Quando i diritti sanitari diventano un labirinto: il caos dei percorsi di tutela nelle liste d’attesa

Data:
18 Novembre 2025

Quando i diritti sanitari diventano un labirinto: il caos dei percorsi di tutela nelle liste d’attesa

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Un’indagine rivela come le garanzie per i cittadini rimangono sulla carta: burocrazia, difformità regionali e automatismi assenti trasformano il diritto alla cura in una sfida quasi impossibile

labirinto

Il vero nodo del problema non è nei numeri, ma nella realtà quotidiana di chi si ritrova una ricetta medica in mano con i tempi di attesa massimi segnati, ma nessun appuntamento nei tempi promessi.

Da una rilevazione condotta nella seconda metà di gennaio 2025 emerge come il panorama dei cosiddetti percorsi di tutela—quei meccanismi che dovrebbero garantire il rispetto dei tempi massimi d’attesa quando il sistema sanitario non riesce a rispettarli—sia un vero caos amministrativo. Mancano automatismi, abbondano burocrazia e iniquità.

Il paradosso della prova impossibile

Chi dovrebbe beneficiare di questi percorsi si ritrova a dover dimostrare ciò che il sistema stesso dovrebbe certificare: che i tempi massimi non sono stati rispettati. Un’inversione di oneri che trasforma il cittadino da persona titolare di diritti a imputato costretto a raccogliere prove di un fallimento amministrativo. I CUP, i classici sportelli prenotazioni, quasi mai rilasciano attestazioni ufficiali del mancato rispetto dei tempi, rendendo praticamente impossibile far valere il diritto alla tutela.

Una babele di regole diverse

Le norme cambiano da Regione a Regione, da ASL ad ASL. Le informazioni sui percorsi di garanzia compaiono sui siti di Toscana, Lombardia, Lazio, Veneto, Umbria, Friuli-Venezia Giulia, Marche, Sardegna, Bolzano, Valle d’Aosta ed Emilia-Romagna—anche se spesso nascoste in FAQ o guide difficili da trovare. Gran parte del centro-sud è praticamente al buio, con riferimenti vaghi e generici.

Non basta: che le informazioni siano sul sito regionale non significa che compariranno su quello dell’ASL, e viceversa. I canali di prenotazione stessi—CUP, app online, farmacie—possono abilitare o meno l’accesso al percorso di tutela, una difformità di cui la maggior parte dei cittadini ignora l’esistenza.

Gli ostacoli moltiplicati

Reperire informazioni sul percorso di tutela è già un’impresa. Quando finalmente si attiva il procedimento, il cittadino scopre che deve affrontare pratiche burocratiche complesse: raccomandate, PEC, presentazioni agli sportelli. Per far valere un diritto, oggi servono strumenti tecnici e tempo—dotarsi di una PEC costa denaro, inviare una raccomandata pure. L’onere ricade sempre su chi è già fragile per definizione: chi ha bisogno di cure.

Le ASL contattano i cittadini in modi diversi, attraverso strutture private convenzionate, con numeri telefonici non sempre identificabili. Le disponibilità si cercano in interi territori regionali, costringendo talora a spostamenti logistici inaccettabili. In alcuni casi, rifiutare per motivi geografici significa perdere il diritto alla tutela. Altre realtà—poche—prevedono rimborsi per prestazioni pagate privatamente, ma richiedono un esborso anticipato e complicate procedure di recupero.

L’arcaismo nel sistema

Le strutture dovrebbero essere moderne e interoperabili per gestire efficacemente l’offerta sanitaria. Invece, è stato documentato l’uso del fax per attivare i percorsi di tutela: un dettaglio che racconta tutto il ritardo strutturale del sistema.

Cosa chiedono gli esperti

Serve una norma nazionale più stringente, che garantisca effettività, tempestività e automatismi. Le norme attuali hanno maglie troppo larghe e per questo rimangono inefficaci e fonte di disuguaglianze. Il nuovo Piano Nazionale di Governo delle Liste di Attesa 2025-2027 ha la giusta direzione, ma va migliorato nei dettagli e nella capacità di dare risposta concreta. Soprattutto, il rispetto di questi percorsi dovrebbe essere considerato un vero adempimento dei Livelli Essenziali di Assistenza e un obiettivo vincolante per i Direttori Generali.

La responsabilità è chiara: se i tempi non vengono rispettati, la legge prevede che le aziende sanitarie garantiscano la prestazione attraverso attività libero-professionale, prestazioni aggiuntive o sistema privato accreditato. Su questo, la responsabilità disciplinare ed erariale dei direttori generali è esplicita in caso di mancata erogazione.

Finché non cambiano le regole—e soprattutto i meccanismi automatici—il diritto alla cura rimane uno specchietto per le allodole per i cittadini che non sanno come navigare il «ginepraio» burocratico.

L’articolo completo di Salutequità è rintracciabile al link https://salutequita.it/liste-di-attesa-e-la-babele-dei-percorsi-di-tutela-salta-code/

Ultimo aggiornamento

16 Novembre 2025, 11:08