Intervista ad Alfonso Augugliaro: dai profughi del Kurdistan alle miniere del Congo… medico “senza confini”

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 di Massimiliano Cavaleri

 Alfonso Augugliaro è un medico senza confini, che predica bene e razzola meglio: neurologo messinese, classe 1951, si è laureato e specializzato nel nostro ateneo e da oltre trent’anni è impegnato in viaggi e missioni di pace e aiuto umanitario che lo hanno portato in vari paesi del Sud del mondo, tra cui Nicaragua, Brasile, Algeria, Congo, Senegal, nelle zone del Sahara occidentale e del Kurdistan turco e iracheno, a Sarajevo in guerra, nell’ex Jugoslavia, e in tanti altri significativi luoghi. Lo abbiamo incontrato per conoscere meglio le sue straordinarie esperienze e il patrimonio di ricordi e insegnamenti che ha raccolto in tutto questo tempo. 

 

Quando ha iniziato a viaggiare verso questi paesi e perché?

Già durante gli studi universitari sono sempre stato interessato al paesi del Sud del mondo, dopo la laurea nel 1980 ho pensato più volte di partire ma non trovavo il coraggio per affrontare viaggi, comunque rischiosi e pieni di punti interrogativi, così per circa dieci anni mentre lavoravo nelle guardie mediche spesso partivo “con la mente” ma non col corpo. Fu l’amico messinese, il sacerdote don Mario Albano, a convincermi ad intraprendere la prima trasferta: partii nel 1991 con lui e il collega Antonmario Rizzotti, oculista messinese, per il Sahara occidentale, dove poi sono tornato più volte, avevo quarant’anni e stetti circa venti giorni nei campi profughi dei Saharawi, una realtà sconcertante dove scopri davvero cosa significa essere e fare il medico nei paesi del Terzo Mondo o meglio Sud del mondo, dove comprendi cosa hai studiato per molti anni tra corso di laurea e scuola di specializzazione, dove non hai a disposizione tanti farmaci come nei paesi occidentalizzati, dove le strumentazioni e gli apparecchi medici sono pochi e arretrati.

 

Da quella volta è iniziata una serie di viaggi per aiutare chi ha bisogno…

Ormai tre o quattro volte l’anno parto per affrontare nuove esperienze o tornare nei luoghi dove sono stato, verificare se ci sono stati passi in avanti o addirittura peggioramenti. Molto spesso ho dovuto sfruttare le mie ferie personali perché non mi venivano concessi congedi straordinari nonostante partissi per lavorare gratuitamente: ora per fortuna sono in pensione quindi ho molto più tempo da dedicare a queste realtà e alla mia grande passione e voglia di aiutare i più deboli. Preferisco sempre incontrare persone che quando stringi loro la mano ti fanno sentire quanto è importante per loro che tu sia lì, che tu non li abbia dimenticati, che tu li voglia sostenere in qualsiasi modo: vale molto di più di una costosa vacanza alle Maldive, Seychelles o Hawaii o dei tradizionali viaggi turistici. “Grazie a voi ci sentiamo meno soli, meno dimenticati dal mondo” questa frase o parole simili spesso le ho sentite pronunciate e mi è venuta la pelle d’oca. Qualcuno mi definisce comunista e anarchico: sicuramente sono un convinto pacifista, un anticonformista, un non violento ma un “ribelle” di famiglia, e il 9 ottobre 1967, data della morte di Che Guevara, vero combattente che credeva profondamente nelle sue idee e soprattutto nei suoi ideali, è per me un giorno molto triste, che ricordo bene perché mi ha trasmesso preziosi insegnamenti.

 

Tra i tanti episodi vissuti, qual è rimasto più scolpito nella sua mente?

Ce ne sono tanti; ve ne racconto in sintesi solo tre. In Congo il padre di una bimba, di circa 4 anni, mi chiese di metterla in valigia e portarla con me: io gli dissi “Ma è tua figlia!” e lui mi rispose “Proprio perché è mia figlia, le voglio bene e voglio che cresca da voi, perché voi potete mangiare quando volete”. Cosa ne sappiamo noi di cosa significhi morire di fame… Parole che toccano il profondo del cuore e non hanno certo bisogno di ulteriori commenti. Al pronto soccorso dell’ospedale di Bagdad invece un altro aneddoto tragico che mi ha letteralmente sconvolto: gennaio 1995, ero lì per l’associazione Chirone, con cui parto spesso, arriva il padre con una bimba in braccio che aveva avuto forte diarrea da qualche giorno; ci accorgiamo coi colleghi che era già morta per una gastroenterite acuta, ma lui non lo aveva capito. Purtroppo in quel periodo l’Iraq era in embargo (causato da noi occidentali, in primis gli Stati Uniti) per farmaci e beni di prima necessità, dunque la piccola era totalmente disidratata: sarebbe bastata una semplice flebo per salvarla ma era troppo tardi. Lui ci ringraziò comunque per l’ “aiuto” che avevamo prestato, quando in fondo non avevamo fatto, perché non potevamo fare, assolutamente nulla. Sono quei gesti che ti rimangono impressi per sempre.

