Il “Recupero” di un sogno

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di Giuseppe Ruggeri

Giuseppe Recupero, nato nel 1948, si è laureato in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Messina. Nel 1974 ha vinto la Borsa di Studio Bonino-Pulejo che gli ha permesso di frequentare l’Istituto Oftalmologico Barraquer di Barcellona, in Spagna. Nell’ottobre 1977 si è specializzato in oculistica presso l’Università di Bari. Tornato a Messina, divenne primo assistente e poi aiuto presso la Divisione Oculistica dell’Ospedale Piemonte di Messina dove operò dal 1974 al 1989. Nel 1989 fece la scelta di lasciare le strutture pubbliche per dedicarsi all’attività libero-professionale. Personalità eclettica, animata da particolare creatività e amore profondo per l’arte in tutte le sue forme, Recupero ha dato vita a numerose iniziative culturali quali la nascita di un ritrovo “Lepanto 14” divenuto nei primi anni 2000 centro nevralgico della cultura messinese, spaziando dalla musica alla poesia ed alla pittura con l’intento di valorizzare artisti soprattutto della nostra provincia. Da qualche tempo ha trasferito lo stesso entusiasmo organizzativo a Monforte S. Giorgio (Messina), facendosi promotore di numerose iniziative culturali e benefiche. Sempre a Monforte S. Giorgio, Recupero ha riqualificato il borgo e la tenuta di famiglia, facendone un centro artistico-culturale di primo piano ove convengono diverse personalità del mondo intellettuale e si organizzano eventi a largo respiro. Il tutto in una cornice di recupero delle antiche tradizioni e all’insegna della ricerca enogastronomica nostrana.

Hic manebimus optime – la celebre frase latina riecheggia nella mia mente sul punto di varcare la soglia di un autentico pezzo di storia della nostra provincia. Territorio frustrato dagli eventi e la colpevole dimenticanza di quanti potrebbero e non vogliono, l’hinterland messinese vanta tuttavia alcuni cammei la cui preziosità è spesso inversamente proporzionale alla loro pubblica visibilità. Autentici fari di bellezza che arricchiscono le generose contrade della Messina che fu e che resta, nelle tradizioni almeno, pur sempre quella dei secoli andati.

Certo non sono, codesti cammei del nostro territorio ripetutamente violato, sterili musei di cere perse che ci guardano con musi lugubri rinfacciandoci il tempo ormai perduto. Essi non temono di mostrarsi, ma lo fanno solo in circostanze adatte a tali epifanie. Perché c’è sempre da ragionare a lungo prima di esibire i propri gioielli, altri potrebbero non capirne l’importanza e relegarli al rango d’inutile bigiotteria.

Hic manebimus optime – cosa, di diverso, potrebbe mai affiorare dai miei ricordi scolastici che la classicità ha plasmato in forma di echi e simboli e maniere intesi oggi alla stregua d’incomprensibili segnali che le attuali generazioni colgono a tratti, confusamente? Dinanzi a me, l’estatica visione di un profilo di case e casali assemblati in fisionomia di borgo contro un cielo azzurro di gennaio che il freddo cristallino impietra come le tante statue che punteggiano il parco della “Casa delle tre lune”, un angolo di bellezza incastonato nel cuore del centro storico di Monforte S. Giorgio.

Già, le tre lune – di manzoniana memoria – che campeggiano su una pista da ballo posta proprio in mezzo al prato rigoglioso di giare, piante grasse, scalinate in pietra il cui passo è segnato da magnifiche teste di lucida ceramica colorata delle tinte di Sicilia. La Sicilia tanto e diffusamente rappresentata in un teatro di odori colori sapori che seguono l’andamento irregolare dei terrazzamenti la cui trama dà impronta e significato al sogno contenuto nell’architettura del borgo.

Sì perché cosa se non un sogno può aver dato vita alla “Casa delle tre lune”? Una casa che casa non è ma, piuttosto, somma di case, e una somma non certo aritmetica ma esponenziale, una somma dell’anima, delle anime anzi che vi si sono stratificate nel corso degli anni dandole un’identità ben precisa. Un’identità aperta, che le contaminazioni esterne hanno modellato e modellano di continuo, un transito di vie e di vite che vi si assemblano in mirabile omologia di risultato. Un risultato che ha superato ogni possibile desiderio del fantasioso, passionale creatore di un universo incantato che oggi è fonte e ispirazione di artisti, poeti, cultori della bellezza che mirabilmente esprime.

Hic manebimus optime anche per l’ubiquitaria insistenza, nel nostro affascinante borgo, di tutta quell’oggettistica popolare di fattura artigiana che racconta la vita degli antichi, umili e ricchi, il loro porgersi alla vita con la dinamica dell’homo faber che realizza per durare nel tempo; e per le proprie comodità che subentrano, a un bel punto della storia, al semplice adattamento. Comodità materializzate in ferri da stiro, molle per il fuoco, annaffiatoi per l’acqua e tutta una serie di strumenti utili a render agiata la vita. Ti ci soffermi accarezzandoli, saggiandone la consistenza, seguendone i contorni e le asprezze, e in quei gesti rivivi, per riflesso genetico, un tempo che non ti è mai appartenuto e che adesso ritorna, rendendoti consapevole del fatto che altri, prima di te, non sono passati inutilmente. Li riconosci, adesso, nella registrazione di uno stimolo tattile o olfattivo o visivo in grado di riaprire i canali della memoria sepolta che tutti ci contiene come una vasca che si dilata sempre più e ove pesci d’ogni forma e dimensione nuotano.

Un percorso segnato dall’arte, del creatore del borgo, che artista lo è in proprio, e dei tanti che egli stesso ha invitato e quotidianamente invita per apportare al borgo nuova linfa ed energia con la potenza e l’armonia dei loro manufatti. Sicché, dall’inizio del percorso, s’incominciano a intravvedere i segni di questo passaggio cruento, che ha inciso sul territorio senza tuttavia offenderlo ma piuttosto migliorandone la complessiva avvolgente armonia.

Così, tra aiole e vialetti, scalinate in pietra e gazebi improvvisati in radure d’erbe, possiamo incontrare alberi in ferro battuto, statue in alluminio, angeli in volo realizzati in morbide reti metalliche. Natura e creazione si affrontano in sereno equilibrio scandendo il nostro passo facile sul cuscino d’erba del prato, a tratti spezzato da uno spuntone di roccia che affiora all’improvviso.

L’interno ci regala, in particolare, le suggestioni di una grande tavolata imbandita con ogni bendidio, al calore confortante di un camino ove crepitano tocchi di legno ben assestati. Restiamo a lungo, conversando nella leggerezza d’un convivio che potrebbe protrarsi indefinitamente gettando or qua or là lo sguardo sugli affreschi astratti delle pareti la seicentesca cassapanca le braccia di ferro di un lampadario antico sospeso sul desco.

Hic manebimus optime caro Pippo Recupero, non c’è dubbio. Benedicendo il tuo angolo santo di paradiso dov’è possibile vivere l’eterno sogno dell’immanenza. Perché la vera bellezza, che di ogni paradiso è l’anticamera, non ha avuto né un’origine né avrà mai una fine.