Retroscena omerici: “Palamede: il genio che Omero preferì dimenticare”
Data:
26 Ottobre 2026
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di Salvo Rotondo
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I racconti legati al ciclo omerico e alla Guerra di Troia sono circondati da una ricca tradizione di aneddoti apocrifi, miti “paralleli” e dettagli non presenti nei testi classici dell’Iliade e dell’Odissea. Molti di questi racconti sono nati in opere successive (come il Ciclo Epico, la tragedia greca o autori latini tra cui Virgilio e Ovidio), sovrapponendosi nell’immaginario collettivo alla narrazione omerica originale. Ciononostante, essi contribuiscono a fornire notizie (vere o romanzate) sugli sviluppi collaterali dei miti greci.
Uno dei personaggi più affascinanti e tragici della mitologia greca è Palamede, eroe e inventore dell’Eubea, figlio di Nauplio. Nella tradizione mitologica, Palamede rappresenta l’archetipo dell’intelligenza pura, dell’invenzione e della lucidità razionale – un genio universale le cui doti intellettuali avrebbero potuto cambiare il corso della storia, se non fosse stato annientato dalla vendetta di un rivale e dalla censura di un poeta.
La fama di Palamede nella mitologia greca derivava dalla straordinaria gamma di invenzioni e scoperte a lui attribuite. Secondo la tradizione, l’eroe inventò diverse lettere dell’alfabeto e introdusse l’uso dei numeri, dei pesi e delle misure. Sistematizzò inoltre il calcolo del calendario, permettendo così agli uomini di orientarsi nel tempo con precisione. Tuttavia, il suo genio non si limitava affatto alla teoria: durante il lungo assedio di Troia, Palamede creò vari giochi di strategia – tra cui i dadi, gli astragali e la dama – con lo scopo pratico di sollevare il morale dei soldati e intrattenere le truppe durante i tediosi anni di guerra. Ciononostante, le sue invenzioni non furono la fonte primaria della sua fama duratura; questa derivò piuttosto dalla sua rivalità mortale con Ulisse, una vera e propria battaglia intellettuale tra due geni che avrebbe avuto conseguenze devastanti.
Per comprendere la vendetta di Ulisse contro Palamede, bisogna risalire al momento in cui lo stesso Ulisse ideò il patto che avrebbe in seguito generato la guerra di Troia. Quando la bellissima Elena, figlia del re di Sparta Tindaro, giunse in età da marito, i più potenti principi della Grecia si radunarono alla sua corte per chiederne la mano. Tindaro si trovò allora in una posizione estremamente delicata, poiché qualsiasi scelta avrebbe inevitabilmente scatenato una guerra civile sanguinosa tra gli esclusi, spinti a vendicarsi dal proprio orgoglio ferito.
Ulisse, inizialmente inserito tra i pretendenti, capì rapidamente di avere pochissime possibilità rispetto a rivali molto più ricchi e nobili. Abbandonato questo sogno, puntò gli occhi sulla cugina di Elena, Penelope, e propose un patto geniale a Tindaro: in cambio del suo appoggio per sposare la fanciulla, Ulisse gli avrebbe fornito la soluzione definitiva alla crisi dei pretendenti. La soluzione fu il Giuramento di Tindaro: prima che venisse annunciato lo sposo prescelto, tutti i pretendenti avrebbero dovuto giurare solennemente di difendere lo sposo scelto e di correre in suo aiuto contro ogni offesa rivolta a lui in conseguenza di quel matrimonio. Da Diomede ad Aiace, da Idomeneo a Filottete, da Patroclo fino allo stesso Ulisse, tutti giurarono senza minimamente immaginare che quella promessa avrebbe originato la guerra più grande e famosa dell’antichità. Elena infine scelse Menelao, che alla morte di Tindaro gli successe sul trono di Sparta.
Quando Paride rapì Elena e scoppiò la guerra di Troia, Ulisse si trovò paradossalmente vincolato dal giuramento che lui stesso aveva architettato. Tuttavia, una profezia gli aveva vaticinato che, se fosse partito per Troia, sarebbe tornato a casa solo dopo vent’anni e privo di compagni. Disperato all’idea di un simile destino, cercò di sfuggire al patto fingendo la pazzia arando la sabbia che, notoriamente, non è coltivabile e seminando sale piuttosto che semi.
Per reclutare Ulisse si recarono a Itaca Menelao, Nestore e Palamede. Quest’ultimo, subodorando l’inganno, strappò il piccolo Telemaco dalle braccia della madre Penelope e lo distese a terra sulla traiettoria esatta del solco.
Ulisse, pur di non uccidere il figlioletto, fermò bruscamente l’aratro rivelando di essere perfettamente lucido e consapevole.
Smascherato pubblicamente, Ulisse fu costretto a tenere fede al giuramento di Tindaro e a partire per la spedizione militare.
Questo episodio segnò l’inizio di un profondo e fatale rancore: Ulisse non perdonò mai l’affronto e, durante l’assedio di Troia, si vendicò incastrando Palamede con false prove di tradimento (mettendo di nascosto dell’oro e una lettera di Priamo sotto la tenda di Palamede), portandolo alla condanna a morte.
Infine si dice che Ulisse apparve in sogno a Omero e gli promise un racconto dettagliato della guerra di Troia e dei suoi viaggi intrapresi per far ritorno a Itaca a patto che nei poemi omerici non comparisse mai il nome di Palamede, sancendone la Damnatio Memoriae.
Link della puntata precedente: https://www.messinamedica.it/2026/10/retroscena-omerici-2/
Cattura
Ulisse che ara la riva del mare Heywood Hardy 1874
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Ultimo aggiornamento
14 Ottobre 2026, 19:26
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