Clima e diritti umani: la svolta storica della Corte internazionale di giustizia
Data:
11 Agosto 2025
Views: 8
Una sentenza storica della Corte internazionale di giustizia (ICJ) ha chiarito che il cambiamento climatico non è solo un problema ambientale: minaccia tutte le forme di vita e viola i diritti umani fondamentali. Non è solo una questione etica o politica, ma un tema che ha basi legali concrete nel diritto internazionale.
Corte internazionale di giustizia
Tutto è partito da un’idea di alcuni studenti di giurisprudenza di Vanuatu, che nel 2019 hanno chiesto alla Corte di chiarire cosa sono obbligati a fare gli Stati per proteggere il clima. E la Corte ha risposto: tutti i Paesi devono agire con serietà, o saranno ritenuti responsabili.
I diritti umani sono in gioco
Secondo la Corte, un ambiente sano è indispensabile per godere di molti altri diritti, come salute, sicurezza e vita stessa. Senza la tutela del clima, non è possibile garantire questi diritti. Il cambiamento climatico è quindi un problema planetario che mette in pericolo l’intera umanità.
Una guida legale per il futuro
Il parere della Corte non è vincolante come una condanna, ma ha un peso giuridico enorme. È un riferimento chiaro per valutare se e quanto i governi stiano facendo davvero la loro parte.
Come i rapporti scientifici dell’IPCC sono diventati il punto di riferimento per capire cosa succede al clima, questa sentenza lo diventa per capire chi è responsabile e chi può essere chiamato a rispondere, anche in tribunale.
L’obiettivo è 1,5°C, non 2
Molti Paesi mirano a contenere il riscaldamento globale entro i 2°C, ma la Corte ha ribadito che l’obiettivo reale e condiviso è 1,5°C, come stabilito nell’Accordo di Parigi. E ogni Stato deve fare la sua parte in modo proporzionato, tenendo conto delle emissioni storiche, dello sviluppo e delle condizioni interne.
I Paesi più ricchi e più inquinanti dovranno quindi fare di più, anche rispetto agli obiettivi futuri, come quello per il 2035. Questa è anche una vittoria per i piccoli Stati insulari, che emettono poco ma subiscono molto.
Chi inquina paga (anche se non è l’unico)
La Corte ha detto chiaramente che, anche se il cambiamento climatico è causato da tanti fattori messi insieme, è possibile calcolare scientificamente quanto ogni Paese contribuisce al problema.
E se un Paese non fa il suo dovere e un altro subisce danni (ad esempio per eventi estremi), può chiedere risarcimenti, anche se ci sono più colpevoli o se ci sono di mezzo aziende private. Quindi gli Stati non possono più lavarsene le mani dicendo che “non è solo colpa nostra”.
Anzi, devono anche regolare le attività delle aziende che inquinano sotto la loro giurisdizione.
Uscire dall’Accordo di Parigi non basta per salvarsi
Alcuni Paesi, come l’Australia e gli Stati Uniti (che si erano ritirati dall’Accordo), sostenevano che l’unico obbligo legale fosse quello previsto dai trattati sul clima. Ma la Corte ha detto il contrario: esistono altri obblighi internazionali che valgono comunque, anche per chi non aderisce all’Accordo di Parigi.
Cosa succede ora?
Questa sentenza potrebbe dare una spinta enorme alla giustizia climatica. È un punto di svolta che cambia le regole del gioco e apre nuove strade per fare causa ai grandi inquinatori. E potrebbe spingere i governi ad agire più in fretta, anche per evitare di trovarsi davanti a un tribunale internazionale.
Fonti utili per approfondire:
• Patto internazionale sui diritti civili e politici – OHCHR
• Pareri consultivi della Corte internazionale di giustizia – ICJ
• Rapporti sul clima – IPCC
• Accordo di Parigi – UNFCCC
• https://www.icj-cij.org/sites/default/files/case-related/187/187-20250723-pre-01-00-en.pdf
Ultimo aggiornamento
10 Agosto 2025, 09:55
Messina Medica 2.0