Questioni di lingua: quarantacinquesimo appuntamento:
Data:
3 Settembre 2026
Views: 94
di Carmelo Micalizzi
PENTEFUR O DEI ‘CINQUE VILLAGGI’.
ETIMOLOGIA DEL CASTELLO DI SAVOCA
WhatsApp Image 2026-09-01 at 19.43.27
Pentefur è la rocca fortificata di Savoca1. La memoria storica dell’antico toponimo è raccolta da Tommaso Fazello2: Dopo il fiume Niso, segue lontan tre miglia la bocca del fiume Savoca, il quale discende dai monti vicini, e al principio dove egli ha capo in un rilevato colle è il castel di Savoca, rifatto di nuovo, il quale s’usurpa il nome del fiume, e lontan dalla bocca di questo fiume tre miglia, e son poco più di cinquecento anni, che con la Rocca Pentefur l’edificò Ruggiero Conte di Sicilia, havendo accozzate insieme molte ville di Saracini, e l’applicò al Convento di San Salvatore di Messina e al suo Abbate. Ne argomenta pure Vito Amico scrivendo di Savoca3: fortezza appellata nel tempo di re Ruggiero, Pentefar.
Le tracce sul castello annotate da Fazello, le indicazioni di Vito Amico sulla notorietà del fortilizio al tempo del re normanno e la tipologia di fondazione quadrangolare del mastio permettono di definire la roccaforte preesistente all’avvento dei normanni. Pentefur è pertanto un acrocoro fortificato dai bizantini con funzione, tra VIII e X secolo, anche di ricovero degli abitanti dei villaggi presso la marina nelle reiterate aggressioni arabe, quelle preliminari alla definitiva invasione. Un sostanziale apporto al recupero di talieventi può ravvisarsi nella locale toponomastica arabeggiante che rimanda alla “grotta dei Saraceni” nei pressi della Chiesa Madre, della “strada dei Mori” che si svolge dalla collina del castello alla fiumara d’Agrò e dalla “fontana barba” o dei “barbari” alle falde orientali del colle Calvario4.
Il fortilizio, di più modesta rilevanza militare rispetto alle storiche città fortezze legate all’epopea islamica nel Valdemone come Mola, Taormina, Miqus, Rometta e Demenna, non venne distrutto e forse non del tutto abbandonato. In tali condizioni si mostrò ai normanni artefici del suo restauro nel progetto di un valido incastellamento della regione. È noto come la politica di Ruggero II riguardo fortificazione dell’isola, avvista antecedentemente alla fondazione del Regno, quando cioè ancora precaria ed effimera ne appariva la conquista, ebbe riguardo della fascia costiera del Valdemone, la cuspide nord-orientale dell’isola, con particolare attenzione alla costa di levante5. Tale lettura conferma pertanto l’assunto di Tommaso Fazello che riferisce sul conte normanno definendolo restauratore della rocca di Pentefur: conditur ex pluribus saracenorum pagis, ovvero fondato da più villaggi saraceni e destinato pertanto ad accoglierne gli abitanti.
A prestar fede allo storico domenicano che il castel di Savoca […] son poco men di cinquecento anni […], che con la Rocca Pentefur l’edificò Ruggiero Conte di Sicilia e valutando che il De Rebus Siculis venne compilato intorno agli anni ‘50del XVI secolo, la rifondazione del castrum Sabucae è da collocare tra il 1070 e il 1080. Domenico Puzzolo Sigillo ritiene di datare tale evento nell’anno 1139 dalla lettura della Epistula Pauli Archimandritae data in castro Sabucae, addì 22 del mese di luglio 13916, mentre è opinione di Vito Amico che la fondazione dell’universitas savocese sia databile al 1415. È però verosimile che in quell’anno sia stata ampliata la cinta muraria del castrum contestuale ai lavori di fondazione della chiesa di San Michele da parte di Onofrio de Bufalis rettore dell’archimandritato giusto dal 1415 al 14217. Rocco Pirri ricorda che, nel 1480, l’archimandrita Leonzio II Crisafi, a causa di una epidemia di peste in Messina, soggiornò ben due anni presso Savoca: Leontius […] Anno 1480 […] cum pestis Messanam invasit, biennio deguit apud Savocam, suae ditioni oppidum; ibi novam exaefificavit arcem8, portando a compimento l’opera di fortificazione della città.
