolazioni di tutto l’arto inferiore può essere dannoso e sarebbe sempre meglio evitare questa pratica scorretta.
E allora cosa serve per far camminare il proprio bambino? I suoi piedi innanzitutto, senza scarpe, il suo desiderio di farlo, il raggiungimento della piena consapevolezza e sicurezza del proprio corpo, un ambiente sicuro, magari un bel tappetone antiscivolo e senza possibilità di inciampo, degli appoggi sui quali può da solo sollevarsi e….la serenità di chi si aspetta che lui lo faccia!
Se poi proprio si vuole cedere alla tentazione di acquisto di un supporto ai primi passi, sicuramente è da preferire un deambulatore che meglio asseconda la fisiologia del passo e il desiderio di movimento autonomo.
Prime fasi del cammino
L’emozione dei primi passi è superata: il nostro bimbo cammina. Ma i dubbi non finiscono. Lo starà facendo bene? L’errore più comune, in genere, è quello di confrontare il modo di deambulare di un bambino con quello di un adulto sebbene siano due mondi ben distinti e separati.
Il piede del bambino fino ai 4 anni è per natura piatto, ovvero ben spalmato al suolo e con le caviglie rivolte l’interno. Le sue ginocchia non hanno ancora abbandonato quell’aspetto a parentesi che avevano fin dalla nascita. I suoi passi sono a base larga, apparentemente impacciati, il suo baricentro è in continuo cambiamento e il suo incedere è incerto. I piedi a volte sembrano ruotare all’interno, altre all’esterno, altre ancora con un appoggio che non appare ai nostri occhi come normale.
Nessuna di queste caratteristiche, almeno per tutti i primi due anni di vita del bambino, è da considerarsi patologica, eppure un grande numero di prestazioni specialistiche ambulatoriali ortopediche viene richiesto ogni anno per rispondere a questi dubbi.
Riassumendo
– Fino ai 18 mesi di età è considerato fisiologico l’avvio del cammino e non è necessario allarmarsi, solo qualora il bimbo avesse superato questa età senza camminare è utile parlarne con il proprio pediatra che saprà eventualmente indirizzare verso lo specialista di riferimento.
– Il piede che impara a camminare non ha necessità di alcuna scarpa, piuttosto va lasciato scalzo (o con dei calzini antiscivolo) per aumentare la propriocezione della pianta a contatto con il suolo. Solo quando il bambino ha raggiunto sicurezza nei suoi primi passi, ed è quindi pronto a camminare all’esterno, va considerata la calzatura. E’ sufficiente, a quel punto, scegliere semplicemente una scarpa con suola morbida che possa maggiormente mimare il movimento libero del piede senza alcuna costrizione e senza necessità di alcun plantare modellante.
– Una camminata incerta e un appoggio del piede apparentemente anomalo non sono da considerarsi patologici almeno per tutto il primo anno da quando il bambino ha imparato a camminare, si tratta di continui e progressivi allenamenti al passo mirati al progressivo miglioramento dell’equilibrio e della postura.
Chissà se mettessimo una bella P dietro la schiena dei nostri camminatori principianti forse riusciremmo ad ottenere maggiore serenità da parte di chi li osserva…