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Il tempo della cura

Il tempo della cura

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di Marinella Ruggeri

Come medico ed operatore sanitario, mi confronto con diverse categorie di soggetti fragili, per lo più inguaribili, ma certamente curabili.

La Cura per attuarsi, necessita, a mio parere, di tre strumenti che si identificano con l’accoglienza, il dono e la comunicazione; non si tratta di belle parole, ma appunto, di tre validi percorsi di cura.

L’aver cura degli altri è intrinseco all’essere umano che originariamente è “con” gli altri e dunque “verso” gli altri, pertanto, da sempre è per costituzione, aperto.

Ogni tappa della vita necessita di relazione con gli altri, fondamento che sta alla base della educazione, della crescita e dello sviluppo.

Ogni progetto educativo, infatti, si fonda su una relazione di cura, di aiuto, come una possibilità di occuparsi dell’altro: la cura è davvero una dimensione implicita nel farsi carico dell’altro, e, si distingue dalla naturalità parentale.

In una relazione di cura entrano in gioco tanti fattori: l’ascolto attivo e partecipante, il contenimento e la capacità di predisporre un ambiente accogliente. Non da ultimo, diventa fondamentale entrare in “empatia” con chi ci sta accanto, essere capaci di entrare nell’intima esperienza dell’altro, mettersi nei suoi panni e comprendere il suo stato d’animo: la relazione di cura è per eccellenza empatica.

Nello specifico, nella vita quotidiana di un soggetto fragile, la relazione di cura si manifesta in tutti i momenti della giornata, soprattutto nelle così dette routine; non solo occupandosi della sua igiene personale o delle medicazioni, ma anche dei suoi sentimenti, delle sue emozioni, dei suoi tempi, del suo bisogno di instaurare una relazione di fiducia; pertanto prendersi cura è occuparsi, nello stesso momento, anche della cura dei suoi aspetti psicologici.

I momenti di cura sono momenti in cui si intrecciano affetti e si instaurano relazioni positive tra i soggetti coinvolti.

Durante i momenti di accoglienza, di attività, di cura e di igiene del corpo, del pranzo, del sonno, il soggetto fragile sviluppa fiducia in se stesso e negli altri, maggiore consapevolezza della propria identità corporea.

L’Accoglienza: …

Una buona accoglienza, ad esempio, con il saluto della mattina, il sorriso nello sguardo, l’esserci ad affrontare insieme l’inizio della giornata e a volte, anche la fine della giornata. L’essere accolti, ci fa sentire persone, nonostante la malattia e al di là della malattia; ci fa sentire importanti, quindi prima di iniziare igiene, farmaci, visite, è importante, riconoscere la persona e confermarla nella sua ESSENZA e nel suo valore.

Questo passaggio, crea intimità e rende meno traumatico il trovarsi nudi e lavati da un estraneo che si occupa dell’igiene personale.

Il Dono

Preparare un pasto e porgerlo; preparare le medicine e accompagnare il malato mentre le assume; mettere della musica, chiedere di esprimere i suoi bisogni e, perché no, anche i suoi desideri, ma soprattutto ESSERCI per l’altro, donare la propria presenza, che significa aiuto, conforto, forza, energia vitale.

Diventerà importante interrogarci sulle caratteristiche del contesto nel quale operiamo, luogo fisico ma anche psicologico e culturale, in cui si svolge la complessa relazione tra l’individuo e il mondo. Lo spazio, gli oggetti in esso contenuti e il modo in cui ci si organizza, sono parte integrante e fondamentale nel processo di assistenza. L’essere “immerso” in un ambiente è, infatti, di per sé motivazione a conoscere, a formarsi degli schemi ambientali utili a fornire indicazioni su come approcciarsi a quella casa, a quella famiglia, a quello spazio e a quel vissuto biografico oltre che biologico.

La Comunicazione

Noi operatori dobbiamo essere vettori di una verità da trasferire attraverso una comunicazione, certamente adeguata al target che abbiamo davanti, ma SEMPRE onesta, chiara e trasparente.

E quando parlo di comunicazione, non mi riferisco solo alle parole, che in realtà spesso hanno un effetto relativo, al contrario “ Tutto il Non Verbale” è dirimente, efficace, e và curato e attenzionato, và pensato ed elaborato, per poterlo consegnare in modo autentico e meno traumatico possibile.

La comunicazione, nella cura ha un ruolo determinante e soprattutto, è un lavoro continuo per tutto il tempo della cura, perché si va oltre il comunicare una diagnosi; quello è il momento dell’INIZIO, poi ogni evoluzione, modifica, momento nuovo con cui ci si confronta, necessita una continua comunicazione tra il singolo operatore sanitario, il malato e la famiglia ma anche tra gli operatori sanitari coinvolti nel processo di cura. Se manca la comunicazione anche per una sola volta, il processo di cura smette di funzionare.

In conclusione,  come si evince, la tematica della cura intesa nel senso ampio  implica un’attenzione particolare proprio al concetto di “tempo”: ecco perché …il “tempo della cura”…
Un tempo lento, differente dalla frenesia quotidiana, un tempo che è capace di rispettare i tempi di ciascuno e che diventa “tempo personale”; il tempo dell’assistenza è quel tempo che permette alla persona di creare un momento diverso rispetto alla quotidianità, nel quale può soffermarsi sulle sue azioni, ripeterle, esplorarle, sperimentarle ed infine interiorizzarle, potrebbe , a volte,  sembrare un “perdere tempo” , ma in realtà restituisce tutto, appunto, nel tempo.