Alcuni documenti d’archivio permettono tuttavia di retrodatare la fondazione del castello. Henri Bresc segnala nel 1282, anno cruciale della resistenza antiangioina di Messina, una campagna di leva militare voluta da Pietro d’Aragona in cui Savoca è in grado di fornire venti arcieri9. Nelle Rationes decimarum di Pietro Sella si annoverano sia il castrum sia il casale di Savoca da due documenti relativi agli anni 1308 e 131010. Nel 1355 il capitano di guerra Guglielmo Rosso da Messina esercita il diritto di castellania di Savoca11. Il castrum è quindi citato per l’anno 1356 nella Cronaca di Michele da Piazza12 e, ancora, in un atto del 1391, anno già indicato dal Puzzolo Sigillo.
Tiburzio Spannocchi, ingegnere della Corona di Spagna13, incaricato dal 1578 al1581 da Filippo II d’Asburgo di relazionare sulle torri costiere di Sicilia, descrive il castello di “Sauca” lontano dalla marina e di poca utilità strategica14. Minimizzata dunque la rilevanza del fortilizio persistette tuttavia un deciso ruolo amministrativo ed ecclesiale riservato all’oppidum Savocae e al suo vasto territorio pertinente all’archimandrita messinese per antico privilegio di Ruggero II documentato da Rocco Pirri e da Pietro Caraffa15. Tale zelo si coglie pure nel corso del XVII secolo, come ricorda Vito Amico16, è infatti Diego Requesens, nel ventennio del suo archimandritato tra il 1627 e il 164717 che restaura la fortezza […] rifatta in maggior circuito e più magnifica norma. La pertinenza archimandritale si rileva, ancora nel XIX secolo, nella carta geografica di Girolamo Petri18.
Desta particolare interesse uno stemma prelatizio in marmo bianco, d’epoca rinascimentale, fino a pochi decenni orsono incassato in un muraglione sul versante orientale del castello. Oltre la presenza di leoni e di una spiga, riferibili ai due archimandriti di nome Leonzio della famiglia Crisafi, è leggibile una torre dalla quale scaturisce un’araba fenice, verosimile rimando al restauro e quindi alla rinascita dell’antico castrum ad opera degli stessi Crisafi.
Pertanto, in assunto, il naturale acrocoro, savocese identifica il sito della bizantina rocca Pentefur poi riedificata e ampliata in castrum da Ruggero II con gemmazione della struttura urbana fortificata di Savoca che s’usurpa il nome del fiume. la cinta muraria fu successivamente e più volte restaurata tra XV e XVIII secolo a cura degli archimandriti del Santissimo Salvatore di Messina.
Del castello, di cui si auspica un integrale restauro, residuano ruderi che permettono solo un’approssimativa ricostruzione della primitiva roccaforte19. Permane nella toponomastica locale, riveduta in seguito al regio decreto del 20 marzo 1865, la memoria di Pentefur, in rovina assieme ai suoi ruderi, nel nome del quartiere Pentifarri attiguo all’antico castello.
Il significato del toponimo Pentefur accolto nella storiografia locale riprende quanto tramandato dalle tradizioni popolari. Narra la leggenda che i “Pentefur” fossero cinque ladri evasi dal carcere di Taormina rifugiatisi sull’altura savocese che da loro assunse la determinazione onomastica. È ignota la fonte, l’epoca e la strutturazione ontologica della leggenda che si propone comunque essenziale ma efficace nei suoi elementi morfologici: i personaggi, i loro attributi, le funzioni e le azioni. Ulteriore materiale per la definizione della tradizione è apportato da Santi Muscolino: predoni di origine greca, i quali dopo avere consumato le loro scorrerie, risalivano su questi colli, tirandosi su dal torrente a furia di corde che scorrevano entro enormi anelli di ferro, fino a poco fa ancora esistenti20. Anche Santi Lombardo ha raccolto una memoria sulla presenza in contrada Mancusa di passaggi sotterranei e di due gallerie ancora oggi visibili: quivi agivano dei briganti che rubavano ed ammazzavano animali d’allevamento dandone delle porzioni ai contadini locali. La leggenda finisce dicendo che in questi sotterranei furono trovate giare con monete d’oro21.
