Quello che la foto non dice: “Il Velo”

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a cura di Daniele Passaro

“IL VELO”

Prima di partire per il viaggio fotografico che avevamo deciso di fare in Marocco, devo essere sincero, non mi aspettavo di trovare le magnificenze, l’arte e le bellezze che poi si sono spalancate ai miei occhi.

Ma la fotografia di questa settimana – scattata appunto in Marocco in quel stupendo viaggio – racconta un’altra storia.

Va subito detto che esistono ancora oggi paesi del mondo in cui alcune credenze popolari sono fortemente radicate.

Tra queste vi è quella secondo la quale una foto possa rubare l’anima del soggetto che viene ritratto e questa convinzione – soprattutto nelle donne – è spesso abbinata ad una naturale ritrosia o a costumi sociali particolarmente rigorosi.

La ragione è probabilmente nel fatto che la fotografia in origine venne vista da questi popoli come un sortilegio, una sorta di magia che trasferendo l’immagine del volto sulla carta fotografica intrappolava – sul quel foglio lucido – anche l’anima.

Né il progresso, né l’abitudine ai turisti ed alle loro macchine fotografiche, hanno mutato più di tanto questa convinzione che, soprattutto oggi, si ritrova in Etiopia, nell’Egitto, in Marocco, in Senegal, ed anche in India.

Per questo è sempre buona norma chiedere il permesso prima di scattare una foto.

Sapevo di questa strana convinzione quando il nostro Master, dopo un terrificante viaggio nel deserto del sud del Marocco, ci ha portato in un piccolo villaggio (quattro o cinque case in tutto) dove avremmo potuto – ovviamente pagando – fotografare liberamente.

In effetti appena giunti nel villaggio ci è venuto incontro il capo villaggio, il più anziano tra gli uomini, corpulento e simpatico, vestito con la tradizionale tunica grigia.

Ci ha fatto entrare a casa sua per offrirci il tè e lì – ad attenderci – c’era tutta la sua famiglia formata da uomini e donne di tutte le età, e da due bambini bellissimi, una quindicina di persone in tutto.

Erano tutti seduti a terra, sui tappeti.

Ci siamo seduti anche noi tra loro e, rotto il ghiaccio con il tè bollente e buonissimo, abbiamo timidamente cominciato a chiedere (a gesti) il permesso di scattare qualche foto.

Permesso accordato.

E così, tra una risatina imbarazzata ed una occhiata maliziosa delle ragazze più giovani ed avvenenti, abbiamo cominciato a fotografare.

C’erano donne ed uomini con visi scavati dal sole, ragazze bellissime vestite con colori sgargianti che spiccavano sul blu brillante delle pareti di quella poverissima dimora… il paradiso del fotografo.

Una sola ragazza stava con il viso nascosto, e chiaramente evitava di incontrare il nostro sguardo e le nostre silenziose richieste di permesso.

Certamente non voleva farsi rubare l’anima nemmeno per danaro.

Ad un certo punto non l’ho più vista… era uscita nel cortile illuminato da un impietoso sole africano che rendeva tutto piatto, abbacinante.

Ovviamente volevo portare a casa il suo ritratto, soprattutto perchè era quello che nessuno degli altri miei compagni di viaggio aveva potuto fare, e quindi l’ho seguita.

L’ho raggiunta, l’ho chiamata – era di spalle – e le ho chiesto di girarsi.

Sapeva che le avrei scattato la foto e, con mia sorpresa, si è girata ma nascondendo la più parte del viso con il suo velo e lasciando scoperti solo gli occhi a guardarmi, stupiti.

Avevo scattato la foto ed ero contento, ma ero turbato per averla quasi rubata quella foto e per averle rubato, forse, anche l’anima.

Poi di colpo, per un colpo di vento, il velo che non aveva più trattenuto le è caduto ed ho capito perché non voleva farsi ritrarre.

Non era bella, ma soprattutto aveva degli incisivi pronunciati e molto grandi che le davano – poverina – un’espressione di cui certo non andava orgogliosa soprattutto considerando la bellezza delle altre ragazze.

Non temeva quindi che le rubassi l’anima, semplicemente si vergognava.

Allora le ho sorriso – e con il suo permesso – ho scattato altre foto che le ho mostrato e che ha gradito.

Poi le ho mostrato questa – la prima – ed è questa foto la foto che mi è sembrato le fosse piaciuta più di tutte.

Ecco perchè questa fotografia (e non le altre che sono anche più belle) oggi condivido con voi perché voglio che nessuno le rubi l’anima e nemmeno veda il suo volto di cui non andava orgogliosa.

Ecco i dati di scatto (dati c.d. exif) per chi fosse interessato

Nikon D800 – Nikon 28-200 F 2.8 – 1/8000 sec. f/3,2 170 mm.