La sindrome di Crono negli anni 2000

Data:
24 Luglio 2026

La sindrome di Crono negli anni 2000

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di Salvo Rotondo

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La recente condanna dell’ex amministratore delegato di ASPI per il crollo del ponte Morandi ha riportato a galla un sistema radicato nella politica e nelle istituzioni italiane. Quando si occupa un posto di rilievo, troppo spesso viene richiesto di essere un semplice esecutore compiacente che firma carte assumendosi responsabilità enormi, a fronte di stipendi importanti ma con rischi altissimi, spesso accettati con incoscienza.

Chi fa da gregario deve dimostrarsi inferiore ai vertici e limitarsi a dire sempre di sì. È la dinamica del miglior delfino: chi dirige un’istituzione punta alla propria sopravvivenza piuttosto che al bene dell’ente che rappresenta.

Come Crono, il padre di tutti gli dei greci che mangiava i propri figli per evitare di essere spodestato, così molti dirigenti scelgono collaboratori scarsi. In questo modo si tutelano da possibili rivali, sperando che la situazione rimanga immobile, mentre l’istituzione si impoverisce e perde efficienza. Nel campo della sanità questo meccanismo viene persino usato come strategia per chiudere reparti o ospedali, favorendo il pensionamento del personale senza sostituire le risorse umane. Quasi nessuno si cura del fatto che così facendo si privano interi territori di un’adeguata assistenza medica, disperdendo competenze ed esperienze sul campo che non potranno più essere recuperate.

Oggi la conoscenza viaggia soprattutto sulla rete e questo sta portando a una progressiva perdita di profondità nel dibattito pubblico. Si leggono sempre meno libri e si studia meno nelle scuole, dove peraltro gli insegnanti sono sempre più delegittimati.

Questa deregolamentazione culturale toglie alle persone la capacità di distinguere un problema reale da uno costruito ad hoc attraverso la tecnica della distrazione di massa. Si comunica solo per slogan, con toni rabbiosi e aggressivi utili a creare nemici immaginari tramite parole che non corrispondono alla realtà dei fatti.

Il vero paradosso è che proprio le persone più colpite da questo disagio, che avrebbero più bisogno di una sanità efficiente, di salari adeguati e di servizi di welfare, finiscono per applaudire a questo tipo di comunicazione.

Chi vive nel precariato, fatica ad arrivare alla fine del mese e abita in quartieri difficili, viene convinto che il proprio nemico sia l’extracomunitario lavavetri ai semafori. Si preferisce addossare la colpa a questi invisibili piuttosto che affrontare i problemi reali: gli stipendi bloccati da vent’anni, le liste d’attesa interminabili nella sanità, gli affitti insostenibili, le pensioni basse e i giovani costretti a emigrare. Individuare un capro espiatorio è molto più semplice che discutere di evasione fiscale, ridistribuzione della ricchezza, investimenti nella scuola e politiche industriali. La paura semplifica il mondo e spinge a cercare un colpevole a tutti i costi, rinunciando a trovare una vera soluzione.

Ultimo aggiornamento

23 Luglio 2026, 09:21