È tradizione che la leggenda di Pentefur ricalchi e identifichi il nome con lo stesso toponimo nella ibrida ed inverosimile lettura del nome greco pente, “cinque”, aggettivo numerale indeclinabile, e dal latino fur (-is), “ladro, furfante”, sostantivo maschile della III declinazione, ovvero “cinque ladri”. La singolare mitografia ha un illustre esordio tipografico poiché, per quanto è dato sapere, è stata per la prima volta raccolta e data alle stampe da Tommaso Cannizzaro che ne fa un suggestivo sonetto pubblicato a Messina nel 189222:
Su nuda rupe misera città //anzi priva di pan, vil borgo ell’è; // Savoca ha nome e questo nome avrà dai savi ch’ella chiude in sé.
Savi o furbi è un tutt’un: chi vien di là, // salvi e panni e la borsa è gran mercè; //ebbe un altro nome nella prisca età…
Tale lettura è ripresa da S. Raccuglia in un saggio su Savoca23 e commentata da Giuseppe Pitrè che la pubblica in Studi di Leggende Popolari in Sicilia24 poi compendiati nel XXII volume della Biblioteca delle Tradizioni Popolari Siciliane. La memoria di Pentefur è ancora ribadita da Enrico Mauceri25 nel 1907 e da Stefano Bottari26 nel 1927 in appendice alle rispettive monografie su Taormina.
In ambito locale il racconto della tradizione e dell’origine del nome è, in tempi recenti, ripresa da alcuni autori – ognuno con una personale introspezione – in memorie manoscritte raccolte, tra il 1930 e il 1946, dal frate cappuccino P. Giampietro da S. Teresa di Riva27, in un successivo manoscritto di G. Trischitta28e in un dattiloscritto battuto nel 1951 dal frate cappuccino Padre Basilio da Naso che si sofferma a lungo su quella che definisce “sciocca leggenda”29:
Benedetto colui che glielo diè! // Da cinque ladri già fu detta un dì // Pentefur, il bel nome indi restò // Scritto in fronte a ciascun nato lassù.
Quanta astuzia fu il pan che ognor nutrì // Quella falsa genìa dica chi può, // Canti un nuovo Aretin l’altre virtù.
Più di recente Pentefur è stato citato da S. Mazzarella e R. Zanca30 in uno studio, pubblicato nel 1985, sulle torri costiere siciliane e tuttavia ignorato come accezione di castello di Savoca, da F. Maurici31 nel volume dedicato ai castelli medioevali di Sicilia dai bizantini ai normanni.
Si rammentano, infine, riguardo la convenzionale lettura “Pentefur / cinque ladri”, due curiose proposte interpretative ricordate da Francesco Trimarchi32 che si chiede, come già il frate Basilio da Naso, possa essere il nome di un qualche condottiero saraceno che volle dare il suo nome alla terra dove oggi sorge il castello o se Pentafar, corrottamente trascritto, come vuole una certa opinione pubblica corrente possa derivare dal “farro”, il cereale: letture emblematiche di quella vis creativa che anima spesso le false etimologie. Ancora, Santino Lombardo raccoglie altra antica voce, fra tradizione popolare e letteraria, sulla rocca di Pentefur popolata dagli esuli della vicina città litoranea di Phoenix33, che pare ricalcare una analoga originale lettura raccolta da Vincenzo Casagrandi per Savoca34.
