Quello che gli adulti non riescono a vedere del bullismo degli adolescenti
Data:
20 Ottobre 2026
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Sarah Miller, an Assistant Professor of Sociology, poses for a photo on June 30, 2026. Her newest book, "The Tolerance Generation: Growing Up Online in the Anti-Bullying Era". examines how teenagers deal with bullying in conjunction with social media Photo by Jackie Ricciardi for Boston University Photography
Per due anni la sociologa della Boston University Sarah Miller ha svolto una ricerca “immersiva” in un liceo rurale del Nord-Est degli Stati Uniti, vivendo a stretto contatto con gli studenti non come insegnante ma come osservatrice. Da questa etnografia nasce il suo primo libro, The Tolerance Generation: Growing Up Online in the Anti-Bullying Era (University of Chicago Press, 2026), che analizza come il bullismo sia cambiato nell’era dei social media e perché molte iniziative anti-bullismo non riescano a contrastarlo davvero.
Miller racconta che entrando a scuola pensava di studiare soprattutto il bullismo, ma ha scoperto anche un intenso “lavoro” quotidiano dei ragazzi per dimostrare agli adulti di essere gentili e tolleranti. Questo l’ha portata a includere nell’analisi anche l’“industria” della prevenzione: politiche scolastiche, programmi, report e procedure che spesso definiscono il bullismo in modo troppo ristretto. Secondo l’autrice, gli adolescenti non hanno smesso di bullizzare; hanno piuttosto imparato a farlo in forme che sfuggono allo sguardo adulto e ai criteri ufficiali, rendendo il fenomeno più difficile da riconoscere e quindi da affrontare.
Il suo metodo etnografico ha previsto una presenza costante negli spazi della scuola e della vita studentesca, dalle aule ai corridoi, fino a eventi sportivi e attività extrascolastiche anche fuori orario. Ha intervistato 100 studenti (circa un quinto della popolazione scolastica), osservato le attività social di 75 di loro e parlato con 27 figure scolastiche (docenti, dirigenti, infermieri, counselor). Ha inoltre analizzato documenti e materiali: politiche anti-bullismo, segnalazioni, verbali del PTA e contenuti dei programmi di prevenzione. Guardare contemporaneamente la vita online e quella in presenza, nota, equivale a essere travolti da un flusso continuo di informazioni.
Uno dei risultati principali riguarda la discrepanza tra ciò che gli adulti cercano e ciò che i ragazzi vivono. Le politiche spesso identificano il bullismo come comportamento diretto, evidente e mirato; al liceo, però, molte aggressioni diventano sottili e “allusive”: conversazioni online senza tag, allusioni e messaggi indiretti, esclusione tramite ghosting, pettegolezzi, “inside jokes” comprensibili a tutti tranne che agli adulti. È questo tipo di danno, sistematico ma poco visibile, che gli studenti descrivono come più comune. Le categorie più esposte sono, secondo Miller, studenti LGBTQ+, di genere non conforme, con disabilità, appartenenti a minoranze razziali o a contesti socioeconomici svantaggiati; spesso ciò che subiscono non viene riconosciuto ufficialmente come bullismo.
Il libro non dipinge i social solo come causa del problema. Miller sottolinea che gli adolescenti li usano anche come strumenti di apprendimento e supporto, soprattutto quando la scuola non offre informazioni su temi di identità e disuguaglianza. Online i ragazzi condividono risorse su genere, sessualità e razza, si difendono a vicenda e costruiscono reti di sostegno alternative. Per questo, sostiene, è importante proteggere l’accesso dei giovani ai social invece di limitarli a capro espiatorio.
Un episodio emblematico riguarda un tweet omofobo pubblicato di sera: in poche ore si diffonde su più piattaforme e il giorno dopo la maggioranza degli studenti ne è a conoscenza. Centinaia rispondono criticandolo, cambiano foto profilo con simboli di supporto, condividono materiali educativi e organizzano un gesto collettivo a scuola (indossare colori arcobaleno). Alcuni studenti raccontano di essersi sentiti più sicuri nel fare coming out, dopo aver visto quanto sostegno esistesse tra pari. Miller osserva che quella che gli studenti chiamano “guerra su Twitter” ha prodotto più educazione tra ragazzi sulla diversità sessuale di quanta ne avesse vista nella scuola.
Quanto al fallimento di molte iniziative anti-bullismo, Miller richiama dati nazionali: nonostante leggi in tutti gli stati e programmi diffusi, i tassi non sarebbero diminuiti in modo significativo. Il limite centrale non è solo la tecnologia, ma il fatto che molti interventi non affrontano la radice del bullismo, cioè le disuguaglianze. I programmi spingono a essere “spettatori attivi”, ma spesso evitano di parlare dei contenuti reali delle aggressioni, come slut-shaming, razzismo, transfobia e omofobia, e del modo in cui colpiscono gruppi marginalizzati. Online e offline, conclude, sono un continuum: bisogna intervenire sui motivi del conflitto, non solo sul mezzo.
Agli educatori Miller consiglia di spostare il focus dal bloccare il singolo episodio all’offrire fin da presto informazioni coerenti e di supporto su genere, razza, sessualità, classe e disabilità, e soprattutto di parlarne direttamente con gli studenti: quando ha chiesto cosa cambierebbero, molti hanno risposto “parlatene davvero con noi”. Critica anche la prassi di mettere gli studenti più popolari a guidare iniziative anti-bullismo, perché può replicare gerarchie e disuguaglianze. Gli adulti devono inoltre capire perché alcuni ragazzi non chiedono aiuto: se la scuola non riconosce la loro identità o non prova a comprendere la loro esperienza, è meno probabile che si espongano. Il titolo, “generazione della tolleranza”, sintetizza la tesi: la tolleranza non elimina l’ostilità, la rende solo più silenziosa.
Miller spera che il libro aiuti almeno un ragazzo a sentirsi non solo più sicuro, ma anche accolto e voluto, e invita gli adulti a riconoscere l’ingegnosità con cui gli adolescenti si sostengono e si educano tra loro, pur sottolineando che non dovrebbero portare questo peso da soli. Il suo prossimo progetto studierà come minacce di sparatorie scolastiche e esercitazioni “active shooter” influenzino relazioni, vita sociale e senso di comunità, attraverso interviste a giovani adulti che hanno vissuto questi eventi
La recenzione in originale è consultabile al link: https://www.bu.edu/articles/2026/sarah-miller-new-book-social-media-teen-bullying/
Ultimo aggiornamento
18 Ottobre 2026, 10:24
Messina Medica 2.0