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Dignità e decoro, questi sconosciuti

Dignità e decoro, questi sconosciuti

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di Giuseppe Ruggeri

Cos’è la dignità della professione? E’ anche accedere nei pubblici uffici con abbigliamento consono al ruolo rivestito. Il medico esercita una professione liberale, titolo conseguito dopo studio e impegno in discipline che presuppongono non soltanto un grado di cultura superiore alla media (la laurea, checché se ne dica oggi, non è per tutti) ma anche e soprattutto il giusto decoro che a ogni medico si addice. E questo decoro non può essere solo interiore, ristretto ovvero a quella “purezza” d’animo che Ippocrate pose a fondamento della sua arte, ma va di necessità inteso come presentazione esterna adeguata alle funzioni professionali svolte.

Lo sostengo con forza e rammarico a un tempo, in quanto, da dirigente medico che opera in una struttura territoriale pubblica, mi è capitato di recente e spesso di assistere all’indecoroso spettacolo di colleghi e colleghe che non indugiano a presentarsi negli uffici della locale Azienda sanitaria in bermuda o gonne a dir poco succinte. C’è da immaginare che, nelle corsie ospedaliere, i suddetti colleghi non abbiano alcuno scrupolo a indossare il camice sopra il costume da bagno potendo così esser pronti a fare un tuffo dove l’acqua e più blu al termine del loro turno di lavoro. Tuttavia, fin quando il camice ricopre tali (presupposte) nudità nulla quaestio, ma non credo si possa accettare una mise balneare in pieno svolgimento della propria attività professionale. Perché presentarsi nei pubblici uffici per accettare incarichi è, a tutti gli effetti, un momento di vita professionale, e tra i più elevati direi atteso che, sottoscrivendo gli incarichi di che trattasi, ci si assume l’onere e la responsabilità di espletare al meglio l’attività alla quale siamo chiamati.

Non sto qui a indagare le motivazioni di tanta – e a dire il vero sconfortante – sciatteria, il che è compito più di sociologi e psicologi di massa che di uno come me. Ma non posso fare a meno di stigmatizzare un atteggiamento che sembra ormai essersi cronicizzato, e che la dice lunga sugli strappi sempre più vistosi che l’attuale società “liquida” (come la definisce il sociologo Zygmunt Bauman) ha inciso sul camice dei medici. Scoprendo, sotto quel camice, le ferite profonde di un sistema che non riesce più a distinguere, nemmeno nelle sue espressioni più elevate come appunto è l’arte ippocratica, la virtù dal vizio. O, se preferite, il decoro dall’indecenza.