Come ho già avuto modo di proporre in occasione di due convegni svoltisi nel maggio e nell’agosto 1999 a Sant’Alessio Siculo e a Limina, la chiave del nome Pentefur è tutto nella lingua greca. La prima parte del nome, “pente”, indica il numero cinque, mentre la seconda parte rimanda al sostantivo neutro forìon, furìon (al plurale forìa, furìa, furìi) da χωρίον, chorìon, ovvero “casale”, “paese”, “villaggio” (etnico furioti nella versione greca, furiani in quella dei latini). Pertanto Pentefur come, ad esempio, Condofuri, municipio della provincia reggina e Forìa nel salernitano. Vi sono esaurienti studi dedicati ai temi paralleli “Forìon”- “Chorìon” condotti da Gerhard Rohlfs e maturati, tra gli anni ’30 e gli anni ’50, nell’ambito delle campagne di archeologia linguistica condotte da questo instancabile ricercatore nel napoletano, nel salentino e, soprattutto, nelle aree grecaniche della Calabria ulteriore e nel Valdemone.
Lo stesso nome del municipio di Casalvecchio, attiguo a Savoca, è la lettura Παλαίο Χωρίον attraverso le trascritture latine Rus Vetus, Casale Vetus35, Casal Viejus nell’archivistica spagnola e, forse, anche quella araba Calath Bieth come ipotizzato da Michele Amari36 poi seguito da Domenico Puzzolo Sigillo37.
Ben note sono le “Furìe” di Messina, quelle di settentrione e quelle di meridione, i casali che Fazello indica giusto i villaggi […] che dal vulgo sono chiamati Furìe38chiosando pure sulla accentazione del vocabolo quando commenta: È circondata e adornata questa città [Messina] di molti villaggi, i quali sono hoggi detti dal vulgo Messinese, Furìe, allungando la sillaba di mezzo39. Ad esse rimanda la significativa insistenza del toponimo Castanea delle Fùrie, con valorizzazione dell’accento da Furìe a Fùrie40, che relaziona non sull’enfatico impeto e furia del vento, come ancora oggi per consuetudine riproposto, ma sull’appartenenza alla cinta dei casali collinari a settentrione di Messina.
Antonino Amico, regio storiografo alla corte di re Filippo di Spagna tra il 1622 e il 1625, descrivendo i dintorni di Messina, distingue Aldeas que se llaman Casales de la Furia del Norte […] y la Furia de Melodia41. Giuseppe Vinci, protopapa della chiesa greco-cattolica di Messina, autore dell’Etymologicum siculum, prestigioso dizionario pubblicato nel 1759 alla voce Furii, annota42: cum acc.[ento] in pen.[ultima] dicuntur 48 casalia prope Messanam, quia foris Urbem sunt. Si potrebbe desumere che Furìe sono tali perché sono fuori dalla città. Il colto grecista non si dilunga nella introspezione del vocabolo, per lui e per l’epoca in cui visse di immediata e naturale comprensione, si compiace invece del dotto accostamento fonetico tra Furìi e foris (al di fuori, avverbio latino). Non si tratta tuttavia di una banale equipollenza fonetica poiché la radice del sostantivo χωρίον è identificabile nello stesso tema del verbo χωρίζο43, che esprime il concetto di separazione e di distinzione da qualcosa di più importante. Pertanto è χωρίον il casale parte della città poiché è ad essa vicina ma, al contempo, distinto da essa alla quale fa sempre e comunque riferimento. È separato il furìondall’urbe in quanto borgo e, insieme, frammento della struttura della città animata in trama urbana, paraurbana ed extraurbana. Questa è la realtà urbanistica di Messina legata all’imminenza delle colline sulla spiaggia e all’intersecarsi delle tante fiumare nelle strette vallate. Il foris del Vinci spiega quindi ma non identifica Forìi, casomai ne puntualizza dottamente l’intima etimologia. L’equivoco si struttura tuttavia nel 1786 ad opera di Michele Pasqualino44 che ritiene di spiegare come Furìi di Missina diconsi i Casali intorno di essa, suburbia Messanae. Dal Lat. Foris, quia foris urbem sunt. Accade che il Pasqualino trascrive la scheda del Vinci compendiandola con la sua personale invenzione Dal Lat. Foris, invenzione poiché trattasi di una perifrasi non usata dal protopapa messinese. Ciò è stato sufficiente per ingenerare e radicare una ambiguità lessicale e quindi toponomastica costantemente riproposta fino ai nostri giorni tanto è vero che anche di recente è stata indicata l’etimologia dal sostantivo fores(porte) o, in alternativa, dall’avverbio foris (fuori)45.
