Un colpo andato a male

Data:
18 Agosto 2026

Un colpo andato a male

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di Giuseppe Ruggeri

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Nel 2024 pubblicai, per le Edizioni Pungitopo, un volumetto di racconti dal titolo “Luna segreta”. Uno dei racconti – “Il pendolo” – narra di un furto andato a male nell’appartamento di un vecchio collezionista di pezzi antichi. Per l’esattezza, di pezzi senza alcun valore poiché il protagonista ne fa incetta al mercato delle pulci e ne riempie la casa. Ho pensato di riproporne un brano in occasione del recente “colpo” al Museo Regionale, che ha privato la città di due capolavori dell’arte antonelliana. Capolavori di cui tutti ci auguriamo Messina possa riappropriarsi, anche considerate le modalità con cui l’effrazione è avvenuta. Due delle cinque tavole del Polittico di San Gregorio – una delle opere trafugate – sono state infatti ritrovate lungo il percorso, e ciò ha dato luogo all’allarme. Potrebbe dunque trattarsi di balordi che, al pari dei due personaggi del racconto, non hanno fatto bene i loro calcoli e sono stati costretti ad abbandonare per strada parte del maltolto. Che speriamo possa presto essere recuperato e riconsegnato alla città.  

Il ladro più corpulento sbuffò mentre, maneggiando un piede di porco, tentava di sollevare l’imposta della finestra della cucina.

Da quella stretta intercapedine il suo compagno, che era smilzo, ci sarebbe passato agevolmente.

“Salta, su” ordinò al complice, tergendosi il sudore dalla fronte.

Lo smilzo ubbidì. L’appartamento era a pianterreno e non dovette fare un gran salto per raggiungere il davanzale per poi, da lì, infilarsi dentro la casa attraverso il varco aperto dal compagno che prestò udì lo scalpiccio dei suoi        passi vicino la porta.

La aprì subito, non era chiusa a chiave.

“Sbrighiamoci – bisbigliò il corpulento entrando, e tirò fuori dal suo giubbotto un sacco di tela ripiegato in quattro – non credo ci sarà molto da rubare, qua dentro”.

Le loro torce sparavano coni di luce che mettevano via via a fuoco sedie e divani, libreria, suppellettili.

Dal silenzio, rotto solo dai passi felpati dei due, esplosero a un tratto i rintocchi del pendolo.

“Cos’è?” si preoccupò lo smilzo.

“Non so, un orologio mi pare”.

I due sgattaiolarono verso la sorgente del rumore. Fino ad allora tutto era andato bene – l’ora morta, l’assenza di vicini, la facilità con cui erano penetrati in quell’appartamento alla ricerca di qualcosa di valore da rubare. Ed ecco, inaspettatamente, quei rintocchi disturbanti a turbare il quieto andamento dell’operazione.

“Dobbiamo farlo tacere” propose lo smilzo.

L’altro lo guardò stupito.

“Che diavolo dici? Prima o poi la smetterà da solo, tranquillo”.

“Che diavolo dici tu. Si tratta di un allarme, non hai capito”.

“Ma quale allarme! È solo un orologio, non senti? Andiamo a vedere dov’è, così stai buono”.

L’altro annuì poco convinto e seguì il complice in quell’inattesa caccia al pendolo. Tremava appena perché, nonostante la sua esperienza nel campo, non possedeva quel che si può definire un cuore di leone.

Il pendolo, nel frattempo, continuava a far risuonare i suoi rintocchi lenti e profondi la cui eco diffondeva per tutta la casa come un sasso che, lanciato in acqua, allarga una serie cerchi concentrici attorno a sé. Batteva cadenzato frantumando, colpo dopo colpo, il muro di sicurezza dal quale i ladri si erano fino a poco prima sentiti protetti.

“Forse c’è anche un cane” mormorò lo smilzo con un fremito nella voce.

“Un cane. Perché dovrebbe esserci anche                   un cane, cosa te lo fa pensare?”

“Che so, uno di quei cani silenziosi che spuntano fuori dal nulla e ti saltano addosso senza tanti complimenti. Non mi meraviglierei affatto se in questa casa ci fosse un cane da guardia”.

A quelle parole, il ladro corpulento afferrò il compagno per un braccio e lo spinse avanti a sé. Se c’è davvero un cane – pensò – è meglio che azzanni quest’imbecille piuttosto che me.

 Procedevano spintonandosi a vicenda, lo smilzo sempre più irrequieto, la luce delle torce che ondeggiava di qua e di là come alla ricerca di un fantasma nascosto nelle pieghe della casa.

I rintocchi erano cessati, ma ora era il tic tac del pendolo a raggelare i loro passi. Lo smilzo, a un certo punto s’arrestò tanto bruscamente che il complice gli ricadde addosso con tutto il suo peso. Vacillarono per un attimo, ma entrambi riuscirono a mantenersi in piedi.

“Lo senti adesso?” chiese lo smilzo fiutando l’aria.

“Cosa?”

“Quest’altro rumore. Avranno lasciato aperto un rubinetto, sento dell’acqua che scorre”.

Il ladro corpulento alzò la testa e annusò anche lui l’aria. Sembrava un segugio.

“No, non lo sento proprio” disse.

“Eccolo di nuovo”.

“Io dico che sei matto” sbottò stizzito rivolto al compagno. Nelle tempie gli martellava senza posa l’ossessivo tic tac del pendolo e, tutto in una volta, sentì che dovevano fare presto.

“Basta con queste sciocchezze. Andiamo”. Concluse il ladro corpulento.

“Io non mi muovo” s’impuntò lo smilzo irrigidendosi come un baccalà.

“Allora farò da solo” decise il corpulento, e con uno strattone scartò il compagno. Proseguì per un tratto a passi più veloci lasciandoselo alle spalle come un palo nel buio mentre la luce della torcia andava scemando.

E, a un bel momento, lo udì anche lui. Forte e pieno lo udì, come un rumore d’acqua che fluisce inarrestabile e, in quell’ombra priva di forma ove allora si trovava, gli parve che l’ondata gli venisse addosso. Perciò ritornò indietro con precipitazione, ma più correva più gli sembrava che quel fiume lo inseguisse.

Non pensò più al colpo, al complice, a quello che stava facendo, e si gettò a capofitto dalla finestra della cucina rimasta aperta mentre, cadutagli di mano, la torcia rotolava sul pavimento.

    Finì gambe all’aria nel giardino sottostante e, benché ammaccato, si rialzò come una molla e sparì in men che non si dica in un fitto groviglio di vicoli.

   Adesso l’acqua non lo inseguiva più, il sacco di tela della refurtiva che, strusciando sul pavimento, aveva provocato tutto quel fragore giaceva floscio e abbandonato in mezzo all’erba. 

Ultimo aggiornamento

19 Agosto 2026, 08:12