In Brasile, invece, fotografai sotto un ponte una coppia di senzatetto che dormiva in un cartone, i due si adirarono e per calmarli spiegai il perché dello scatto e diedi loro un euro, pari a pochi real, la moneta brasiliana: quasi mi baciarono la mano per ringraziarmi e io mi sentii una schifezza… Solitamente non do oboli né faccio la carità in questo modo: quella fu un’eccezione che però mi fece capire quanto un piccolo gesto, dall’insignificante valore economico per noi, si trasforma in una giornata di felicità per persone come loro, che poi mi raccontarono la loro storia, abbandonati dalle famiglie e costretti a mendicare.

 

Cosa non rifarebbe?

Rifarei tutto. Non aspetterei quei dieci anni di cui parlavo all’inizio per mettermi in moto, perché ero insicuro e non trovavo la forza. E alle persone che hanno i miei stessi interessi consiglio di non perdere tempo: il mondo è pieno di persone che muoiono di fame, che non hanno niente, emarginati, esclusi, malati, bisognosi a causa del nostro Occidente opulento e ricco. Eppure stiamo a guardare le tv a casa e dire no ai migranti. Io sono nipote di colonialisti in Tunisia e quando ero piccolo chiedevo ai miei nonni, materni e paterni, come mai sfruttavano quella gente e loro candidamente mi rispondevano che era “normale”. Dobbiamo avere scolpito bene nella nostra mente che tutto il nostro benessere, i nostri computer iper-moderni, i nostri cellulari di ultima generazione, i nostri capi griffati di alta moda e tutti gli agi del cosiddetto Occidente, sono fatti col sangue, con la miseria e con la morte di milioni di persone. Il 20% degli abitanti del pianeta sono “benestanti” e vivono grazie all’80% della restante popolazione mondiale e grazie alla natura e alle materie prime che numerosi paesi del Sud possiedono, rubate e sfruttate dalle multinazionali che noi stessi fomentiamo, pronte a lasciarli al loro triste e inesorabile destino. Guerre, battaglie civili, guerriglie locali e scontri autoctoni di molte nazioni sono esclusivamente una nostra responsabilità, perché di continuo gli stati ricchi, direttamente o attraverso intermediari di vario genere, offrono soldi e armi in cambio dello sfruttamento di miniere, varie ingenti risorse e campi di cotone, caffè, frutta, cacao, ecc. Ecco perché la stragrande maggioranza di armi e mine che ho visto in giro per i miei viaggi sono made in Usa, Russia, Inghilterra, Francia e persino Italia, ad esempio dall’azienda Valsella, vicino Brescia, facente parte del gruppo Fiat.

 

Prossime tappe?

Probabilmente nel 2020 tornerò in Brasile, a Foz de Iguacu, che si trova al confine tra Argentina e Paraguay: è anche una nota meta turistica per le sue bellissime cascate, ma io vado nelle zone povere che non sono distanti dal parco naturale, circa 20 km. Lì negli anni ’50 nacque l’associazione Madre Terra fondata dal sacerdote italiano, fratello Arturo Paoli, che grazie a donazioni dall’Italia di possidenti amici, acquistò un grande appezzamento di terra con varie piantagioni e raccolse numerose persone emarginate: bambini di strada, barboni, prostitute, drogati per farli lavorare nei campi, dare loro una nuova dignità di vita e la possibilità di riscattarsi socialmente. Quando morì prese il suo posto l’assistente fedelissimo, don Mario de Maio, originario di Acireale, che oggi conta ospiti circa un centinaio di persone bisognose. Tra queste ricordo la storia di Reginaldo: era un bambino di strada che negli anni ’70 viveva a Rio de Janeiro e non ricordava neppure se avesse ammazzato qualcuno perché lo obbligavano mettendogli in mano una pistola; Paolo lo prese con sè e lo liberò dalla schiavitù. Oggi ha 40 anni, una bella moglie e una bella figlia e da “aiutato” è un “aiutante” nel campo di Madre Terra.

Mi piacerebbe tornare anche in Congo, dove sono stato solo una volta nel 2001: questo paese africano ha una grossa fortuna trasformata in disgrazia, ossia le miniere di coltan, una miscela di minerali, oggi preziosissima per numerose industrie. Il Congo è proprio l’essenza dei concetti di guerra e fame che spiegavo prima: un luogo dove i potenti e ricchi del mondo arrivano per accaparrarsi le miniere, facendo affari con i capi delle zone, che poi spargono guerriglie e lotte, seminando paura, disperazione e carestia e costringendo persino donne e bambini a lavorare sotto terra. Situazione simile in Algeria, che possiede miniere di fosfati, tra le più grandi al mondo, sfruttate dal Marocco e dai suoi intermediari occidentali: una guerra impari tra chi ha armi potentissime, fornite dai paesi industrializzati, e chi cerca di difendere il suo popolo autoctono povero e lasciato alla fame.

 

Per chi volesse contribuire alle associazioni e alle missioni umanitarie o saperne di più sui viaggi di Alfonso Augugliaro, può contattarlo al cel 329.3533688 o all’email alfonso.augugliaro@gmail.com.