Le Furìe messinesi sono citate dai principali lessici siciliani tra i quali S. Macaluso46, A. V. Mortillaro47, A. Traina48, G. Trischitta49, fino al recente Vocabolario Siciliano di G. Piccitto50.
Sulle connessioni tra il tema χωρίον e i correlati toponimi Forìo e Furìi è significativo il compendio di Girolamo Caracausi nel Lessico greco della Sicilia e dell’Italia meridionale dei secoli X-XIV51.
La questione è svolta pure da C. Marcato52 a proposito del già citato Condofuri (Reggio Calabria) e Forìo (Napoli) e da Giovan Battista Pellegrini53 sulla scorta della vasta documentazione raccolta, come si accennava, da Gerhard Rohlfs54nel territorio reggino. Lo studioso segnala anche la presenza a Napoli della via Forìa che prende il nome dagli antichi sobborghi evidenziando come il suono dell’alfabeto greco χ sia spesso sostituito nei dialetti del mezzogiorno dal suono ϕ. Rohlfs documenta questo tema in una documentata scheda inserita nel volume di Fonetica della sua nota Grammatica storica55.
In assunto, per tali affinità linguistiche, la rocca di Pentefur (Pentefurìi), “i cinque casali” che spiegano le molte ville di Saracini di Tommaso Fazello, si palesa quindi, toponimo di radici bizantine, come la “rocca dei cinque casali”, l’acrocoro fortificato primo insediamento che preluse alla fondazione di Savoca: un fortilizio eletto rifugio nella circostanza di aggressione dal litorale. I cinque casali sono, verosimilmente, quelli che l’abate Rocco Pirri56 elenca pertinenti a Savoca, agli inizi del XVII secolo, nella giurisdizione archimandritale ovvero, io credo, Casalvecchio, Pagliara, Antillo, Misserio e Locadi.
NOTE
1 Ho presentato il tema in un due convegni: Sant’Alessio Siculo, La Valle d’Agrò, il 15 maggio 1999 e Limina, Limina e la cultura del territorio, il 3 agosto dello stesso anno. L’argomento è stato poi pubblicato nella rivista Peloro 2001, Messina 2001, pp. 65-79. Lo si propone in questa sede rivisto nel testo e nelle note.
2 T. FAZELLO, Le due deche dell’Historia di Sicilia, Venezia 1573, I deca, lib. II, Venezia 1573, vol. II, pp. 74-75
3 V. AMICO, Dizionario Topografico della Sicilia, a cura di G. Di Marzo, Palermo 1855-1856, vol. II, p.345
4. S. MUSCOLINO, Savoca: un forziere pieno di meraviglie, Santarcangelo di Romagna (Fo), s.d., p. 13
5 F. RUSSO, La difesa costiera del regno di Sicilia dal XVI al XIX secolo, Roma 1994, vol. I, p. 27
6 PUZZOLO SIGILLO, Divagazioni bibliografiche a proposito di una «Vita di S. Onofrio», in «Archivio Storico Messinese», I serie, XIX-XXI, 1918-20, p. 241
7 R. PIRRI, Sicilia Sacra, Palermo 1733, vol. II, p. 894
8 IDEM, Sicilia…, cit., vol. II, p. 990
9 H. BRESC, Un monde mèditerranèe. Economie et sociètè in Sicile. 1300-1450, Roma-Palermo 1986, vol. I, p.61
