L’editoriale: invecchiamento e lavoro

di SALVATORE ROTONDO

 

Tutto il mondo invecchia, l’attuale popolazione mondiale è rappresentata da circa 7 miliardi di individui che dovrebbero superare i 9 miliardi entro il 2050 a causa del miglioramento delle condizioni di vita durante il secolo scorso. La bassa natalità e l’allungamento della vita media hanno rimpicciolito la base della “piramide dell’età” e ne hanno allargato il vertice rappresentato dalla popolazione avanti con gli anni.

La generazione dei ‘baby boomers’, cioè quelli nati nel ventennio successivo alla seconda guerra mondiale, oggi hanno più di cinquanta anni e accrescono sempre più il loro numero. Con la conseguenza che nella gran parte del mondo sviluppato si assiste sempre più all’incremento dell’aspettativa di vita.

Questo è stato confermato nell’ultimo Congresso Nazionale della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG). E’ stato infatti affermato che un 65enne di oggi ha la forma fisica e cognitiva di un 40-45enne di 30 anni fa e un 75enne quella di un individuo che aveva 55 anni nel 1980. E’ stato stabilito quindi che si è ufficialmente “anziani” dai 75 anni in su, come avrebbe confermato uno studio dell’IPSOS su 6mila persone in Italia, nove anziani su dieci è in buone condizioni, la metà autonoma fino a 80 anni.

Ma il cambiamento delle esigenze di lavoro, sociali ed economiche hanno determinato che questi soggetti non andranno in pensione secondo i canoni del passato, ma molti di questi dovranno lavorare per scelta o per necessità ben oltre i sessanta anni.

Il mondo medico non è rimasto immune a questo fenomeno. Il prolungato blocco del turnover e l’incremento dell’età pensionabile ha determinato che i medici over 55 anni rappresentano la maggioranza nel SSN italiano.

Tutto questo non giova al sistema, poiché se è vero si raggiungono traguardi anagrafici avanzati in condizioni migliori, questo non significa che a certe età si possano svolgere attività lavorative impegnative alla stessa stregua di un giovane. E’ vero che tra 75 e 84 anni il 45% è indipendente e che oltre 6 su 10 si occupano regolarmente dei propri nipoti e il lavoro di nonno è a tempo pieno nel 57%, non rinunciano a incontrare amici e familiari o andare a cinema il 28% e teatro il 13% o ancora ad ascoltare musica il 76% o passeggiare al parco il 76%. Ma queste sono attività cognitive e comportamentali proprie di un individuo non in prima linea. Ecco perché a causa di turni lavorativi eccessivamente onerosi per personale con capacità fisiche e mentali sicuramente non ai massimi livelli di reattività ne conseguono effetti negativi sulla qualità dell’assistenza. E questo vale soprattutto per la sala operatoria e per il pronoto soccorso dove decisioni particolarmente complesse (poiché devono tenere conto delle condizioni cliniche del paziente, della ricerca della diagnosi, della terapia da praticare che va sempre più personalizzata nel paziente da trattare e non ultimo di quanto previsto nelle linee guida da seguire) vanno prese nell’arco di pochi secondi.

Un altro aspetto di non secondaria importanza è determinato dal fatto che a causa del blocco del turn over e della “fuga dalla professione” si aggiunge una ulteriore criticità al sistema rappresentata dall’impossibilità di trasmettere ai colleghi più giovani le conoscenze legate all’esperienza che ciascun medico ha accumulato nel corso degli anni di attività. Si interrompe quindi l’ideale passaggio di testimone del sapere medico attraverso la formazione sul campo ai giovani medici con conseguente demotivazione e insoddisfazione sul posto di lavoro.

Finché questo non sarà ben compreso da chi ci governa si andranno a disperdere copiosi patrimoni immateriali fonti di ricchezza in termini di conoscenza costati tanti sacrifici e studio da chi ci ha preceduto.

Bisogna rinnovare quindi, ma basandosi sull’esperienza, poiché è necessario tenere sempre a mente il dettato di un vecchio proverbio africano: “è vero che il giovane cammina più veloce dell’anziano, ma quest’ultimo conosce la strada”.