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“Messina tra macerie e incanti”: Una luce a Bisconte

“Messina tra macerie e incanti”: Una luce a Bisconte

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di Giuseppe Ruggeri

“Messina tra macerie e incanti” di Giuseppe Ruggeri, con prefazione a cura di Sergio Di Giacomo, è una raccolta di articoli, conferenze e introduzioni che l’Autore ha collazionato e stampato in proprio, per offrire ai lettori uno spaccato di vita cittadina ripercorso attraverso personaggi, libri ed eventi della sua storia. Ma anche attraverso i numerosi musei, presenti in città e dintorni, testimoni della memoria cittadina. Una memoria segnata da grandi catastrofi ma pure dalla tenace volontà di risorgere dalle proprie ceneri dopo ogni disastro.

Parecchie ancora, a Messina, le “macerie” di tante distruzioni, dietro le quali, però, occhieggiano altrettanti “incanti” che un occhio innamorato, come quello dell’Autore, non può non cogliere e far assurgere a simbolo dell’auspicato rinascimento di un’Urbe che fu un tempo – così come la definirono i nostri padri Latini – “civitas locupletissima”.


Ricordando Franz, mi sovviene dei musei di Messina. Visitando i quali, mi capita spesso di essere talmente coinvolto nel flusso comunicativo che i vari reperti mi trasmettono da riceverne una sensazione di sperdutezza. Intendo, per tale, una sorta di vertigine che immerge in una dimensione “altra”, parallela rispetto all’immanenza. Scivolare in una simile condizione equivale a perdere i contatti con la realtà con la quale sono uso convivere. Ecco cos’è, almeno per me, la sperdutezza.

Sperduto – piacevolmente devo aggiungere – mi son sentito per esempio dinanzi alle opere della speciale collettanea promossa e fortemente voluta dall’amico e artista Nino Russo, professionista eclettico che ha colto – come purtroppo oggi succede a pochi – l’essenza liberatrice dell’arte, quel suo rescindere, d’incanto, i legami con le incrostazioni del quotidiano trasportando lo spirito altrove. Un talento naturale, quello di Russo, arricchito e riplasmato di continuo da una maturità in costante divenire, che coniuga a un rinnovato credo religioso una coraggiosa ed

esclusiva missione sociale.

Già, perché Nino Russo, attraverso la sua arte, ha saputo creare una bellezza poi infusa, con risultati visibili a noi tutti, ai tanti giovani che vivono in un quartiere degradato scandito dal disagio sociale, la scarsezza d’infrastrutture, la povertà. Una bellezza contagiosa che pian piano ha dilagato, divenendo una vera e propria epidemia che ha condotto i giovani di Bisconte a rappresentarla nei loro manufatti attraverso l’originale tecnica del riciclo.

Sedie rotte, armadi dismessi, vecchie cassapanche buttate per strada son così diventate opere d’arte che ci guardano, adesso, con gli stessi occhi di quei giovani strappati, almeno per qualche ora, da una quotidianità segnata da privazioni e colpevole abbandono delle istituzioni.

E’ chiaro che tutto questo non è sufficiente e che ciò che, dall’alto della nostra ben diversa posizione sociale, ci piace etichettare come “riscatto di una comunità” non può prescindere dalla fornitura di mezzi di sussistenza essenziali utili al soddisfacimento dei bisogni primari. Attività, quest’ultima, che la comunità di Nino Russo – che lui a buon titolo ha chiamato “Arca di Noè” a significarne la singolare vocazione all’accoglienza – svolge da qualche tempo con lodevole spirito di

servizio. Abituando tuttavia al bello una comunità ove l’abbandono e la dispersione scolastici imperano, l’opera educatrice di Nino Russo sortisce un effetto di sicuro più duraturo e probabilmente risolutivo rispetto alla mera assistenza materiale. E questo per un duplice motivo, da un lato la correzione delle molteplici devianze che in determinati ambienti necessariamente sorgono, dall’altro perché i ragazzi imparano così un mestiere che potrebbe tornar loro utile nel futuro occupazionale della loro vita.

La bellezza è il riflesso del volto di Dio sul mondo, e ciascuno di noi, anche senza rendersene conto, porta dentro di sé una scia di questo riflesso. Bisogna solo tirarlo fuori e, se non ci si riesce da soli, ci vogliono le mani potenti di una persona, come Nino Russo, che sulla sua Damasco ha ricevuto la folgorazione che gli ha fatto invertire rotta, che l’ha reso uomo prima che artista sicché, da uomo vero, egli è diventato anche un vero artista. Mani che affiorano da quell’immenso mare di sangue che è la vita, dov’esse hanno nuotato a lungo prima di avvistare un lembo di terra. Una terra di periferia dove, lontano dai riflettori e dalle passerelle dei professionisti della beneficenza, Nino Russo conduce oggi, con passione e abnegazione, la sua silenziosa rivoluzione.