10 P. SELLA, Rationes Decimarum. Sicilia, Città del Vaticano, 1944, p. 56
11 G. COSENTINO, Codice diplomatico di Federico III d’Aragona, re di Sicilia (1355-1377), Palermo 1886, passim
12 MICHELE DA PIAZZA, Cronaca (1336-1361)
13 T. SPANNOCCHI, Descrizione delle marine della Sicilia […], manoscritto 788 della Biblioteca Nazionale di Madrid, [1578], f. 262
14 G. SILVESTRI, Tabulario di S. Filippo di Fragalà e Santa Maria di Maniaci, I, Pergamene Latine, Palermo 1887,
15 P. CARAFA, La Chiave d’Italia. Compendio Istorico della Nobile ed Esemplare Città di Messina, Messina 1738, p. 125
16 V. AMICO, Dizionario…, cit., vol. II, p. 455
17 R. PIRRI, Sicilia…, cit., vol. II, pp. 995-996
18 G. PETRI, Circoscrizione delle provincie di ecclesiastiche e diocesi nella Sicilia, in L’orbe cattolico ossia Atlante Geografico Storico ed Ecclesiastico, Roma 1858
19 P. GIANGRECO, Castello di Savoca, in Castelli medievali di Sicilia. Guida agli itinerari castellani dell’Isola, Palermo 2001, p. 277
20 S. MUSCOLINO, Savoca…, cit., p.9
21 S. LOMBARDO, Luoghi, tradizioni, poesia e cultura dell’antico territorio di Savoca e delle comunità rurali, Messina 1989, p. 46
22 T. CANNIZZARO, Scherzo [sonetto] in Tramonti, Messina 1892
23 P. CACOPARDO – S. RACCUGLIA, Savoca, Ragusa 1899, p. 3: “Una vecchia leggenda popolare dei dintorni di Savoca, racconta che negli antichi tempi cinque ladri avevano il covo sulle montagne ove oggi è questa città, e pretende che da essi sia restato il nome Pentefurri al gruppo di abitazioni della china occidentale del colle ove sono i ruderi del castello.
24 G. PITRE’, Studi di Leggende Popolari in Sicilia e Nuova Raccolta di Leggende Siciliane, Palermo 1903, p. 255. Giuseppe Pitrè nota come questi autori chiariscano “[…] non avere questa leggenda alcun fondamento, tanto più che il vero nome di quelle alture, oggi corrotto in Pentifurri, era in antico Pentifar”.
25 E. MAUCERI, Taormina, Bergamo 1907, p. 110. “Nulla conosciamo intorno alle origini di Savoca. Essa non è menzionata prima del 1915, sebbene il Pirri ne attesti l’esistenza sotto Ruggero come semplice raggruppamento di vari casali. L’Amico ne ricorda una fortezza chiamata «Pentafar» al tempo dello stesso re Ruggero, restaurata sontuosamente da Leonzio, archimandrita nel 1480, e rifatta poi ed ampliata da Diego Requesens”.
26 S. BOTTARI, Taormina. Amoena suburbanitas, in Le cento città d’Italia, Milano 1927, p. 13: “L’abate Vito Amico e il gesuita Rocco Pirri ci fanno sapere che anticamente il Castello veniva chiamato «Pentafar». La fantasia popolare ha alterato la morfologia della parola in «Pentefur» ed è sorta così la leggenda che l’antica cittadina venne fondata da cinque ladroni scappati dalle carceri di Taormina.
