Covid-19 è la storia non di un’epidemia, ma di due

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di Alessio Gugliotta

Dopo che il 6 novembre la Sicilia è stata decretata zona arancione a tutti noi è stata subito chiara la situazione: siamo entrati ufficialmente nella seconda ondata da COVID-19. Ricominciano le conferenze stampa in ritardo del premier Conte; i numeri della pandemia urlati in tutte le edizioni dei Tg e nei talk-show; l’andamento esponenziale della curva; le bozze di Dpcm che trapelano tra varie indiscrezioni dapprima pubblicate e poi smentite, spesso difformi dalle iniziative delle regioni o dei comuni, che confondono ulteriormente la popolazione.

A tutto ciò purtroppo non c’è vaccino, non ci si può fare l’abitudine. Dopo tutti i sacrifici fatti nei mesi scorsi gli italiani vivono questa seconda ondata con molta più stanchezza e frustrazione rispetto alla scorsa primavera, poiché le aspettative di risoluzione del problema vengono puntualmente deluse e si ritorna al punto di partenza. Il senso di impotenza che ne deriva trascina con sé il rischio concreto di un netto calo dell’attenzione verso le misure precauzionali imposte dal Governo.

Provando per un momento a non tenere conto sia della mancanza di una analisi adeguata della situazione da parte di molti nostri connazionali sia delle lacune che stanno emergendo nella gestione dell’emergenza da parte dello stato italiano, la nostra attenzione non può che focalizzarsi sulle modalità con cui il coronavirus è stato raccontato in questi 10 mesi, dove il mondo dell’informazione non sembra abbia recepito l’importanza di diffondere messaggi chiari ed efficaci per contenere il più possibile l’aumento dei contagi.

Per quello che sembra un vero e proprio caos informativo, gli americani hanno una parola specifica: infodemia. Il termine viene dall’inglese infodemic,composto da informazione ed epidemia, ed è un neologismo coniato dal politologo e giornalista americano David J. Rothkpof, il quale lo usò per la prima volta nel 2003 sul Washington Post per descrivere l’abbondanza di informazioni inesatte e fuorvianti prodotte dai vari media riguardo l’epidemia di SARS dell’anno prima. L’attacco del pezzo recitava “SARS è la storia non di un’epidemia, ma di due”.

Il problema della comunicazione della scienza non è certamente nato oggi con COVID-19 né diciassette anni fa con la SARS, ma, adesso che l’intero sistema globale è in sofferenza, tutti quei problemi strutturali studiati finora esclusivamente da accademici ed esperti della comunicazione si sono rivelati per quello che sono: una minaccia concreta al diritto alla salute garantito dalla nostra Costituzione e dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

In questi mesi si è detto tutto il contrario di tutto. Le mascherine prima non servivano e poi sì, i guanti servivano e poi non più, gli asintomatici non contagiano, poi contagiano, poi no di nuovo però forse sì; un primario ha detto di aver trovato la cura alla malattia perché sono guariti due pazienti nel suo reparto e quella cura è stata studiata a livello internazionale per poi però veder ritirare le firme sullo studio e cestinare quel farmaco riesumato dalla lotta alla malaria; il plasma funzionava ed era economico ma poi era complicato da reperire ed utilizzare; a peggiorare il diffondersi dell’epidemia sono stati i vecchi impianti di condizionamento degli ospedali ma poi erano i mezzi di trasporto; prima morivano solo gli anziani (che qualcuno chiama vecchi e dice che non servono all’Italia) poi si moriva con la COVID e non per la COVID; poi il virus era clinicamente morto…finché non lo hanno preso Berlusconi, Briatore, Ibrahimovic e Cristiano Ronaldo.

Se osservando in TV e sui giornali la nostra classe politica siamo abituati a chi si rimangia le affermazioni pronunciate il giorno prima, a chi cavalca l’onda ed a chi litiga costantemente in televisione, un fenomeno invece a cui abbiamo assistito per la prima volta è stato il carosello degli esperti invitati a pontificare sulla pandemia, ciascuno con una interpretazione diversa. Subito dopo la notizia di una coppia di turisti cinesi trovati positivi e confinati in un albergo in via Cavour a Roma, avere un Virologo/Infettivologo/Epidemiologo all’interno di una trasmissione televisiva è ormai d’obbligo. In questo periodo caratterizzato dalla più assoluta insicurezza riguardo ciò che ci sta succedendo e ciò che accadrà nel breve periodo è più che comprensibile ricercare un’opinione forte e decisa, certa, anche se adesso certezze non ce ne sono. Purtroppo però il tutto si è rivelato una farsa nella tragedia.

