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“Colleghi, prendiamola con filosofia”: la Filosofia come primum movens della professione medica

“Colleghi, prendiamola con filosofia”: la Filosofia come primum movens della professione medica

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di Carmelo Staropoli

Molti di Voi si chiederanno il motivo dell’inserimento in Messina Medica ,rivista molto pratica e tesa costantemente all’informazione  ed all’aggiornamento professionale dei Colleghi, di una rubrica dedicata a  brevi annotazioni sull’analisi del pensiero umano nel suo divenire e nei suoi risvolti filosofici in ambito medico.  In realtà si tratta di considerare gli eventi della normale attività medica quotidiana come  possono essere meglio valutati con angolo di visuale differente, e con altrettanto differente consapevolezza dell’ evento stesso.

Non si tratterà quindi di ritornare al Liceo per rileggere Platone od Aristotele, ma capire come i grandi pensatori del passato e la loro influenza ontologica possano ancora oggi insegnarci a valorizzare aspetti sottovalutati o considerati desueti del nostro esserci “hic et nunc”.

“Historia magistra vitae” diceva Cicerone nel De Oratore. Nulla di più vero. La professione medica con la filosofia si intreccia in maniera indissolubile nel fluire dello sviluppo del pensiero umano. Personaggi  quali Ippocrate, Aristotele, Galeno erano prima filosofi e poi medici; per arrivare ad Eccles, neurofisiologo, premio Nobel nel 1963, che approdò alle sponde del pensiero filosofico, collaborando attivamente con Carl Popper . Ci sarà un motivo per cui ,ancora oggi, noi giuriamo di perseguire il Decalogo di Ippocrate a distanza di millenni e consideriamo questi il fondatore della “filosofia medica”. C’è da dire che il prendersi cura dell’altro  ha le proprie radici nella notte dei tempi  fin dalla preistoria  e molto prima della civiltà egizia e greca e dello sciamanesimo. Dall’archè parmenidea e dalla nascita della fenomenologia presocratica, attraverso Talete, Anassimandro, Anassimene ed il sommo Eraclito di Efeso, si poneva al centro del pensiero i fenomeni fisici (acqua, terra, fuoco, aria) come manifestazioni della forza della Natura e del rapporto di questa con la sua espressione più evoluta, cioè l’uomo. Si rivolsero soprattutto al vincolo tra quest’ultimo, e l’eterno scorrere dei fenomeni naturali in rapporto alla conoscenza ed alla consapevolezza della natura stessa, i cosiddetti “attributi metafisici dell’essere umano”.

Da queste considerazioni, derivate dalle origini un po’ nebulose, coperte dal manto polveroso del tempo, veniamo proiettati dalla realtà oggettuale nel nostro millennio con le sue contraddizioni ed i suoi dubbi.

Ed oggi, dove siamo sottoposti ad un continuo bombardamento mediatico e dove comunicazioni e decisioni sono estremamente rapide e perentorie, dove anche il rapporto umano viene spesso mediato da strumenti, che depauperano e rendono aridi anche i contenuti e le modalità di comunicazione interpersonale, che cosa c’entra la filosofia? Ma soprattutto, ci interessa l’implicito legame che congiunge l’uomo medico all’uomo paziente? Ha ancora oggi valore parlare di rapporto medico/paziente al di fuori di un’aula di tribunale?  Ha ancora oggi un senso guardare l’uomo che ti sta di fronte e cercare realmente di capire il suo dramma che chiamiamo malattia? Bene! Penso che la risposta a questo stallo di umanità in cui operiamo come medici, questo vivere tra “color che stan sospesi” tra superficialità, ottusa burocratizzazione, e modalità comportamentali sempre più lontane da un corretto sviluppo dei rapporti umani, porta al riconoscimento corretto del “substrato” del processo patologico visto in quanto tale, ma risulta essere avulso dall’uomo (che ne è portatore), nella sua integrità e complessità relazionale. Parafrasando Albert Camus direi che il medico “vive tra odori di caffè e di asfalto, lontano dal mondo (del paziente) e dalla sua verità”. In realtà il medico oggi sempre più focalizza la propria attenzione nell’ambito dell’ipertecnicismo e dell’esasperata   iperspecializzazione. Se ne conclude che siamo in grado di definire il gene e gli aspetti biochimici più avanzati per il riconoscimento di questa o quella malattia rara, ma non sappiamo come porgere in maniera corretta e meno traumatica possibile una notizia di decesso o di acclarata diagnosi di malattia al paziente ed ai suoi familiari. Tutto ciò fa perdere di vista il fatto che nella quotidianità ci interfacciamo e relazioniamo con uomini e donne con le loro problematiche, i loro caratteri, le loro debolezze che emergono in maniera precipua e preponderante, tra l’altro, proprio nel momento del dolore e del senso di perdita e di angoscia del frangente della malattia.

Nel tentativo di recuperare le basi umane del nostro modo di concepire l’atto medico e la professionalità insita nel suo essere tale, si parla oggi sempre più di visione olistica della medicina. E proprio qui subentra la filosofia. Ormai da alcuni decenni essa da teorica e focalizzata su aspetti apparentemente astratti e coinvolgenti un ristretto numero di esperti, ha spostato il suo interesse verso problematiche legate all’esistenza dell’uomo e delle sue conquiste scientifiche. Sono nati e si sono potenziati filoni di “pratica filosofica”, rendendo più rilevanti aspetti collegati all’analisi della conoscenza pragmatica. Da questo incontro tra visione scientifica e filosofia della scienza nasce, a mio avviso, un modo nuovo di affrontare la disabilità perpetrata dalle malattie croniche e matura da parte del paziente un differente modo di concepire l’evento patologico attraverso un processo di consapevolezza dell’idea di malattia. 

Questa rubrica quindi si prefigge (speriamo non sia solo una velleità) di porre in discussione aspetti della vita medica, collegandoli a basi concettuali che affondano il loro essere nel pensiero filosofico di ogni periodo della cultura umanistica. Ricordo a me stesso che il termine Cultura (purtroppo spesso confuso con erudizione) deriva dall’antico germanico Kultur che vuol dire Civiltà!