27 G. RIGANO (p. Giampietro da Santa Teresa), Raccolta di notizie sulla Religione Cattolica ed altri avvenimenti in S. Teresa di Riva e dintorni, manoscritto [1938], pp. 52-53; G. CAVARRA, La spiga nana, Messina 2001, pp. 61-63
28 G. TRISCHITTA, Cenni storici su Savoca, manoscritto [1920 ca.] citato da p. Basilio da Naso, “I Pentefur” aborigeni di Savoca. Studio storico-critico, dattiloscritto [1951], pp. 10-11; F. TRIMARCHI, Savoca: vetera et nova, Messina 1993, pp. 28.29
29 B. GUGLIOTTA (padre Basilio da Naso), Savoca pervetusta. L’eco dei passi che furono, Savoca 1996, p. 6
30 S. MAZZARELLA – R. ZANCA, Il libro delle torri. Le torri costiere di Sicilia nei secoli XVI-XX, Palermo 1985, p. 310
31 F. MAURICI, Castelli medievali in Sicilia. Dai bizantini ai normanni, Palermo 1992
32 F. TRIMARCHI, Savoca…, cit., p. 78
33 S. LOMBARDO, Luoghi…, cit., p. 20. Phoenix è Tamericium sive Palma citata nell’Itlnerario di Antonino poi Palmolium, anche nell’archivistica basiliana: un casale da identificare nelle contrade Bolina e Catalmo di S. Teresa di Riva
34 V. CASAGRANDI (a cura di), Raccolta di Studi di Storia Antica, fasc. II, p. 48, Catania 1893
35 M. D’AMICO, Palachorion, Catania-Verona, 1979, p. 11
36 M. AMARI-A. H. DOFOUR, Carte comparèe de la Sicile moderne avec la Sicile au 12 e siècle […], Parigi 1859, p, 33
37 D. PUZZOLO SIGILLO, Divagazioni…, cit., p. 33, n. 1
38 D. FAZELLO, Le due deche…, cit., I deca, libro decimo, p. 296
39 IDEM, Le due deche…, cit., I deca, libro secondo, p. 73
40 G. ROHLFS, Scavi linguistici nella Magna Grecia, Galatina (Le) 1974, p. 222, n. 310
41 R. STARRABBA, Scritti inediti o rari di Antonino Amico e documenti relativi al medesimo in Documenti per servire alla Storia della Sicilia, IV serie, vol. I, Palermo 1891, pp. 38-39
42 G. VINCI, Etymologicum Siculum, Messina 1759, p. 112
43 G. CARACAUSI, Lessico greco della Sicilia e dell’Italia meridionale (secoli XXII), Palermo 1990, p. 629. Sul tema χωρίον-ϕωρίον (chorion-forìon) cfr. Du Cange
44 M. PASQUALINO, Vocabolario Siciliano Italiano e Latino, Palermo 1785, vol. II, p. 180
45 G. FOTI, Storia, Arte, Tradizioni nelle Chiese dei Casali di Messina, Messina s.d., p. 17
46 S. MACALUSO STORACI, Nuovo Vocabolario Siciliano-Italiano e Italiano-Siciliano, Siracusa 1875, p. 139
47 A. V. MORTILLARO, Nuovo Dizionario Siciliano-Italiano, Palermo 1876, p. 529
48 A. TRAINA, Nuovo Vocabolario Siciliano-Italiano, Palermo 1890; IDEM, Vocabolarietto delle Voci Siciliane, Palermo 1888, p. 185
49 G. TRISCHITTA MANGIO’, Vocabolario siciliano-italiano per tutti, manoscritto [1875-1930] di cc. 5500, proprietà dell’Opera del Vocabolario Siciliano. Furono pubblicate solo 4 dispense per complessive pp. 64 fino alla voce a’ fimmina, Messina 1925-1926
50 Vocabolario Siciliano (a cura di G. Tropea), Catania-Palermo 1977-2002, vol. II, p. 157
51 G. CARACAUSI, Lessico Greco…, cit., p. 629
52 C. MARCATO, in Dizionario di Toponomastica. Storia e significato dei nomi geografici italiani, Torino 1990, p. 225
53 G. B. PELLEGRINI, Toponomastica Italiana, Milano 1990, pp. 85, 404
54 G. ROHLFS, Dizionario Toponomastico ed Onomastico della Calabria. Dizionario filologico-geografico della Calabria, Ravenna 1990, p. 114
55 IBIDEM
56 R. PIRRI, Sicilia…, cit., vol. II, p. 995
Ultimo aggiornamento
3 Settembre 2026, 10:19
Messina Medica 2.0