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I disabili invisibili

I disabili invisibili

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 di Marinella Ruggeri

 Da qualche anno ormai, mi capita di incontrare, ogni giorno, un numero crescente di disabili cosiddetti invisibili. La mia esperienza personale trova riscontro nei dati statistici che si stanno registrando a livello nazionale.

Secondo l’Istat il numero totale di disabili in Italia è 12,8 milioni (di cui 3,1 milioni presentano una disabilità grave).

Questo numero corrisponde al 21,3% della popolazione italiana e include un’ampia gamma di disabilità, da quella più grave a quella con minori limitazioni e ripercussioni sulla vita quotidiana.

Spesso quando si pensa alla disabilità ci si immagina una persona con difficoltà motoria o in carrozzina. In realtà i dati ci confermano che siamo di fronte a uno stereotipo: il 93% dei disabili non utilizzano la sedia a rotelle.

In molti casi, la condizione di disabilità è dettata, infatti, da una qualche condizione che limita e vincola la quotidianità, ma che può essere poco visibile e non intuibile se la persona non lo dichiara apertamente.

Chi sono quindi i disabiliti invisibili?

Sono quei soggetti che presentano una disabilità “non visibile”, “nascosta”, “non apparente”, una menomazione fisica, mentale o emotiva che passa in gran parte inosservata.

Una disabilità invisibile può includere  tra i più frequenti, un disturbo neurocognitivo minore( MCI); uno stato di disadattamento;  diverse malattie croniche come stanchezza cronica, dolore cronico e fibromialgia;  le minoranze sensoriali dovute ad ipoacusia, disgeusia, iposmia,ipovisione; i sempre più numerosi disturbi dello spettro autistico; i disturbi dell’apprendimento; il disturbo da stress acuto e il disturbo post-traumatico da stress ( in aumento in era Covid e Post-Covid) e certamente i tanti altri stati disabilitanti , spesso sottovalutati.

Le stime in Italia affermano che il 90% delle persone che ha una disabilità non la dimostra, si tratta quindi, di disabilità invisibili.

Uno dei rischi maggiori, quando si parla di disabilità invisibili, è che la persona disabile sia portata a sentirsi in colpa per la propria condizione, e a subire incomprensione, e a volte, discriminazione da parte di coloro che sono convinti che la condizione di disabilità sia vera se è visibile tramite una sedia a rotelle o la presenza evidente di presidi.

In realtà in certi casi si può trattare di problematiche momentanee e non definitive, mentre in altri si è di fronte a malattie allo stadio iniziale (come i tumori) che diventano più evidenti con il tempo; il più delle volte, si tratta di stati di disadattamento e di disagio psichico; non bisogna mai far prevalere il pensiero che l’interessato stia certamente fingendo.

Spesso, ad esempio, il soggetto  si sente dire:… “non sembri malato”… Lo scetticismo verso le disabilità invisibili non fa altro che incrementare lo stigma e rendere più difficile la vita delle persone che ne soffrono; mentre i disabili visibili non devono giustificarsi in caso necessitino di utilizzare corsie preferenziali, parcheggi o servizi a loro dedicati;lo stesso dovrebbe essere per chi ha una disabilità invisibile, è un loro diritto essere assistiti, riconosciuti, aiutati, e chiedergliene conto produce un incremento del disagio e della sofferenza.

In assoluto, la disabilità invisibile per eccellenza del nostro tempo, la più difficile da supportare, lasciatemelo dire, è la disabilità dell’Anima. Un buio interiore profondo che si ripercuote su corpo e psiche, dettato da diverse condizioni socio-economiche ma soprattutto frutto del vuoto relazionale, o di relazioni virtuali, spesso falsamente riempitive, senza confini, senza contenuti destinate a sfociare in una solitudine ancora più ferita e angosciata.   

Pertanto in questo contesto l’attenzione all’altro, il suo ascolto attivo, il tempo dedicato ad osservare, in silenzio, chi ci circonda, chi incontriamo nel nostro quotidiano, può diventare un percorso efficace per riconoscere queste forme di disabilità e intervenire prima che diventi troppo tardi. La conseguenza sarà quella non solo di aiutare gli altri ma anche di scoprirsi migliori di quanto pensiamo, sanando anche noi stessi.