La scienza è una verità provvisoria che ogni giorno si mette in discussione, nelle modalità previste dal metodo scientifico. Questo prevede che la mia considerazione in materia venga “smembrata” e messa in discussione dagli altri esperti così da poter arrivare ad una verità scientifica, seppur provvisoria; il problema è che oggi siamo di fronte ad una “massmedializzazione” di una prassi nota solo agli addetti ai lavori, che non fa altro che confondere chi non ha dimestichezza con il mondo della ricerca scientifica. È chiaro che il dibattito, il contraddittorio e la pluralità permettono alla scienza di progredire e di correggersi ogni volta, ma tutto avviene con delle regole ed un linguaggio che sono consoni alla complessità della materia che si sta trattando.

In televisione e sui giornali, specialmente in questo momento, sembra non esserci spazio per esprimersi con rispetto ed umiltà, e soprattutto sembra non ci sia spazio per il dubbio. Alzare la voce, semplificare, parlare per slogan ed essere dogmatico sono tutti atteggiamenti che favoriscono ed arricchiscono la programmazione offerta ogni giorno dai media in questo infotaiment che è diventato COVID-19. Uno spettacolo fatto di titoli ad effetto, analisi ed interpretazioni dei dati pretestuose, ricerca e profilazione degli ospiti lacunosa, ansia di rispettare i tempi televisivi ed una ricerca spasmodica del dualismo sportivo, del faccia a faccia.

I latini si domandavano “cui prodest?”, a chi giova tutto questo? Di certo la sovraesposizione mediatica a cui siamo sottoposti giova ai mass media stessi ed ai loro indici di share con tutto ciò che ne consegue, giova ai soggetti sovraesposti che poi possono far lievitare il proprio cachet o vendere libri o scalare le posizioni dei sondaggi pre-elettorali; ma di certo tutto questo non giova agli spettatori, ai pazienti, ai cittadini. Questa ricerca dello scoop condizionata da interessi di tipo commerciale, assieme ad un “calcolato” esercizio del diritto di cronaca, che poco ha a che fare con la libertà e l’indipendenza della professione giornalistica e con la libertà d’espressione dell’esperto intervistato, non può far altro che ledere il diritto alla salute delle persone.

Questa che ci troviamo ad affrontare è la prima emergenza sanitaria ai tempi della disintermediazione data da fonti di informazione secondarie. Gran parte delle notizie di cui veniamo a conoscenza ogni giorno proviene dai social network e dalle piattaforme di messaggistica personale, le quali sono fonti che non possono essere regolamentate; c’è un intero pianeta che discute dell’epidemia molto più velocemente di quanto la scienza riesca a studiarla. Purtroppo fin ora la politica e le fonti di informazione primarie hanno mandato messaggi contraddittori che inevitabilmente hanno confuso ulteriormente la popolazione facendo abbassare ancora di più la guardia.

Alla luce di tutto ciò, forse sarebbe l’ora di iniziare a trattare le persone come animali razionali” piuttosto che come riceventi passivi di un comando o di una informazione. Si può dire agli italiani che sono vietate le cene e le feste invece di normare che ad un tavolo in casa propria si può stare in sei ma non in sette. Si possono divulgare i dati della pandemia secondo un criterio scientifico ed intellegibile invece di lasciar passare il messaggio che una settimana con i contagi alti ci avvicini al lockdown mentre una con pochi positivi è un lasciapassare per fare assembramenti sulla spiaggia o in centro città. In attesa che tutto questo argomento venga trattato con la serietà che merita da chi di competenza, a tutti i medici ed ai professionisti della sanità, ai giornalisti ed ai comunicatori, non resta che adoperarsi con tutte le forze nel fornire in ogni occasione una corretta informazione, fino al punto in cui i cittadini non saranno pienamente consapevoli della situazione. Perché, anche se è vero che rispettare la legge e la libertà degli altri è un dovere, è altresì vero che la responsabilità non può essere sollecitata a comando nelle persone, ma può solo nascere dalla piena consapevolezza della realtà.