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Noterelle riabilitative del padre del libraio: “Soporosa”

Noterelle riabilitative del padre del libraio: “Soporosa”

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di Filippo Cavallaro 

Parlando con la signora Angela, ricoverata con esiti di ischemia cerebrale, insisto nel presentarle gli esercizi e le manovre che le proponevo. 

Insisto perché è un po’ soporosa, cerco di interessarla e tra le altre le dico che ci fu uno scrittore che da una lunga degenza in ospedale poi scrisse un romanzo che lo fece diventare famoso. Mi riferivo ad Alberto Moravia che dovette passare un periodo di cure e riabilitazione in sanatorio, e che scrisse “La noia”. 

Alla paziente dormiente, così, raccontavo che il giovane scrittore descrive il periodo da ricoverato in maniera precisa arrivando a sostenere che la noia è simile al divertimento. 

Alla parola noia, la compagna di camera, che aveva ascoltato le mie sollecitazioni, interviene puntuale nominando autore e titolo. Io continuo a rivolgermi alla paziente che sto trattando ma ormai la vicina di letto si sente coinvolta. 

La situazione è surreale io che presto attenzione ai movimenti che propongo in modalità passiva ad Angela, e la signora Loretta, la vicina, che continua a parlare del romanzo di Moravia. 

Io a monitorizzare durante gli esercizi sia le libertà articolari, che le eventuali rigidità o limitazioni, sia il tono muscolare, che le reazioni dolorose comunemente espresse con la mimica facciale. 

La vicina mi sollecita, per cui mi trovo a pensare alla signora Angela come se fosse un ventriloquo che le desse voce, e capacità interattiva nella comunicazione. La guardo e tratto e mi sembra di parlarle anche se di fatto l’interazione verbale è con la signora Loretta. 

La chiacchierata analizza la trama del romanzo ed il vissuto del giovane Alberto Moravia che era costretto ad un lungo ricovero in sanatorio. Lei mi racconta di quanto allora fosse trasgressivo leggerlo per le vicende intime raccontate. 

La conversazione prosegue perché la voce dice che i romanzi l’aiutano, aumentano le sue conoscenze, le stimolano curiosità che le fanno conoscere luoghi, persone, epoche storiche. 

Io, sempre parlando rivolto alla soporosa Angela, introduco un altro romanzo nella discussione, anche questo legato ad un ospedale, è di Ernest Hemingway, Addio alle armi. 

Anche su questo la vicina è preparata e puntualmente ricorda episodi, anche qui vicende amorose con l’infermiera, un miscuglio di alcool e sesso. 

La mia paziente non si è mai interessata, io intanto avevo continuato con la chinesi passiva anche degli arti controlaterali, per cui la voce per buona parte del tempo mi era venuta da dietro, ed anche se io le davo le spalle Loretta era troppo presa dal discorso e continuava a parlare. 

Finito il mio intervento ho provveduto a posizionare la paziente a letto, stirando la traversa, sistemando il capo, gli arti, soprattutto sistemando la mano plegica in postura funzionale di presa, spostando opportunamente i cuscini, stendendo le lenzuola e le coperte prestando cura a che non pressassero sui piedi. 

A questo punto ritengo doveroso volgermi verso Loretta per le ultime battute ed un saluto. 

Mi complimento per quanto sia brillante malgrado gli ottanta anni e passa ed un ictus che si sta risolvendo felicemente. 

La saluto e la risposta mi arriva da dietro, non è una allucinazione, la soporosa Angela, mi ha risposto, lo conferma anche la vicina, anche se continua nel suo stato ad occhi chiusi. 

Durante il trattamento il suo corpo si era mostrato disponibile, non c’erano resistenze né rigidità, era rimasta soporosa. Credo abbia sentito tutta la conversazione, forse vi abbia partecipato “a modo suo”, al saluto si è sentita di dover rispondere. E così fu.