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32esima Giornata Mondiale del Malato

32esima Giornata Mondiale del Malato

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di Marinella Ruggeri

Ho sempre pensato che la Giornata Mondiale del Malato non sia per il malato, ma per il sano affinchè possa domandarsi in che modo si relaziona con il malato e con la malattia.

Papa Francesco, evidentemente ben ispirato, ci richiama ad una pedagogia dell’amore autentico, quello concreto, quello della vicinanza a chi è solo, specie nel suo dolore, e utilizzando una frase a mio parere, molto efficace, ci richiama a riflettere su ciò che lui definisce l’attuale evanescente virtualità delle relazioni.

Siamo creati per stare INSIEME, non da soli. L’esperienza dell’abbandono e della solitudine è di per sé dolorosa e disumana, ma diventa lacerante nella fragilità, nella malattia …

La pandemia da Covid-19 ci aveva fatto riflettere sul dolore provocato dalla solitudine, in cui siamo stati costretti a trovarci. I pazienti, spesso, sono morti da soli, non hanno potuto salutare i propri cari in quei momenti in cui lasciavano questo mondo. Medici ed infermieri sovraccarichi di lavoro ma anche loro isolati. Penso che in quei momenti ognuno di noi, ha avuto modo di pensare a questo e, di ripromettersi, che quando quel brutto periodo fosse passato, qualcosa sarebbe dovuto cambiare nel desiderio maturato di volere  stare con gli altri.  Quel tempo di riflessione obbligata ci avrebbe insegnato a cambiare il nostro modo di vivere, ci avrebbe spinto ad un impegno attivo verso chi è solo e sofferente…

 Purtroppo però sembra che non sia servito a niente!!! Rincorriamo l’intelligenza artificiale e parliamo più facilmente con Alexia e Siri, anziché accorgersi di chi  nelle nostre conoscenze è solo e malato. Forse siamo anche noi rimasti SOLI con queste “ entità virtuali”.

Bisogna tornare ad occuparsi degli altri, bisogna avere interesse e attenzione per i più fragili attorno a noi, per poter essere efficaci nel soccorrere,  bisogna VOLERLO con i fatti  e non con sterili parole.

Non si può dire ..io per te ci sono…, se ti serve qualcosa io ci sono.., e POI NON ESSERCI AFFATTO!!!

Serve concretezza nel voler aiutare, nel PRENDERSI CURA.

L’amore ha bisogno di presenza, incontro, spazio , tempo, custodia dell’altro, e non belle parole o selfie, o  messaggi wathapp con emotion.

Possiamo quindi rimetterci in ascolto attivo, quello che va oltre lo schermo dello smartphone.

Le attuali guerre ci danno molte possibilità di riflettere sul senso del nostro vivere e del nostro esserci in questo mondo. La Guerra è la peggiore delle malattie e uccide soprattutto i più fragili, dopo aver loro fatto gustare l’amarezza della solitudine e dell’abbandono.

Noi che viviamo in un Paese nel quale c’è la pace dovremmo approfittare per allenarci al dono e alla concretezza. Invece purtroppo gli ospedali sono diventati  luoghi di disumanizzazione, le case di riposo aumentano per accogliere anziani e malati soli.

Eppure UNO è il posto in cui dovremmo imparare a stare, il posto del DONO DI SE’.

 A cosa serve essere efficienti e individualisti se questo stato non si può condividere con gli altri? Tutto passa nella materia, mentre investire sulle persone significa restituire loro un valore primario da rispettare specie nella disabilità e nella malattia.  E’ facile stare con chi sta bene, perché può stare al passo con noi nell’andare in palestra, nel giocare a padel, nel mangiare la pizza; ma ciò che ti muove dentro, ciò che restituisce quella sensazione nuova, forte, è andare controcorrente e occuparsi degli “ scarti”, di quelli che non servono, di quelli che non possono ricambiarti, di quelli che sono così poveri da non potersi neanche curare.

Chiediamoci allora , nella VERITA’ più profonda, quale  vita  vogliamo vivere;  una esistenza superficiale che si accontenta o una essenza che vuole sentirsi e sentire l’altro.

I malati oltre ai medici e alle medicine hanno bisogno LA TERAPIA DELLA RELAZIONE, quella necessaria vicinanza piena di compassione e tenerezza che dia loro la forza e la voglia di combattere. Tutti noi siamo stati bisognosi di qualcuno che si occupasse di noi, in alcuni momenti della nostra vita, e se non l’avessero fatto, cosa ne sarebbe stato di noi?

E quelle volte che siamo rimasti soli nella sofferenza, quei momenti ci hanno segnato nel profondo, levandoci ogni energia. L’unica dimensione della nostra esistenza che valga davvero la pena di essere vissuta è l’amore che riusciamo a donare, che diventa la migliore CURA da adottare sia come figli, che come genitori che come amici, che, soprattutto come operatori sanitari.

Spesso chi si trova nella malattia, si vergogna di chiedere aiuto, si chiude nel suo silenzio, specie quando si aspetta che gli altri vengano a tendergli la mano, e invece non viene nessuno.

Potremmo decidere allora, che il nostro tempo libero, invece dell’abbonamento al cinema o al teatro potrebbe diventare un abbonamento al malato, con cui stare anche solo per tenergli la mano, o per vedere quel film insieme.

Lourdes ci insegna infatti che SOLO portando i malati alla grotta si può celebrare l’Eucarestia, non pregando per loro ma lasciandoli a casa.

“ Non è bene che l’uomo sia solo”

 Allora…buona Giornata Mondiale del malato…