Il declino del “sogno americano”: quando il miraggio della potenza economica non compra la qualità della vita

Data:
26 Giugno 2026

Il declino del “sogno americano”: quando il miraggio della potenza economica non compra la qualità della vita

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di Salvo Rotondo

Con l’avvento della presidenza Trump, lo scenario geopolitico globale ha subìto una profonda metamorfosi, guidata dalla dottrina nazionalista dell’”America First”. Questo approccio, radicalmente transazionale, unilaterale e scettico verso le storiche architetture del multilateralismo, ha scardinato i tradizionali pilastri delle relazioni internazionali. Il presidente statunitense ha rigettato l’idea di alleanze globali fondate su valori democratici condivisi o sul mutuo soccorso istituzionale. Al contrario, ha imposto una logica di accordi esclusivamente bilaterali, pesati e valutati secondo un rigido, quasi cinico, criterio di costi-benefici economici e commerciali a breve termine.
I capisaldi di questa strategia geopolitica si articolano su tre direttrici aggressive. In primo luogo, un massiccio incremento della pressione economica attraverso l’uso sistematico di dazi doganali reciproci e sanzioni punitive. Questa politica protezionistica, nata con l’intento di salvaguardare l’industria manifatturiera statunitense, ha finito per colpire non solo i rivali sistemici come la Cina, ma anche i partner storici dell’Occidente. In secondo luogo, sul fronte della sicurezza, Washington ha esercitato una forte pressione sugli alleati della NATO, pretendendo un aumento immediato della spesa militare nazionale per alleggerire l’onere finanziario della difesa storicamente sostenuto dagli Stati Uniti. Infine, si è assistito al ritorno di una politica di potenza dura nell’Emisfero Occidentale, una sorta di Dottrina Monroe aggiornata volta a contrastare l’influenza cinese e la criminalità dei cartelli transnazionali, combinata con una strategia di massima pressione in Medio Oriente.
Tuttavia, dietro la pretesa populista di “fare di più per l’America”, la realtà fattuale mostra un quadro ben diverso: queste politiche si traducono spesso in un meccanismo che accentua le disuguaglianze, rendendo i ricchi sempre più ricchi e i poveri drammaticamente più poveri.

Fino a non molti anni fa, il cosiddetto “sogno americano” rappresentava, nell’immaginario collettivo globale, una meta quasi mitologica. Era l’obiettivo chimerico di generazioni che sognavano la California e la prosperità materiale, spesso ignorando le crepe profonde di quel sistema, incapaci di percepire il “suono del silenzio” e della solitudine sociale che ne derivavano.
Oggi, una domanda fondamentale si impone al dibattito pubblico: la potenza economica viaggia davvero di pari passo con la qualità della vita e con il benessere collettivo?
A giudicare dagli indicatori socio-economici, la risposta è nettamente negativa.
Un’attenta ed obiettiva valutazione della realtà americana deve necessariamente confrontarsi con un costante benchmarking con i paesi avanzati. In questo contesto, l’Europa rappresenta un’importante pietra di paragone. Il modello europeo si distingue a livello globale proprio per una qualità della vita costruita su solide basi economiche, sociali e istituzionali. Nel Vecchio Continente, la felicità e la soddisfazione per la propria esistenza si collocano costantemente tra le più alte al mondo. Questo dato non è un mero riflesso del reddito pro-capite o della ricchezza accumulata, ma riflette l’esistenza di condizioni strutturali più ampie, che consentono alle persone di vivere una vita sicura, appagante e socialmente tutelata. La protezione sociale, le infrastrutture pubbliche accessibili, un’istruzione pubblica di alta qualità e le politiche di sostegno alle famiglie contribuiscono a trasformare la prosperità economica in miglioramenti concreti e misurabili nella vita quotidiana dei cittadini.

In questo quadro comparativo, gli esiti sanitari e i dati sulla salute pubblica sono particolarmente rivelatori dell’inefficienza del modello ultraliberista. Esiste un paradosso macroscopico: un bambino nato in Spagna o in Italia può oggi aspettarsi di vivere oltre cinque anni in più rispetto a un bambino nato negli Stati Uniti. Questo avviene nonostante questi ultimi spendano per l’assistenza sanitaria una quota del PIL di gran lunga maggiore rispetto a qualsiasi altra economia avanzata del pianeta.
La ricchezza privata non garantisce la sopravvivenza. Persino tra gli americani più abbienti, i tassi di mortalità risultano paragonabili solo a quelli delle popolazioni più svantaggiate e povere di alcune parti d’Europa. Questa drammatica evidenza è stata documentata scientificamente da un recente e autorevole studio pubblicato da Machado, S. et al. nel 2025 sul The New England Journal of Medicine (Vol. 392, n. 13, pp. 1310-1319), intitolato “Association between Wealth and Mortality in the United States and Europe”. La ricerca certifica in modo inequivocabile il fallimento strutturale di un sistema che mercifica i diritti fondamentali.

I dati e la storia recente impongono quindi una seria, attenta e onesta riflessione sulle politiche sovraniste e populiste. Coloro che si illudono che a una maggiore ricchezza macroeconomica o finanziaria corrisponda automaticamente una maggiore aspettativa di sopravvivenza o una vita migliore devono urgentemente rivedere le proprie posizioni e i propri modelli di pensiero. L’esperienza empirica e sociologica dimostra ampiamente che arricchirsi economicamente a livello individuale o nazionale, se privo di un sistema di welfare inclusivo, non migliora quasi mai la capacità reale di vivere meglio e, soprattutto, di vivere più a lungo. La vera potenza di una nazione non si misura dal PIL o dall’altezza dei suoi dazi, ma dalla salute e dalla dignità dei suoi cittadini.

Ultimo aggiornamento

25 Giugno 2026, 17:41